Nucleare, missili e proxy: Teheran tratta, Israele soffia sul fuoco e i Paesi arabi non vogliono più morire per Washington
Sembra di assistere ad una progressiva distensione sul fronte mediorientale dopo gli annunci bellicosi di Donald Trump che il 26 gennaio ha condotto lo USS Abraham Lincoln Carrier Strike Group ad entrare nell'area di responsabilità del Central Command statunitense, rendendo l’Iran a completa portato di tiro.
La composizione del gruppo d'attacco include cacciatorpedinieri della classe Arleigh Burke dotati di missili da crociera Tomahawk e sistemi di difesa aerea Aegis, rappresentando un'escalation significativa della postura militare americana nella regione.
L'obiettivo dichiarato dall'amministrazione Trump è l'esercizio di una "pressione politica e militare asfissiante" sulle autorità di Teheran, seguendo un modello di coercizione che il presidente ha applicato con successo in Venezuela, dove il 3 gennaio 2026 forze speciali Delta hanno rapito il presidente Nicolás Maduro. Tuttavia, l'Iran non è il Venezuela.
“Dopo la Guerra dei 12 Giorni, è stata fatta la valutazione che qualsiasi attacco contro l’Iran debba essere affrontato con una controffensiva immediata e decisiva. Non si deve lasciare alcun tempo al nemico per prendere l’iniziativa. In caso di guerra, nessun americano sarà al sicuro, e il fuoco della regione brucerà gli Stati Uniti e i loro alleati. Il mondo vedrà un volto diverso dell’Iran”, ha ammonito il Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate iraniane Abdolrahim Mousavi.
Arrivano oramai sempre più conferme di ponti aerei di attrezzature e sistemi d'arma, prima dalla Russia e ora da Pechino, con "personale militare e tecnici russi e cinesi che si trovano in Iran in questo momento. Fonti di intelligence riportano che almeno una divisione del sistema di difesa aerea S-400 Triumf russo—equipaggiata con missili 48N6DM—è stata consegnata alle Forze di Difesa Aerea iraniane e schierata vicino a Isfahan. Il sistema include il radar di sorveglianza 91N6E "Big Bird", il radar di ingaggio 92N6E "Grave Stone", sistemi di comando e controllo, e lanciatori 5P85TE2, equipaggiati con missili intercettori a lungo raggio 48N6E3 e potenzialmente 40N6.
Parallelamente, secondo fonti non verificate, la Cina avrebbe fornito sistemi SAM (surface-to-air missile) serie HQ, specificamente HQ-9P e HQ-22. Questi sistemi sono progettati per intercettare missili da crociera come il Tomahawk RGM-109E Block IV americano e missili aerobalistici israeliani come ROCKS, Rampage e Air LORA. In ogni caso almeno 16 aerei cargo dell'Esercito Popolare di Liberazione sono atterrati a Teheran alla fine di gennaio 2026, potenzialmente consegnando questi dispositivi. 
Il tentativo di negoziato
La tensione è ancora massima nella regione mentre l’Iran vede uno spiraglio per la ripresa dei colloqui sul nucleare con gli Stati Uniti e Donald Trump alterna, come sempre, toni minacciosi a messaggi di apertura.
Teheran ha fatto sapere di aspettarsi “progressi” nella definizione di un quadro per riprendere i colloqui sul dossier nucleare con Washington nei prossimi giorni, dopo indiscrezioni secondo cui il presidente Masoud Pezeshkian avrebbe ordinato la riapertura del negoziato.
Secondo i media iraniani, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi è in contatto telefonico con Arabia Saudita, Egitto e Turchia per discutere le ultime mosse diplomatiche e preparare il terreno a un possibile faccia a faccia con l’inviato americano Steve Witkoff. Si prevede che si incontreranno venerdì, stando a tre attuali funzionari regionali e un ex che avevano familiarità con la pianificazione.
Il portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baghaei ha spiegato che “i paesi della regione stanno fungendo da mediatori nello scambio di messaggi” tra Teheran e Washington, aggiungendo che “sono stati affrontati diversi punti” e che l’Iran sta “definendo i dettagli di ogni fase del processo diplomatico” con l’obiettivo di chiudere un’intesa preliminare nel giro di pochi giorni.
