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Alla fine siamo arrivati al punto in cui l’Amministrazione Trump ha scoperto le tavole da gioco sulla scacchiera internazionale. 
La nuova National Security Strategy (NSS) statunitense segna un nuovo passo rispetto a quelle degli anni precedenti. Il nuovo documento, in un certo senso, sembra una rivisitazione della Dottrina Monroe, il principio di politica estera statunitense proclamato dal presidente James Monroe nel 1823, che prevedeva il non intervento degli Stati Uniti negli affari europei. La ragione di questo cambiamento è evidente: Trump e i suoi alleati sono convinti che Washington non sia più in grado di gestire da sola la politica globale. Richiederebbe troppe spese, ma produrrebbe benefici incomparabilmente inferiori. 
A questo proposito, con tempismo perfetto, poche ore fa, funzionari del Pentagono coinvolti nelle politiche NATO, citati dalla Reuters, hanno comunicato ai partner europei che, entro il 2027, l’Europa dovrà assumersi la responsabilità della maggior parte delle capacità di difesa convenzionali dell’Alleanza, dall’intelligence ai sistemi missilistici.  Secondo le fonti, se gli alleati europei non rispetteranno questa scadenza, gli Stati Uniti potrebbero persino ritirarsi da alcuni dei meccanismi di coordinamento della difesa all’interno della NATO. La questione sarebbe già nota — e motivo di preoccupazione — tra diversi rappresentanti di Capitol Hill, ha spiegato una fonte statunitense. 

Washington avrebbe inoltre ribadito che i progressi europei nel rafforzamento delle proprie capacità militari dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022 non sono ancora considerati sufficienti. “Gli alleati hanno riconosciuto la necessità di investire di più nella difesa e di spostare il carico sulla difesa convenzionale” dagli Stati Uniti all’Europa, ha detto il funzionario.

Una delle novità più concrete del documento è l'annuncio del cosiddetto "Hague Commitment", che impegnerebbe i Paesi NATO a portare la spesa per la difesa al 5% del PIL entro il 2035.
Per mettere in prospettiva la portata di questa richiesta, raggiungere il 5% richiede 1.9 trilioni di dollari di spesa annuale aggiuntiva in tutta la NATO. Secondo un rapporto del think tank Bruegel, i costi necessari ammonterebbero a oltre 250 miliardi di dollari all'anno, o circa il 3.5% del PIL, per i Paesi europei. La sfida è immane: i proiettili di artiglieria da 155mm che costavano 2.000 dollari prima del 2022 ora superano gli 8.000 dollari, e i carri armati Leopard 2 venduti all'Olanda per 23 milioni di dollari nell'ottobre 2024 sono stati venduti all'Austria nel febbraio 2025 a 30 milioni per unità. 

La NSS sottolinea che "gli alleati europei godono di un significativo vantaggio in termini di hard power rispetto alla Russia sotto quasi ogni aspetto, eccetto le armi nucleari".  Tradotto: il vecchio continente ha i mezzi ma manca della volontà politica di assumersi la responsabilità di attore autonomo nella guerra convenzionale contro Mosca. E l’America non intende più supplire indefinitamente a questa carenza.

In ogni caso Washington ha scelto di adottare un messaggio fin troppo conciliante con la Russia per scaricare tutte le conseguenze di un’escalation su Bruxelles.

La NATO “non può essere vista come un’organizzazione in espansione continua” ed è una priorità “porre fine alla percezione e prevenire la realtà” di un’alleanza in costante allargamento, ha affermato Donald Trump nei giorni scorsi, dando un assist alle cause profonde della guerra in Ucraina spesso evocate da Vladimir Putin.
Se portata fino in fondo, la linea di Trump implicherebbe una sostanziale chiusura della “porta aperta” della NATO, in particolare verso ulteriori allargamenti a est e verso paesi come Ucraina e Georgia. 


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Sull’Ucraina necessaria fine delle ostilità

La nuova NSS esplicita, a questo proposito, che "è un interesse prioritario degli Stati Uniti negoziare una rapida cessazione delle ostilità in Ucraina, al fine di stabilizzare le economie europee, prevenire escalation non intenzionali o espansione del conflitto, ristabilire la stabilità strategica con la Russia, e permettere la ricostruzione post-bellica dell'Ucraina per garantirne la sopravvivenza come Stato vitale".​ L'obiettivo dichiarato non è più la vittoria o il ripristino dell'integrità territoriale ucraina, ma il "ristabilimento della stabilità strategica con la Russia". Il documento non condanna la Russia per aver iniziato o proseguito il conflitto, attribuendo invece la responsabilità della continuazione della guerra ai "funzionari europei che mantengono aspettative irrealistiche sul conflitto, facendo affidamento su governi minoritari instabili che calpestano i principi fondamentali della democrazia per sopprimere l'opposizione".

