Una finta pace apre agli investimenti, mentre ai palestinesi viene strappato l’accesso alle risorse: Eni tra i protagonisti
La tregua a Gaza, formalmente in vigore ormai da diverse settimane, appare sempre più come una finzione e sempre meno come una reale soluzione diplomatica. Sul terreno, la violenza non si è mai davvero fermata, tutt’altro. Dall’inizio del cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti, Israele ha causato la morte di centinaia di palestinesi, con bombardamenti che, secondo fonti locali e osservatori internazionali, proseguono quasi quotidianamente. All’interno di questo scenario, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha approvato una risoluzione che apre alla creazione di un meccanismo di governance transitorio e di una forza internazionale a guida statunitense incaricata della sicurezza e della smilitarizzazione di Gaza. Un passaggio che - secondo i promotori - dovrebbe accompagnare la ricostruzione e preparare un futuro trasferimento dei poteri all’Autorità Palestinese. Ma per molti osservatori, e soprattutto per la relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, si tratta di un passo che rischia di consolidare, più che superare, l’attuale squilibrio di potere. Il suo è un giudizio netto: la risoluzione, così com’è concepita, viola il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese e si pone in contrasto con i principi fondanti della Carta delle Nazioni Unite.
Per Albanese, l’istituzione di un “Board of Peace” presieduto dagli Stati Uniti introduce una forma di controllo esterno su governance, confini, sicurezza e ricostruzione della Striscia, affidandola a un attore che non è neutrale ma parte attiva del conflitto. Non una soluzione condivisa, dunque, ma l’imposizione di un assetto deciso altrove, sostenuto dalla minaccia implicita di un uso continuativo della forza contro una popolazione già stremata.
Albanese ha ricordato infatti che Israele continua a uccidere, affamare, mutilare e sfollare la popolazione di Gaza nonostante la tregua, parlando di oltre un centinaio di violazioni del cessate il fuoco, decine di morti e centinaia di feriti in poche settimane. Accuse che si intrecciano con quelle rivolte al governo di Benjamin Netanyahu per aver ostacolato l’ingresso degli aiuti umanitari, mantenuto chiuso il valico di Rafah e giustificato nuovi bombardamenti sulla base di presunte violazioni da parte di Hamas, contestate dal movimento palestinese e da diversi analisti internazionali. Insomma, una situazione più che drammatica, e che trova le sue conferme anche nelle immagini dell’ultima puntata di Report.
La tregua sulla carta
Nonostante il piano di pace voluto dal presidente americano Donald Trump e firmato lo scorso 9 ottobre in Egitto, accordo definito dallo stesso tycoon “storico e in grado di ridisegnare le sorti del Medio Oriente”, a Gaza continuano a piovere bombe, con migliaia di ordigni rimasti inesplosi sotto il tappeto di macerie che da tempo contraddistingue ciò che resta del territorio palestinese occupato. 
Lo ha confermato anche il portavoce della Protezione civile, Mahmoud Bassal, che ai microfoni di Report ha spiegato come le forze israeliane abbiano lanciato “più di duecentomila tonnellate di bombe su Gaza. Le restanti 71mila tonnellate non sono esplose”. Ordigni che si trovano ovunque e che “rappresentano una minaccia continua per la vita dei civili”.
Una condotta, quella di Israele, che spiegherebbe anche il motivo per cui, nei due anni di attacchi genocidari, non è mai stato concesso alle telecamere della stampa internazionale di entrare nella Striscia di Gaza. Mentre coloro che già si trovavano all’interno, i giornalisti palestinesi, sono stati sistematicamente colpiti: circa 300 sono stati uccisi. Per il Committee to Protect Journalists si tratta del bilancio più alto mai registrato in un singolo conflitto.
Del resto, come ha precisato Ajit Sunghay, direttore dell’Alto commissariato ONU per i diritti umani nei territori palestinesi occupati, “quello che è stato firmato è un cessate il fuoco, non la fine della guerra. Israele continua a controllare lo spazio aereo, le frontiere e il mare di Gaza. E questo significa che, giuridicamente, l’occupazione continua”.
A continuare sono anche le ritorsioni contro chi difende il diritto internazionale. Giudici e funzionari delle Nazioni Unite - ha spiegato la giornalista di Report Nancy Porsia - finiscono nel mirino dei governi e delle potenze che considerano la legge un ostacolo agli interessi economici. “So per certo - ha sottolineato Cuno Tarfusser, già giudice della Corte penale internazionale - che alcuni giudici e procuratori non hanno neanche più accesso alle loro email perché sono stati sanzionati”.
Tra questi figura anche la relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, pesantemente sanzionata dagli Stati Uniti per aver collaborato con la Corte penale internazionale, accusando Israele di genocidio e denunciando il coinvolgimento di numerosi attori del settore privato con grandi interessi economici: “una vera economia di genocidio”, così l’ha definita Albanese.