Tuttavia, l’ultimatum di Trump non lascia ben sperare sul buon esito delle prossime consultazioni. Il tycoon pone l’ultimatum in termini di “o una resa completa o la guerra”, con una linea rossa massimalista che riguarda l’intero programma nucleare e non solo la bomba: “Il tempo sta per scadere. L’Iran deve scegliere tra un accordo totale e le conseguenze militari”. Sul fronte dell’uranio esige lo stop a qualsiasi arricchimento, anche civile, perché “non ci sarà mai un’arma nucleare iraniana, punto e basta” e Teheran deve “fermare completamente l’arricchimento, distruggere le scorte e aprire il programma a ispezioni totali”, dato che una volta ottenuto uranio al 3–5% il passaggio al 90% è molto più rapido.
Il secondo blocco di richieste riguarda i missili balistici e l’“asse della resistenza”: Trump lega il dossier nucleare alla deterrenza convenzionale iraniana, sostenendo che “non possiamo permettere che un regime che minaccia i suoi vicini con migliaia di missili continui a costruire un percorso verso il nucleare” e chiedendo di “limitare drasticamente il proprio arsenale missilistico, in particolare i missili in grado di colpire Israele e le nostre forze nella regione”. Infine include il capitolo proxy, ritenuto parte integrante dell’accordo, affermando che “non accetteremo un Iran che rinuncia solo alla bomba ma continua a usare Hezbollah, gli Houthi e le milizie come armi contro i nostri alleati” e imponendo la cessazione del sostegno ai gruppi che destabilizzano il Medio Oriente; l’ultimatum si chiude così in una scelta secca tra un’intesa che azzeri nucleare, missili e proxy, oppure – “affronterà tutta la potenza militare degli Stati Uniti come non l’ha mai vista prima”.
Da parte iraniana, come riferito da due funzionari al New York Times, c’è apertura a chiudere o sospendere il suo programma nucleare, considerato già una grande concessione. Nessuna apertura sulle altre due questioni su cui punta anche Israele che per Teheran rappresentano linee rosse invalicabili. La Guida Suprema Ali Khamenei ha dichiarato che “non negozierà mai sul programma missilistico”, sostenendo che l’Iran deve rafforzare le proprie capacità militari e che i missili sono strumenti di deterrenza, non materia di accordo. Il portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baghaei ha ribadito che “il programma missilistico dell’Iran è stato sviluppato per difendere il territorio iraniano e non per essere oggetto di negoziato”, aggiungendo che le capacità difensive “non rientrano in alcun processo di trattativa o contrattazione”.
Curiosamente posizioni molto vicine a quelle di Tel Aviv che, stando al canale televisivo israeliano Channel 12, “sta esercitando una notevole pressione su Washington per impedire la conclusione di un accordo e iniziare un attacco a Teheran”.
Trump non potrebbe essere in una posizione peggiore, tra l’incudine e il martello. Da una parte Israele, con le sue mire espansionistiche che sarebbero finalmente realizzate con un Iran debole e balcanizzato, dall’altra i neocon americani come Lindsey Graham che spingono per tagliare alla Cina i rifornimenti petroliferi che per il 40% passano attraverso lo stretto di Hormuz.
Bloccando quello stretto Washington avrebbe via libera per avallare le sue esportazioni di greggio – grazie al contributo venezuelano – e sostenere la domanda mondiale di dollari in calo, scongiurando l’imminente collasso dell’economia americana.
Nel mezzo ci sono i Paesi arabi che non stanno più al gioco dei guerrafondai sionisti e d’oltreoceano.
Il nuovo asse del golfo che si oppone alla guerra di Israele e Trump
Anche senza una chiusura formale dello stretto le operazioni militari aumenterebbero drammaticamente il costo dei noli, delle assicurazioni e del trasporto, spingendo alle stelle il prezzo del petrolio che viene da tutta l'area. Un problema non solo per Pechino, ma anche per le altre potenze dell’area.
Ed ecco la nascita di un nuovo schieramento, composto da Turchia, Qatar, Arabia Saudita, Egitto e Pakistan che mira a riempire i vuoti di potere lasciati dagli Stati Uniti in un contesto in cui Israele è descritto come “irrazionale e autodistruttivo”.
