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Spesso abbiamo sentito evocare dalla Casa Bianca parole risolute sulla lotta al narcotraffico, ai cartelli della droga, alle organizzazioni criminali. Ma cosa accade quando queste sono a capo di una grande superpotenza come gli Stati Uniti?
Lo sdegno per i crimini commessi passa certamente più sotto silenzio quando a compierli è il centro dell’impero, anche se annunciato direttamente dagli stessi aguzzini senza maschere edulcoranti.
Ebbene oggi veniamo a sapere che una nuova arma è stata adoperata per catturare il presidente venezuelano Nicolas Maduro e sua moglie Cilia Flores.  Lo ha annunciato il presidente americano Donald Trump in un'intervista al New York Post, svelandone il nome: "The Discombobulator".

Il tycoon ha rimarcato che il misterioso dispositivo avrebbe "fatto sì che l'equipaggiamento (nemico) non funzionasse" quando gli elicotteri statunitensi sono arrivati a Caracas il 3 gennaio.
Nel merito, un ex membro della guardia personale di Maduro ha raccontato che, durante l’operazione, “all’improvviso tutti i nostri sistemi radar si sono spenti senza alcuna spiegazione». Poco dopo, ha proseguito, «abbiamo visto comparire numerosi droni che sorvolavano le nostre posizioni. Non sapevamo come reagire”. Successivamente, sarebbero arrivati otto elicotteri che trasportavano una ventina di militari statunitensi nella zona.
“Abbiamo cominciato tutti a sanguinare dal naso. Alcuni vomitavano sangue. Siamo caduti a terra, incapaci di muoverci. Dopo quella che sembrava un’arma sonica, o qualunque cosa fosse, non riuscivamo nemmeno a restare in piedi”, ha aggiunto il testimone.


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Donald Trump


Ma non sono, evidentemente, solo le armi avveniristiche ad aver determinato un cambio di assetto nella leadership del Paese. Subito dopo la cattura del presidente venezuelano le forze speciali statunitensi avrebbero concesso ai principali membri del governo venezuelano solo “15 minuti” per collaborare, minacciando di ucciderli in caso di rifiuto. Lo avrebbe rivelato la presidente ad interim, Delcy Rodríguez (in copertina), durante un incontro riservato con funzionari governativi e dirigenti del partito, documentato in un video poi diffuso online.
Nel filmato, la voce attribuita a Rodríguez racconta che l'ultimatum sarebbe stato rivolto a lei stessa, al ministro dell’Interno Diosdado Cabello e al presidente del Parlamento Jorge Rodríguez, suo fratello: “Ci hanno dato 15 minuti per rispondere, altrimenti ci avrebbero ucciso”. Secondo la presidente ad interim, l’operazione avrebbe incluso anche un elemento di inganno: “Ci dissero che Maduro e Flores erano stati uccisi, non sequestrati. Davanti a quella notizia, dichiarammo di essere pronti a condividere il loro destino”.

Rodríguez ha riconosciuto che il governo era a conoscenza di un possibile attacco statunitense, ma non si sarebbe mai aspettato un’azione diretta sulla capitale. “Non avremmo mai immaginato che avrebbero oltrepassato quella linea, non solo rossa ma porpora, bombardando una città sudamericana”, ha affermato, definendo l’assalto “selvaggio e criminale”.
Affrontiamo una potenza nucleare, ma non con paura”, ha aggiunto l’ex vicepresidente, ricordando come le minacce siano iniziate “dal primo minuto del sequestro del presidente”. Rodríguez ha parlato di “pressioni e ricatti continui” e ha sottolineato la necessità di mantenere “pazienza e prudenza strategica” per raggiungere tre obiettivi fondamentali: preservare la pace della Repubblica, ottenere la liberazione di Maduro e Flores e difendere il potere politico. Il video si interrompe poco dopo queste affermazioni.

Tuttavia, nel giro di pochi giorni, il linguaggio della crisi si è trasformato in quello della cooperazione a 360 gradi: in un messaggio solenne, la nuova leader ha invitato il governo di Washington a “lavorare insieme su un’agenda di cooperazione volta allo sviluppo condiviso”, aprendo di fatto la porta a una gestione congiunta dell’industria petrolifera venezuelana.

Sono state proprio le mosse sul petrolio a segnare il cambio di fase. Mentre Trump rivendicava apertamente che il Venezuela avrebbe “ceduto” fino a 50 milioni di barili di greggio agli Stati Uniti, da destinare alle raffinerie americane specializzate nel trattamento del pesante venezuelano, Rodríguez ha costruito il quadro giuridico e politico perché quell’accordo potesse funzionare, parlando di “sviluppo condiviso” e di un uso delle entrate a favore di salari, servizi pubblici e stabilità interna. Nel suo discorso all’Assemblea nazionale ha annunciato l’intenzione di riformare la legislazione sugli idrocarburi per semplificare l’accesso degli investitori statunitensi a nuovi giacimenti, inclusi campi mai finanziati prima e aree prive di infrastrutture, accompagnando la narrativa della sovranità con la promessa di miliardi di dollari di investimenti esteri.


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María Corina Machado


Dietro questo riavvicinamento c’è anche la scelta strategica di Washington di puntare proprio su Rodríguez, anziché consegnare subito il potere all’opposizione di María Corina Machado: una decisione maturata negli ambienti della CIA con l’idea di garantire continuità amministrativa, tenere sotto controllo le forze armate e avere, nel cuore del vecchio chavismo, una figura ritenuta “gestibile” e pronta a siglare l’intesa sul greggio. In questo quadro, le azioni concrete della presidente ad interim a favore di Trump riguardano tre livelli: sul piano legislativo, la predisposizione di riforme che aprono il settore energetico alle major USA; su quello contrattuale, l’accettazione di un flusso strutturato di barili verso il mercato americano in cambio di liquidità controllata da conti sotto supervisione statunitense; su quello diplomatico, l’impegno a presentare questa cessione di fatto di una quota della rendita petrolifera come un “partenariato” necessario per salvare l’economia venezuelana.

Parallelamente, la Casa Bianca ha fatto del petrolio il perno della nuova dottrina su Caracas: Trump ha chiesto alle grandi compagnie energy di preparare piani d’investimento fino a 100 miliardi di dollari, assicurando protezione fisica e finanziaria alle imprese che entreranno in Venezuela e promettendo agli elettori statunitensi prezzi dell’energia più bassi grazie al rilancio del greggio venezuelano. “Ci stiamo riprendendo ciò che ci è stato sottratto”, ha detto un Trump, pronto a qualunque menzogna pur di giustificare l’ingiustificabile, esprimendo la volontà di controllare tra 30 e 50 miliardi di barili come forma di “rimborso” ai danni subiti dagli Stati Uniti.
Un altro colpo della banda mafiosa di Washington è andato a segno questa volta grazie anche all’arma delle “minacce di Stato”.

Foto © Imagoeconomica

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