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Il Financial Times parla di “fallimento” per Kiev: niente firme su garanzie e piano da 800 miliardi, resta aperta la lacerante questione dei territori occupati

L'incontro tra il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e il presidente statunitense Donald Trump a Davos è durato poco più di un'ora. Un faccia a faccia che il Financial Times ha subito definito un "fallimento" per Zelensky, sottolineando che i documenti su garanzie di sicurezza e ricostruzione postbellica, concordati dai negoziatori alla vigilia del summit, non sono stati firmati. Secondo la pubblicazione britannica, il leader ucraino avrebbe tentato senza successo di convincere Trump ad assumere impegni aggiuntivi a sostegno dell'Ucraina.
Zelensky, dal canto suo, ha dichiarato che l'incontro è stato "positivo, produttivo e sostanziale", affermando che "i documenti volti a porre fine a questa guerra sono quasi pronti". Il presidente ucraino ha specificato che le garanzie di sicurezza sono state finalizzate e che "il documento deve essere firmato dalle parti, dai presidenti, e poi passerà ai parlamenti nazionali". Anche Trump ha definito l'incontro "molto positivo", aggiungendo semplicemente: "È un processo in corso".

Tuttavia, come riportato anche dal Financial Times, resta il disaccordo sulla questione territoriale. Secondo analisi recenti, la Russia ha conquistato circa 5.600 chilometri quadrati di territorio nel 2025, più che nel 2024 e nel 2023 messi insieme. Alla fine di dicembre 2025, Mosca controllava totalmente o parzialmente il 19,4% del territorio ucraino. Il piano di pace in 20 punti elaborato dagli Stati Uniti e discusso con l'Ucraina prevede diverse opzioni per il Donbass, inclusa una controversa "zona economica libera" che richiederebbe la smilitarizzazione dell'area. Kiev ha ripetutamente affermato che qualsiasi soluzione di questo tipo dovrebbe essere sottoposta a referendum popolare, mentre Mosca dall’altro lato chiede il riconoscimento giuridico internazionale dell'integrazione della Crimea, delle Repubbliche popolari di Luhansk e Donetsk, e delle regioni di Zaporizhzhia e Kherson nella Federazione Russa, con il ritiro completo delle Forze armate ucraine da questi territori.

Il Cremlino non accetterà mai un cessate il fuoco simile al Misk-2, utile solo a congelare il conflitto temporaneamente.
Uno degli obiettivi principali di Zelensky a Davos era la firma del cosiddetto "piano di prosperità" da 800 miliardi di dollari per la ricostruzione dell'Ucraina, che doveva coinvolgere Stati Uniti, Europa e Ucraina. Tuttavia, l'accordo non è stato finalizzato a causa di profonde divergenze tra le capitali europee e Washington su questioni collaterali, tra cui la controversia sulla Groenlandia e la proposta del Board of Peace per Gaza.


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Primo trilaterale Russia, Stati Uniti ed Ucraina ad Abu Dhabi

L'annuncio più significativo emerso da Davos è stata la conferma del primo incontro trilaterale tra Stati Uniti, Russia e Ucraina, previsto per il 23 e 24 gennaio ad Abu Dhabi. Un formato che rappresenta una novità assoluta nei negoziati, dopo i falliti colloqui a Istanbul dello scorso anno.
Per gli Stati Uniti parteciperanno gli inviati speciali Steve Witkoff e Jared Kushner, genero di Trump. Per l'Ucraina sono stati nominati il capo dell'Ufficio presidenziale Kyrylo Budanov, il segretario del Consiglio per la sicurezza nazionale Rustem Umerov, Sergiy Kyslytsya, David Arakhamia e il capo di Stato maggiore delle Forze armate ucraine Andriy Gnativ. La delegazione russa sarà composta dal negoziatore di Putin Kirill Dmitriev e dal capo dell'intelligence militare russa Igor Olegovič Kostyukov.

Prima di recarsi negli Emirati, Witkoff ha incontrato Putin a Mosca, commentando che i colloqui per porre fine alla guerra hanno fatto "molti progressi" e si sono "ridotti a un'unica questione" ancora aperta tra Kiev e Mosca. "Abbiamo discusso diverse versioni di questo punto, e ciò significa che può essere risolto. Quindi, se entrambe le parti vogliono risolverlo, lo risolveremo", ha dichiarato l'inviato statunitense.
 

Zelensky attacca l'Europa

Tornando a Davos, emblematico come il leader ucraino si sia lasciato andare ad un’invettiva senza precedenti contro i Paesi europei, colpevoli di non aver contribuito al massimo delle loro capacità nella sconfitta della Russia.
Il presidente ucraino ha accusato il continente di essere "perso e diviso di fronte a Trump", incapace di agire come vera potenza politica e intrappolato in un ciclo infinito di esitazioni.
"Uno dei maggiori problemi dell'Europa moderna, anche se non se ne parla, è la sua mentalità. Alcuni leader europei sono europei, ma non sempre 'per' l'Europa. L'Europa sembra ancora definita dalla storia, dalla geografia e dalla tradizione, non da una vera forza politica, non da una grande potenza", ha affermato Zelensky. paragonando la situazione europea al film "Il giorno della marmotta", in cui gli stessi eventi si ripetono all'infinito: "Tutti ricordano il film, ma nessuno vorrebbe vivere così. Eppure è proprio così che viviamo oggi: ripetendo le stesse cose per settimane, mesi e anni".

Il leader ucraino ha criticato apertamente l'incapacità europea di prendere decisioni concrete sull'utilizzo degli asset russi congelati, affermando che è mancata "la volontà politica" e che l'Europa ha "concesso una vittoria a Vladimir Putin". Ha anche denunciato che i diplomatici europei consigliano alla parte ucraina di non menzionare i missili Tomahawk nelle conversazioni con gli americani "per non rovinare il loro umore" e di non sollevare l'argomento dei missili Taurus. "L'Europa è afflitta da infinite controversie e omissioni che le impediscono di unirsi e di parlare con sufficiente franchezza per trovare soluzioni reali", ha osservato.