È il caso, ad esempio, di Joseph Pelzman, fondatore dell’organizzazione di ricerca Ceesmena e autore del piano di ricostruzione di Gaza che prevede la trasformazione della Striscia nella cosiddetta “Gaza Riviera”. Un progetto che per molti analisti e giuristi internazionali rischia di tradursi in una forma di ingegneria coloniale post-bellica, dove il sangue di decine di migliaia di uomini, donne e bambini palestinesi è stato versato per andare incontro a una visione neoliberale che punta alla ricostruzione del territorio per fare spazio a un grande hub turistico ed economico affacciato sul Mediterraneo, con investimenti privati su larga scala, infrastrutture moderne, zone residenziali di lusso, porti, aree commerciali e servizi ad alto valore.
Gli interessi economici che oggi ruotano attorno alla ricostruzione della Striscia di Gaza, infatti, non mancano. E non mancano neppure i conflitti di interesse. È il caso di Jared Kushner, genero di Donald Trump ed ex consigliere della Casa Bianca per il Medio Oriente, fondatore di Affinity Partners, un fondo di investimento alimentato soprattutto da capitali sovrani del Golfo e con interessi strategici nella regione.
Kushner ha avuto un duplice ruolo: da un lato architetto della linea politica statunitense che ha marginalizzato la questione palestinese, dall’altro investitore privato che ha parlato di Gaza come di un territorio dal “grande potenziale immobiliare” dopo la guerra. Un’affermazione che ha sollevato immediate polemiche per la chiara convergenza tra scelte geopolitiche, distruzione bellica e spietata opportunità di profitto. 
Il bottino di guerra: il caso Eni
Accanto agli interessi immobiliari e finanziari, sullo sfondo del conflitto e della ricostruzione di Gaza pesano anche quelli legati al greggio e al gas naturale. È qui che il tema del conflitto di interessi si allarga: la stabilizzazione “securitaria” della Striscia e una governance esterna aprirebbero la strada non solo a grandi operazioni di ricostruzione, ma anche a un riordino degli asset energetici nel Mediterraneo. Non è un caso se, per molti analisti, la guerra e il dopoguerra di Gaza non riguardano soltanto sicurezza e diplomazia, ma anche il controllo di rotte, giacimenti e rendite energetiche.
Ed è sempre in questo contesto che, nel macabro gioco degli interessi finanziari legati al territorio di Gaza, compare anche l’italiana Eni, entrata ormai a pieno titolo nel sistema energetico israeliano attraverso partnership dirette con il Ministero dell’Energia di Israele e con Delek Group, finita nella lista nera delle Nazioni Unite - ha spiegato Eva Pastorelli dell’associazione ReCommon - perché opera illegalmente nei territori palestinesi occupati.
Effettivamente, le attività di Eni si collocano in un’area dove esistono risorse contese e dove ai palestinesi è di fatto impedito l’accesso ai propri giacimenti. “A inizio 2023 - ha spiegato Report - Eni partecipa al bando indetto dal governo israeliano per l’esplorazione e lo sfruttamento di nuovi giacimenti di gas nel Mediterraneo orientale. Solo poche settimane dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre e l’inizio dei bombardamenti su Gaza, Eni ottiene sei delle dodici licenze assegnate da Tel Aviv”.
Al centro di questa storia vi è il giacimento Gaza Marine, scoperto alla fine degli anni Novanta al largo della Striscia e situato per circa il 62 per cento in acque palestinesi. Le stime indicano riserve di gas significative, sufficienti a garantire per molti anni il fabbisogno energetico palestinese e a generare entrate decisive per l’economia dei Territori occupati. Peccato però che Israele eserciti un controllo di fatto sulle acque, sulle infrastrutture e sulle autorizzazioni, escludendo completamente i palestinesi.
Sergio Bianchi, analista di Agenfor International, ha spiegato l’utilizzo che viene fatto del giacimento Gaza Marine e soprattutto da chi. “Le riserve di gas offshore rispetto alle acque palestinesi hanno in questo momento una capacità di produzione pari a 40 miliardi di metri cubi l’anno. Una parte di queste risorse è destinata al fabbisogno interno israeliano, mentre numerosi Paesi europei le utilizzano attraverso i rigassificatori. L’Italia - ha proseguito Bianchi - è tra i Paesi che importano queste risorse, che potrebbero essere strategiche per la Palestina. Ma il vero problema è diventato come cacciare i palestinesi, come non riconoscere lo Stato palestinese, togliendo alla Palestina la possibilità di sfruttare risorse energetiche fondamentali per diventare un’entità autonoma”. Risorse sottratte da acque palestinesi attraverso Israele, che non è neppure firmatario della Convenzione ONU sul diritto del mare. In pratica, Israele sta derubando il popolo che sta uccidendo.
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