“Dopo Maduro, Bogotá: Trump dipinge Petro come ‘signore della coca’ per preparare la prossima missione punitiva. Lui pronto ad imbracciare le armi
Così come il lupo ferito aumenta a dismisura la sua ferocia, così l’impero in decadenza mostra il suo vero volto brutale e distruttivo pur di mantenere la sua egemonia.
I numeri parlano chiaro: il deficit federale USA nel 2025 è di circa 1,8 trilioni di dollari, pari al 5,9% del PIL, con un debito pubblico complessivo nell’ordine di 33–34 trilioni, sopra il 120% del PIL e proiettato verso il 140% nel prossimo decennio. Nello stesso tempo, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali è scesa intorno al 54–55% (circa 6,8 trilioni su 12,3 di riserve in valuta) e verso il 48% se si include l’oro, segnalando una lenta dedollarizzazione da parte di molte banche centrali. Qualora il dollaro perda il suo status di moneta di riserva globale, alimentando un flusso costante verso i buoni di tesoro Usa, l’economia statunitense crollerà inesorabilmente.
In questi termini va letta la ferocia dell’élite che dà ordini a Donald Trump. Il tycoon dopo aver portato a segno la cattura di Nicolas Maduro e sua moglie, Cilia Flores in un’azione che, secondo il New York Times ha provocato 80 morti, ora allarga esplicitamente lo spettro delle minacce militari evocando apertamente il rischio di nuove operazioni armate anche in altri Paesi dell’emisfero occidentale, presentandole come possibili estensioni del modello venezuelano. Ed ecco che la Colombia viene indicata come prossimo potenziale bersaglio: nelle sue parole, il Paese è governato da “un uomo malato a cui piace produrre cocaina”, e potrebbe essere teatro di “una missione simile” a quella condotta in Venezuela, con la stessa logica di “normalizzazione” forzata del quadro politico.
Il presidente colombiano Gustavo Petro, in seguito alle minacce degli Stati Uniti, ha dichiarato di essere pronto a riprendere le armi.
"Se arrestate un presidente amato e rispettato da una parte significativa del mio popolo, scatenerete il giaguaro del popolo... Anche se non sono stato un soldato, conosco la guerra e la lotta sotterranea. Ho giurato di non toccare mai più un'arma dalla firma del trattato di pace del 1989, ma per il bene della mia patria, riprenderò le armi, cosa che non voglio", ha scritto sui social media.
La colpa di Petro, questa volta, è di aver adottato posizioni che minano direttamente le priorità strategiche di Washington: nel maggio 2025, la Colombia ha aderito alla Belt and Road Initiative cinese, rompendo l'esclusività della sfera di influenza USA. A luglio, inoltre, ha annunciato l'uscita della Colombia dalla NATO, la sospensione della condivisione d’informazioni con CIA e dal 2024 ha inoltre rotto le relazioni diplomatiche con Israele, bloccando tutte le esportazioni di carbone verso lo Stato ebraico.
Certamente in uno scenario di guerra, la narrativa antidroga fornirebbe la copertura legale e morale per un intervento diretto. La Colombia produce oltre 1.010 tonnellate di cocaina annualmente, con coltivazioni di coca che si estendono su 245.000 ettari (2021). Un mercato che, tuttavia, ha visto implicate anche le agenzie d’intelligence Usa.
Le commissioni interne (Ispettore Generale CIA e Dipartimento di Giustizia) hanno riconosciuto in più casi che l’Agenzia ha lavorato con asset implicati nel traffico o ha ignorato consapevolmente segnalazioni su droga in contesti operativi sensibili.
Basti pensare al caso del Nicaragua. Manuel Noriega rappresenta il prototipo perfetto dell'alleato che viene eliminato quando smette di collaborare pienamente. Fu agente della CIA dagli anni '50 agli anni '80, supportando attivamente i Contras nicaraguensi e i gruppi paramilitari in El Salvador. Parallelamente, facilitava il traffico di droga del Cartello di Medellín e operazioni di riciclaggio, attività che la CIA tollerava perché Noriega risultava strategicamente utile.
Il punto di rottura arrivò quando Noriega rifiutò di cedere il controllo del Canale alla vigilia del passaggio definitivo a Panama previsto per il 1999. Da alleato prezioso divenne quindi "pericoloso" per Washington che avviò prontamente l’operazione Just Cause nel dicembre 1989 per rovesciarlo.