Sul fronte della sicurezza, Zelensky ha posto una domanda provocatoria: "Oggi l'Europa si affida soltanto alla convinzione che se arriverà il pericolo la NATO interverrà, ma se non succederà? Se Putin decidesse di invadere la Lituania o la Polonia, chi risponderebbe?". Il presidente ucraino ha esortato l'Europa a costruire forze armate unite e a capire come difendersi autonomamente, avvertendo che "NATO esiste grazie alla convinzione che gli Stati Uniti agiranno per primi e che saranno dalla loro parte, ma se invece non succederà?".
 

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Foto d'archivio © Imagoeconomica
 

Il nodo caldo delle garanzie di sicurezza

Mentre Zelensky incalza gli animi europei più guerrafondai, altra questione cruciale dei negoziati resta quella delle garanzie di sicurezza per l'Ucraina dopo un eventuale cessate il fuoco. A gennaio, la cosiddetta "Coalizione dei volenterosi", composta da 35 paesi, si era riunita a Parigi per concordare garanzie "robuste" di sicurezza. La dichiarazione finale ha stabilito che "la salvaguardia della sovranità e della sicurezza duratura dell'Ucraina costituirà una parte integrante di un accordo di pace".

Le garanzie concordate si articolano su quattro elementi principali: monitoraggio del cessate il fuoco attraverso tecnologie avanzate e meccanismi ad alta tecnologia lungo la linea di contatto; sostegno continuo alle Forze Armate dell'Ucraina con pacchetti di difesa a lungo termine, finanziamenti per l'acquisto di armi e accesso a depositi di difesa; una Forza Multinazionale per l'Ucraina guidata da Francia e Regno Unito per sostenere la ricostruzione delle forze armate ucraine e rafforzare la deterrenza; e impegni vincolanti che possono includere l'uso di capacità militari, intelligence e supporto logistico in caso di un futuro attacco russo.
La Russia, d’altra parte, considera inaccettabile qualsiasi dispiegamento di forze NATO in Ucraina come parte delle garanzie di sicurezza, e ha più volte avvertito che eventuali truppe occidentali sul territorio ucraino verrebbero trattate come obiettivi militari legittimi, anche se formalmente in missione di peacekeeping o di “rassicurazione” in città di retrovia.
A Davos, Zelensky ha affermato che l'accordo sulle garanzie di sicurezza è "sostanzialmente pronto" e che "le garanzie di sicurezza sono pronte". Tuttavia, ha anche precisato che il documento sarà firmato solo "alla fine della guerra" e dovrà essere ratificato dai parlamenti nazionali. Un funzionario ucraino ha dichiarato che "le garanzie di sicurezza di Stati Uniti, Europa e Ucraina sono quasi concordanti. La dimensione militare è concordata al 100 per cento”.
Presupposti che non lasciano ben sperare per i prossimi incontri, salvo sorprese.

Sempre il Financial Times, citando alcune fonti, riporta che Stati Uniti e Ucraina hanno discusso una proposta alla Russia per un cessate il fuoco limitato. Mosca cesserebbe di colpire le infrastrutture energetiche in cambio della cessazione da parte di Kiev degli attacchi alle raffinerie di petrolio russe e alle petroliere della "flotta ombra". Tuttavia è improbabile che Vladimir Putin accetti, poiché, secondo quanto riportato da alcune fonti, considera la pressione sulle infrastrutture energetiche ucraine un'importante leva di influenza.
 

La crisi energetica: l'inverno più difficile per l'Ucraina

A questo proposito, l'Ucraina sta vivendo quello che viene definito "l'inverno più difficile" dall'inizio del conflitto, con la Russia che ha intensificato gli attacchi alle infrastrutture critiche per colpire il complesso produttivo, militare del Paese.
Secondo Zelensky, circa 4.000 edifici di Kiev sono ancora senza riscaldamento e quasi il 60 per cento della capitale è senza elettricità. Il presidente ucraino ha denunciato che oltre un milione di abitazioni a Kiev sono rimaste prive di corrente a causa degli attacchi. Le temperature nella capitale oscillano tra i -7 e i -14 gradi Celsius, rendendo la situazione particolarmente critica. Più di mille ucraini sono stati portati in ospedale per congelamento e ipotermia negli ultimi trenta giorni.
La situazione si fa sempre più drammatica. La compagnia elettrica privata DTEK ha riferito che centinaia di migliaia di famiglie della capitale sono senza elettricità; le scuole di Kiev sono state chiuse fino a febbraio e l'illuminazione stradale è stata ridotta al 20% delle sue capacità. I negozi sono stati invitati a tenere spente le loro insegne per risparmiare energia.
 

Il conflitto militare della NATO con Mosca non è escluso a causa della cecità dell’Ue

In questo scenario l'ex ambasciatore tedesco in Belgio Rüdiger Lüdeking lancia l’allarme. "Un'escalation militare non può essere completamente esclusa, soprattutto se i "guerrafondai" occidentali prendessero il sopravvento e convincessero i paesi europei della NATO a partecipare direttamente (al conflitto in Ucraina, ndr)", ha affermato, interpellato dal quotidiano tedesco Berliner Zeitung, sottolineando che per evitare una guerra mondiale, l'Europa ha bisogno di “una politica sincera e coraggiosa che superi la cecità ideologica e persegua una strategia chiara nei confronti della Russia , degli Stati Uniti e di altri paesi”.

Foto di copertina © Imagoeconomica

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