La coppia Turchia-Qatar si propone di colmare tali spazi d’influenza. La Turchia, guidata dal ministro degli Esteri Hakan Fidan, ex capo dei servizi segreti, ha assunto una posizione molto dura contro un eventuale attacco a Teheran e ha ribadito, in un contesto di sicurezza regionale, che Siria e Turchia costituiscono “one state, one army”. L’Arabia Saudita, dal canto suo, ha aperto una fase completamente nuova nei rapporti con Teheran grazie alla mediazione cinese del marzo 2023, con Mohammed bin Salman che ha dichiarato esplicitamente che il regno non permetterà l’uso del proprio spazio aereo per attacchi contro l’Iran.
Anche l’Egitto ha aderito al blocco. Dopo anni di tensioni dovute al sostegno di Ankara ai Fratelli Musulmani, il Cairo ha avviato una cooperazione concreta con la Turchia su progetti relativi alla Libia e ad altri dossier strategici. Il Pakistan, infine, garantisce una rilevante forza di deterrenza: disponendo di circa 170 testate nucleari e missili Shaheen-III con gittata fino a 2.700 chilometri, fornisce all’Arabia Saudita un vero “ombrello nucleare”. Tutto sancito dall’accordo di difesa mutua firmato il 17 settembre 2025 da Riyadh e Islamabad, in base al quale un attacco a uno dei due Stati è considerato un attacco a entrambi. Il ministro pakistano della Difesa, Khawaja Asif, ha confermato che la cooperazione include la disponibilità, se necessario, delle capacità nucleari pakistane.
Il Fallito Cambio di Regime in Iran: anatomia dell'Operazione di Destabilizzazione
In pochi hanno notato come le istanze occidentali sulla cessazione della repressione degli Ayatollah nei confronti del popolo iraniano sia stato occultato negli ultimatum trumpiani.
Il motivo è molto semplice: quel piano è fallito, almeno per ora.
Le proteste in Iran iniziate alla fine di dicembre 2024 si sono sviluppate inizialmente per ragioni economiche—inflazione, disoccupazione diffusa e bassi salari—ma sono state rapidamente infiltrate e sostenute dall'estero. Il 29 dicembre, il Mossad aveva pubblicamente incoraggiato i manifestanti iraniani attraverso il proprio account X, affermando che gli agenti dell'intelligence israeliana li avrebbero "sostenuti sul campo". Parallelamente, l'ex direttore della CIA Mike Pompeo aveva augurato su X "Buon anno agli iraniani scesi in strada ed anche agli agenti del Mossad che camminano dietro di loro".
Il presidente Trump e Cyrus Reza Pahlavi avevano incitato i cittadini di Teheran a portare avanti la sollevazione "fino alla conquista del potere", mentre il corrispondente israeliano del Canale 14 Tamir Morag riferiva che "attori stranieri stavano armando i rivoltosi" in Iraq, spiegando le centinaia di morti tra le forze del regime. L'ex direttore del Mossad Tamir Pardo aveva rivelato al quotidiano Maariv che gli Stati Uniti stavano orchestrando una "significativa operazione di influenza in Iran", comprendente fomentazione di disordini, sovversioni locali e azioni cibernetiche. In questo contesto, SpaceX di Elon Musk aveva offerto gratuitamente il servizio internet satellitare Starlink per bypassare il blocco delle telecomunicazioni imposto dal governo iraniano.
Nonostante questo sforzo concertato, "la capacità di resistenza sfoggiata dall'apparato istituzionale iraniano ha vanificato questi sforzi" diretti al cambio di regime. Entro l'11 gennaio, le autorità iraniane avevano ripristinato la stabilità interna, dichiarando tre giorni di lutto nazionale e organizzando manifestazioni di massa a sostegno del regime. La repressione—che secondo testimonianze includeva spari a distanza ravvicinata sui manifestanti e uso indiscriminato di gas lacrimogeni—aveva lasciato centinaia di morti, ma il regime ha resistito alla rivoluzione colorata.
ARTICOLI CORRELATI
L'America cerca l'Apocalisse per salvare il dollaro
Lo spettro della guerra totale: Trump punta all’Iran e al collo di bottiglia del petrolio mondiale
L’impero Usa rischia l’implosione mentre tenta di agitare le acque in Medio Oriente
Trump ancora indeciso sull’Iran, mentre la portaerei d’attacco Usa raggiunge la regione
