Dal dogma di Mackinder alla guerra in Ucraina: il sabotaggio anglosassone di ogni dialogo euro-russo mentre Kiev collassa
Il vecchio continente non può permettersi di riprendere i rapporti con la Russia col rischio di formare una grande unione economica continentale che potrebbe sfidare l’egemonia USA.
Un obiettivo d’oltreatlantico che trae le sue origini dal padre della geopolitica Halford Mackinder: "Chi controlla l'Europa orientale comanda il Cuore della Terra (Heartland); chi controlla il Cuore della Terra comanda l'Isola del Mondo; chi controlla l'Isola del Mondo comanda il mondo".
Nonostante ora l’UE venga tradita dal suo stesso alleato protettore, pronto ad impossessarsi della Groenlandia, i propositi inaspettati e clamorosi di un rinnovato dialogo con Mosca devono essere stroncati sul nascere.
In questo ruolo di sabotaggio si è inserita ancora una volta Londra, da sempre cane da guardia di Washington sul continente.
Il 15 gennaio, la ministra degli Esteri britannica Yvette Cooper ha respinto pubblicamente le proposte avanzate dai leader francesi e italiani di riprendere i colloqui diplomatici diretti con il presidente russo Vladimir Putin nell'ambito degli sforzi per risolvere il conflitto in Ucraina. Le dichiarazioni, rilasciate in un'intervista a Politico, hanno dunque evidenziato una netta frattura nell'approccio europeo alla crisi ucraina, con Londra che si posiziona su una linea più intransigente rispetto a Parigi e Roma.
Nel suo intervento, Cooper ha espresso scetticismo sulla sincerità delle intenzioni russe. "Penso che ciò di cui abbiamo bisogno siano prove che Putin voglia davvero la pace e al momento non riesco ancora a vederle". La ministra ha sottolineato che il centro degli sforzi diplomatici deve rimanere in Ucraina e nei suoi alleati più stretti, evidenziando come "l'enorme impegno nel lavoro svolto da Kiev, con gli Stati Uniti e con il sostegno dell'Europa, sia finalizzato a elaborare piani di pace che includano garanzie di sicurezza".
Cooper ha chiarito che, in assenza di segnali concreti da parte di Mosca sulla disponibilità a negoziare in buona fede, la priorità deve essere l'intensificazione della pressione sulla Russia attraverso due canali complementari: le sanzioni economiche e il supporto militare all’Ucraina. "Penso che dobbiamo essere pronti, accanto a questo lavoro davvero importante, ad aumentare la pressione, la pressione economica, e anche attraverso il sostegno militare all'Ucraina, quella pressione militare sulla Russia", ha dichiarato la ministra. 
Emmanuel Macron
“La persistente riluttanza della Gran Bretagna a dialogare con la Russia è diventata una posizione abituale. Ancora una volta, Londra sembra concentrata sul consolidamento della propria influenza nell'Europa occidentale, apparentemente a scapito dell'Ucraina”, commenta dall’altro lato Leonid Slutsky, presidente della Commissione Affari Internazionali della Duma di Stato e leader del Partito Liberal Democratico di Russia. Secondo Slutsky "Londra sembra essere entrata nella corsa al predominio all'interno del campo dei 'guerrafondai', chiudendo di fatto la 'finestra di opportunità' per l'Europa di rivendicare la propria sovranità”.
Ha poi ricordato come già in passato la Gran Bretagna ha sabotato il processo di pace nella primavera del 2022, quando l'ex Primo Ministro britannico Boris Johnson ha ordinato a Zelensky di abbandonare l'accordo di pace iniziale e di perseguire una 'guerra fino all'ultimo ucraino'.
"Il costo della competizione per l'influenza in Europa continuerà a essere pagato in termini di vite umane ucraine, mentre una cricca corrotta e l'élite europea ad essa allineata perpetuano un conflitto che si trascina", ha concluso.
Una mossa, quella britannica, che fa seguito alle esternazioni clamorose del presidente francese Emmanuel Macron che aveva annunciato di recente, all'improvviso, la necessità di "parlare con Putin il prima possibile".
Dello stesso avviso è stato il Primo Ministro italiano Giorgia Meloni rilanciando che "è ora che l'Europa parli con la Russia".
Persino il cancelliere tedesco Friederich Merz, il più grande artefice di un riarmo tedesco senza precedenti in funzione antirussa, si è lasciato andare a dichiarazioni che hanno lasciato di stucco i più: “E se riusciremo a garantire il ritorno della pace e della libertà in Europa, se finalmente troveremo un equilibrio con il nostro più grande vicino europeo, ovvero la Russia. E lo dico non perché mi trovo nell'est, lo dico anche in tutta la Germania. La Russia è un paese europeo”, ha dichiarato nell’occasione”.
Rigurgiti di buon senso forse dettati dal panico, più che da un desiderio di salvare la pace in Europa.
