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L’analisi del noto sociologo sul caso venezuelano, Meloni e il ruolo strategico dell’informazione 

È l’ennesima conferma strutturale della condizione subalterna di un’Italia che funge da Stato-satellite degli Stati Uniti, completamente incapace di esprimere una politica - anche estera - realmente autonoma. L’approvazione da parte del governo Meloni al bombardamento del Venezuela rappresenta, infatti, l’ennesima dimostrazione di fedeltà alla linea statunitense. A spiegarlo è il sociologo Alessandro Orsini, che sul Fatto Quotidiano ha sottolineato come la premier Giorgia Meloni abbia di fatto avallato il rapimento di Nicolás Maduro attraverso un’operazione militare che “ha causato decine di morti innocenti”. Definire quell’azione una “legittima difesa”, nonostante le vittime civili, significa accettare senza riserve la narrazione della Casa Bianca, rinunciando a qualsiasi esercizio critico.

“La crisi in Venezuela offre un’occasione straordinaria per osservare i comportamenti di uno Stato satellite, come l’Italia o la Bielorussia, nelle crisi internazionali severe. Uno Stato satellite è uno Stato la cui politica estera e di sicurezza è controllata da una potenza straniera. La prima caratteristica - ha precisato Orsini - è la presenza militare permanente dello Stato dominante sul territorio nazionale”. Del resto, è proprio grazie al filo-americanismo che in Italia è possibile intraprendere e consolidare una carriera istituzionale. “Detto più semplicemente, Crosetto e Tajani non sarebbero diventati ministri della Difesa e degli Esteri senza il consenso preventivo degli Stati Uniti. E se entrassero in contrasto con la Casa Bianca per difendere gli interessi nazionali dell’Italia? Cadrebbero in disgrazia e non potrebbero ambire a diventare presidenti della Repubblica, giacché, come ho spiegato in Casa Bianca-Italia, il filo-americanismo è l’ascensore sociale della Repubblica italiana. Oppure il governo Meloni cadrebbe per una manovra di Palazzo, dal momento che la Casa Bianca controlla il Parlamento dall’interno, attraverso il controllo del vertice dei principali partiti”.

All’interno di questo sistema degenerante, un ruolo decisivo è svolto dal comparto mediatico. Il giornalismo “filo-americano”, con la funzione di legittimare e normalizzare tale subordinazione, ne rappresenta un ingranaggio essenziale. Attraverso un costante doppio registro comunicativo - che approva gli esiti delle azioni statunitensi anche quando violano il diritto internazionale, salvando al contempo una parvenza di equilibrio mediante critiche di facciata alla forma e non alla sostanza - la linea editoriale dominante risulta chiara. Le aggressioni russe vengono condannate senza attenuanti, mentre quelle statunitensi vengono sistematicamente relativizzate.

Una distinzione che non regge né sul piano logico né su quello etico: se un’azione militare è sbagliata perché produce morti innocenti, non è possibile celebrarne i risultati. Farlo equivale a esultare per un omicidio dichiarandosi, allo stesso tempo, turbati dal temperamento violento dell’assassino. “Per i giornalisti filo-americani - scrive Orsini - le aggressioni della Russia vanno condannate senza se e senza ma, mentre le aggressioni degli Stati Uniti devono essere giudicate con i se e i ma”. E aggiunge: “Se Trump ha fatto qualcosa di buono (rapire Maduro), non può essere cattivo, giacché i cattivi non fanno intenzionalmente del bene. Sin dal primo giorno dell’invasione russa, questa rubrica, suscitando indignazione nel Corriere della Sera, aveva scritto che le grandi potenze agiscono in modi analoghi, laddove possibile. Il Corriere della Sera affermava che gli Stati Uniti sono diversi dalla Russia. Poi sono arrivati i morti innocenti a Gaza. Ora arrivano quelli di Caracas. Ogni Stato satellite ha bisogno di creare un giornalismo che nobiliti la propria sudditanza, politica e morale, alla potenza dominante”.

Fonte: Il Fatto Quotidiano

Foto © Imagoeconomica 

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