Washington mette le mani avanti, anche alla luce delle ultime indiscrezioni di Bloomberg, secondo cui l’incontro tra l’inviato speciale Usa Steve Witkoff, il genero di Trump Jared Kushner e il Segretario del Consiglio per la sicurezza e la difesa nazionale ucraino Rustem Umerov, affiancato dal Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate ucraine Andriy Hnatov, avrebbe mostrato pochi segnali di una svolta significativa capace di dare nuovo slancio ai negoziati.
"Nonostante il linguaggio positivo, c'erano pochi segnali di una svolta importante che potesse dare nuovo impulso ai negoziati", afferma la pubblicazione.

Washington si concentra sul confronto con Pechino

La NSS sembra aver messo nero su bianco la strategia del Sottosegretario alla Difesa Elbridge Colby che già in passato aveva promosso la proposta di ridurre gli impegni in Europa e Medio Oriente per concentrarsi sulla deterrenza cinese nel Pacifico, contro i senatori repubblicani Roger Wicker e Dan Sullivan, "falchi della difesa reaganiani" che lo accusano di "minare la sicurezza nazionale.

Ebbene nel documento, l'Indo-Pacifico emerge come teatro strategico cruciale, definito "uno dei principali campi di battaglia economici e geopolitici del prossimo secolo".
La strategia è esplicita riguardo a Taiwan, terreno di scontro più caldo con Pechino che vede l’isola come parte inalienabile, e la “riunificazione” come un obiettivo storico da raggiungere preferibilmente in modo pacifico ma senza escludere l’uso della forza.
"Dissuadere un conflitto su Taiwan, idealmente preservando la superiorità militare schiacciante, è una priorità", afferma il documento che menziona Taipei otto volte in tre paragrafi, concludendo che "c'è giustamente molta attenzione su Taiwan" a causa della sua posizione strategica nelle acque ricche di commercio e della sua leadership nella produzione di semiconduttori.​

Un elemento centrale della strategia per l'Indo-Pacifico è la difesa della Prima Catena di Isole, la linea strategica che si estende dal Giappone al Sud-Est asiatico. "Svilupperemo una forza militare capace di negare l'aggressione ovunque" lungo questa catena. Tuttavia, aggiunge immediatamente: "Ma le forze armate americane non possono, e non dovrebbero dover, sostenere questo peso da sole. I nostri alleati devono aumentare la loro spesa e, cosa più importante, fare molto di più per la difesa collettiva".​


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La strategia chiede esplicitamente a Giappone e Corea del Sud di incrementare la spesa per la difesa, "con un focus sulle capacità—incluse nuove capacità—necessarie per dissuadere gli avversari e proteggere la Prima Catena di Isole". Questo richiede anche a Taiwan e Australia di aumentare gli investimenti militari.​

Ed ecco che proprio la pianificazione militare giapponese si concentra su un possibile conflitto nello Stretto di Taipei. Il primo ministro Sanae Takaichi ha dichiarato in parlamento che un intervento cinese con navi da guerra contro Taiwan costituirebbe una “situazione che minaccia la sopravvivenza del Giappone”.
Gli investimenti di quest’anno parlano da soli. Nel 2025 il Giappone ha approvato un bilancio della difesa record di 8,7 trilioni di yen, pari a circa 55 miliardi di dollari, con un aumento del 9,4% rispetto all’anno precedente e l’obiettivo di portare la spesa militare al 2% del PIL entro il 2027, superando il tradizionale limite dell’1%.

Il programma include l’ammodernamento del missile Type‑12 con un raggio di 1.000 km capace di raggiungere obiettivi nella Cina continentale, l’acquisto di 400 missili Tomahawk statunitensi con gittata di 1.600 km per le navi Aegis, la ricerca su sistemi ipersonici e proiettili HVGP e la creazione di una costellazione di 50 satelliti per intelligence e targeting operativa entro il 2027. Gli investimenti destinati a tali progetti ammontano a 5,95 miliardi di dollari per lo sviluppo missilistico e 1,8 miliardi per l’infrastruttura spaziale, segnando il passaggio delle Forze di Autodifesa da ruolo puramente difensivo a capacità offensiva proiettata.

L'obiettivo è "rafforzare la capacità degli Stati Uniti e dei suoi alleati di contrastare qualsiasi tentativo di conquistare Taiwan" o qualsiasi azione che renderebbe "la difesa di quell'isola impossibile". La strategia enfatizza che prevenire che un qualsiasi concorrente controlli il Mar Cinese Meridionale è vitale per mantenere aperte e libere le rotte commerciali.
Non si tratta di una nuova retorica pacifista, quella della National Security Strategy. È un riassestamento delle risorse investibili per contrastare l’inesorabile caduta dell’ex egemone impero Usa. 

Foto di copertina © Imagoeconomica 

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