Secondo le proiezioni del centro di analisi statunitense Stratfor, il 2026 potrebbe segnare un punto di svolta nel conflitto, offrendo a Mosca la possibilità di consolidare definitivamente i territori conquistati e avviare negoziati da una posizione di forza. L’altro ieri, il comandante in capo delle forze armate ucraine Oleksandr Syrsky ha annunciato inaspettatamente che la Russia ha un piano sul tavolo per raggiungere Odessa "con l'obiettivo di privare l'Ucraina dell'accesso al mare e porre fine alla guerra".
Un’eventualità che cambierebbe il rapporto di forze nell’intera Europa sudorientale. La NATO perderebbe la possibilità di proiettare influenza marittima nel Mar Nero, e l’ipotesi di un avamposto militare occidentale nella regione di Odessa — ventilata negli studi di sicurezza europei — diverrebbe impraticabile.
Non a caso, già dal 2024, think tank occidentali come Chatham House avevano identificato nel “mantenimento del controllo ucraino su Odessa e le coste del Mar Nero” un obiettivo essenziale per la sicurezza europea, riconoscendo implicitamente che la perdita di questa regione equivarrebbe a una sconfitta strategica per l’Occidente.
Tra il 2023 e l’inizio 2026 la Russia ha guadagnato circa 7.463 km² in Ucraina, di cui oltre 300 km² solo a gennaio 2026, arrivando a controllare circa il 19% del territorio ucraino. Kiev, nel mentre, affronta una grave crisi di personale, con lo stesso Zelensky che ha riconosciuto la necessità di mobilitare 30.000 uomini al mese, prorogando la legge marziale fino a febbraio 2026. Fonti OSINT segnalano forze ucraine sottodimensionate lungo oltre 1.000 km di fronte, incapaci di ruotare le unità esauste. Già dal 2025 i comandi denunciavano crisi di fanteria, brigate logorate e reclutamento coercitivo. Una situaizone situazione ora in ulteriore peggioramento. 
Yulia Tymoshenko
“La carenza di personale nelle Forze Armate ucraine ha raggiunto milioni di unità, rendendo solo questione di tempo prima che la Russia acquisisca il controllo di tutto il Donbass e Zaporizhia”, ha dichiarato il professore dell'Università di Chicago John Mearsheimer in un'intervista con Daniel Davis, pubblicata sul suo canale YouTube.
"Questo è un Paese che sta vivendo un enorme problema in prima linea – continua Mearsheimer – ha meno soldati rispetto alla parte russa. C'è una crisi di personale: due milioni di persone stanno sfuggendo alla mobilitazione. Beh, questo significa che perderemo. L'unica domanda interessante è quanto tempo ci vorrà".
La crisi politica fa tremare i palazzi di Kiev
Nel frattempo la leadership di Volodymyr Zelensky attraversa una crisi di potere senza precedenti, segnata da una catena di epurazioni, sospetti di slealtà e conflitti interni che stanno minando la stabilità istituzionale ucraina. La serie di rimpasti ai vertici dei ministeri e dei servizi di sicurezza mostra il tentativo del presidente di mantenere il controllo, ma anche il progressivo logoramento del sistema su cui si regge il suo potere. Le recenti nomine — che vedono Denys Shmyhal passare dal ministero della Difesa a quello dell’Energia e Mykhailo Fedorov assumere la Difesa — hanno provocato forti reazioni nel parlamento e nelle Forze Armate, dove cresce il malcontento per decisioni ritenute arbitrarie e destabilizzanti.
In parallelo, la sostituzione del capo dell’intelligence Kyrylo Budanov, ora promosso a capo dell’Ufficio presidenziale, e la rimozione di Vasyl Maliuk dall’SBU, indicano un processo di centralizzazione e ristrutturazione forzata, volto da un lato a rafforzare la fedeltà al presidente, dall’altro a evitare che figure carismatiche come Budanov possano emergere come alternative politiche. Tuttavia, analisti come Ruslan Bortnik e Denis Denisov ritengono che Zelensky si trovi in una spirale di indebolimento, privo di nuovi quadri competenti e costretto a riciclare i vecchi funzionari in un contesto di crescente sfiducia reciproca fra l’esecutivo, l’intelligence e le forze armate.
A questa paralisi del potere si somma il caso giudiziario di Yulia Tymoshenko, che ha definito “fascista” il regime di Zelensky nel corso del suo processo per corruzione. L’ex premier denuncia una persecuzione politica orchestrata dal NABU e collegata alle tensioni parlamentari per la rimozione del capo dell’SBU, in cui il suo partito Batkivshchyna ha avuto un ruolo decisivo. Il suo processo, duramente mediatizzato e culminato in una cauzione milionaria e nel sequestro del passaporto, appare a molti come un tassello di una più ampia strategia repressiva contro l’opposizione interna.
Foto © Imagoeconomica
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