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Si muovono con difficoltà i limitati corridoi umanitari nella Striscia di Gaza. Nella giornata di oggi, una quinta evacuazione sanitaria ha consentito a un nuovo gruppo di pazienti palestinesi di lasciare l’enclave attraverso il valico di Rafah, in direzione dell’Egitto, per ricevere cure mediche. L’operazione rientra nel meccanismo attivato con la recente riapertura del terminal, unico punto di passaggio tra Gaza e l’Egitto non controllato direttamente da Israele. Secondo l’emittente Al Arabiya, i pazienti hanno completato le procedure al terminal per poi essere trasferiti in strutture ospedaliere egiziane.

Parallelamente, una quinta tranche di cittadini palestinesi è arrivata al valico per fare rientro nella Striscia. Dall’avvio del meccanismo, le autorità riferiscono che 145 pazienti e accompagnatori hanno lasciato Gaza per cure all’estero, mentre 98 persone sono riuscite a rientrare. Numeri che restano però inferiori alle previsioni iniziali. Secondo le intese raggiunte tra Hamas e Israele, nella prima giornata avrebbero dovuto transitare 50 palestinesi in rientro e 50 pazienti diretti in Egitto, ciascuno con un accompagnatore. In realtà, il primo giorno si è registrato l’ingresso di soli 12 palestinesi e l’uscita di appena otto persone; nel secondo giorno, 40 cittadini sono rientrati dopo lunghe attese e ritardi legati alle procedure di sicurezza.

Il valico di Rafah, situato nel sud della Striscia e collegato all’omonima città egiziana nel Sinai settentrionale, era rimasto chiuso per circa due anni a causa delle restrizioni imposte alla popolazione palestinese ed è stato riaperto solo di recente per casi medici, umanitari e per il rientro degli sfollati.

Sul piano politico, da Doha arriva una presa di posizione netta della leadership di Hamas. Intervenendo a una conferenza, Khaled Mashaal ha respinto qualsiasi ipotesi di disarmo o di amministrazione esterna della Striscia: "Criminalizzare la resistenza, le sue armi e coloro che l'hanno portata avanti è qualcosa che non possiamo accettare", ha affermato, invitando il Board of Peace ad adottare un "approccio equilibrato" che permetta la ricostruzione di Gaza e il flusso di aiuti. Mashaal ha inoltre ribadito che Hamas "non accetterà un governo straniero", respingendo le richieste avanzate da Stati Uniti e Israele. Le dichiarazioni sono state rilanciate dai media arabi e israeliani.

Intanto, sul fronte regionale, Israele irrigidisce la propria linea in vista dei colloqui indiretti tra Washington e Teheran sul dossier nucleare iraniano. Secondo fonti israeliane citate dall’emittente “Channel 14”, il primo ministro Benjamin Netanyahu avrebbe indicato sei condizioni che dovrebbero costituire la base di qualsiasi negoziato tra Stati Uniti e Iran: eliminazione completa del programma nucleare iraniano; azzeramento di ogni capacità di arricchimento dell’uranio; rimozione dal Paese di tutto l’uranio già arricchito; limitazione della gittata dei missili balistici a un massimo di 300 chilometri; smantellamento dell’intera rete di gruppi armati alleati di Teheran; e un regime di supervisione “completo e di lungo periodo” su eventuali accordi futuri.

In una nota diffusa ieri, l’ufficio di Netanyahu ha ribadito che qualsiasi intesa dovrebbe includere anche restrizioni sul programma missilistico e il congelamento del sostegno iraniano al cosiddetto “asse” regionale. Da Teheran, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha reagito accusando Israele di seguire una "dottrina dell'egemonia" che gli consentirebbe di espandere il proprio arsenale militare facendo pressione sugli altri Paesi affinché rinuncino alle proprie capacità difensive. Araghchi ha più volte sottolineato che le capacità militari e difensive dell’Iran "non sono negoziabili". Netanyahu è atteso mercoledì 11 febbraio a Washington per un incontro con Donald Trump, nel quale il dossier iraniano dovrebbe occupare un ruolo centrale.

Infine, sul piano interno israeliano, il premier intende portare avanti una proposta di legge che amplierebbe i poteri degli ispettori incaricati di verificare i ricongiungimenti familiari, con restrizioni particolarmente severe per quelli che coinvolgono parenti palestinesi. Secondo Haaretz, il testo rafforza i controlli per prevenire frodi e interviene sulle procedure per la concessione dello status legale a coniugi stranieri o discendenti di cittadini israeliani o residenti permanenti, richiamando esplicitamente motivazioni di sicurezza. 

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