La Groenlandia
L’eco dell’operazione venezuelana arriva anche fuori dall’America Latina e si proietta sul dossier artico. Trump ha ribadito che gli Stati Uniti “hanno bisogno della Groenlandia” per ragioni di sicurezza nazionale, spiegando che «non abbiamo bisogno della Groenlandia per i minerali e il petrolio, ma per la sicurezza. Dobbiamo averla. Abbiamo bisogno della Groenlandia per la sicurezza nazionale” e insistendo sul fatto che l’isola è “così strategica” da non poter essere lasciata alla sola responsabilità di Copenaghen. Nella sua narrazione, in questo momento la Groenlandia sarebbe “circondata da navi russe e cinesi ovunque” e la Danimarca “non sarà in grado di occuparsene”, il che renderebbe necessario un maggiore controllo statunitense sul territorio e sulle infrastrutture militari presenti nell’Artico.
Al contempo, l’isola possiede ricchezze minerarie straordinarie che sono diventate criticamente importanti nell'era della transizione energetica e della competizione tecnologica: contiene 43 dei 50 minerali considerati "critici" dal governo americano e 25 dei 34 materiali della lista ufficiale UE. Le stime suggeriscono disponibilità di 42 milioni di tonnellate di elementi di terre rare—circa 120 volte più di quanto sarà estratto a livello mondiale nel 2023. Questi includono rame, cobalto, nichel, grafite, litio, neodimio e disprosio—elementi essenziali per telefoni cellulari, computer, batterie, veicoli elettrici e turbine eoliche. Un parco di materie prime fondamentale per mitigare il colossale deficit statunitense, nonché la dipendenza crescente dalla Cina sul fronte delle terre rare di cui il continente detiene l'ottava riserva più grande al mondo.
Ma non finisce qui. Le stime geologiche indicano che la Groenlandia contiene circa 17 miliardi di barili di petrolio non scoperto e 138 trilioni di piedi cubi di gas naturale. L'USGS stima che il bacino groenlandese contenga il 13% del petrolio non scoperto al mondo e il 30% del gas non scoperto nella regione artica. Tuttavia, l'esplorazione è stata lenta a causa degli elevati costi operativi, della complessità tecnologica, delle condizioni ambientali estreme e dell'infrastruttura limitata. 
Gustavo Petro
Si torna allo scontro con l’Iran
Il discorso del tycoon si è chiuso con un avvertimento diretto a Teheran, sullo sfondo delle proteste contro il carovita e il governo. Trump ha lanciato un ultimatum alla leadership iraniana, scrivendo che “se l’Iran spara e uccide violentemente manifestanti pacifici, come è loro abitudine, gli Stati Uniti interverranno” e precisando che Washington “accorrerà in loro soccorso” e che gli Usa sono “armati e pronti ad agire” in difesa dei dimostranti. La repressione “nel sangue” delle manifestazioni viene così presentata come una linea rossa, il cui superamento porterebbe gli Stati Uniti a “colpire molto duramente” il regime.
A oggi, le proteste partite dal Gran Bazar di Teheran il 28 dicembre si sono estese a decine di province, con un bilancio di almeno 19–20 morti accertati e circa 1.000 arresti. La crisi resta alimentata dal crollo del rial, dall’inflazione fuori controllo e dal logoramento prodotto dalla guerra con Israele e dal ripristino delle sanzioni ONU, mentre da Washington e Tel Aviv arrivano segnali di possibile nuova offensiva militare contro l’Iran.
La radice della rivolta rimane una crisi economica devastante: il rial ha toccato sul mercato nero circa 1,42 milioni per dollaro, dopo aver perso più del 60% del proprio valore dall’inizio del conflitto con Israele, mentre l’inflazione generale si aggira attorno al 42% e quella alimentare sfiora il 70–72%, divorando i redditi delle famiglie. A questo si aggiungono i danni bellici alle infrastrutture energetiche e idriche e il ritorno delle sanzioni ONU tramite il meccanismo di “snapback”, che ha di nuovo stretto il cappio su petrolio, gas, sistema bancario e bond iraniani, aggravando la fragilità strutturale della Repubblica Islamica descritta dagli stessi oppositori in esilio.
Su questo sfondo tornano in primo piano anche le dinamiche economico‑strategiche legate alla “shadow fleet” di petroliere iraniane e russe e al controllo delle rotte energetiche: il progressivo sequestro o blocco di queste navi, giustificato con cavilli legali sullo status di “nave senza nazionalità”, restringe l’offerta di capacità di trasporto e tende a far salire i noli a vantaggio dei grandi gruppi armatoriali e dei fondi che li controllano. In prospettiva, molti osservatori vedono in un eventuale “regime change” la chiave per aprire alle privatizzazioni forzate degli asset energetici della NIOC – che possiede le quarte riserve petrolifere e le seconde di gas al mondo – trasformando la crisi attuale nell’occasione finanziaria più grande degli ultimi decenni per fondi sovrani e private equity, sempre che l’ennesima rivoluzione “colorata” riesca davvero a rovesciare l’attuale establishment.
Foto © Imagoeconomica
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