Il Viminale accelera dopo le frasi sul 7 ottobre e l’imam si difende: “Non sono una persona che incita alla violenza”
Mohamed Shahin, 47 anni, imam della moschea di San Salvario a Torino e punto di riferimento per la comunità islamica torinese, è stato raggiunto da un decreto di espulsione firmato dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Il motivo alla base del provvedimento sono le parole pronunciate da Shahin il 9 ottobre scorso, pochi giorni dopo la ricorrenza che ricorda l’eccidio compiuto da Hamas in Israele: l’imam si era infatti detto “personalmente d’accordo”, perché ciò che è avvenuto “non è una violenza ma una reazione”. Poi, in aula, ha voluto precisare che ciò che intendeva comunicare era il fatto che “anche il popolo palestinese dovrebbe avere una propria sovranità”.
In un clima quantomeno rovente anche in Italia, le parole che Shahin ha pronunciato durante una manifestazione in piazza Castello sono state lette come un sostegno implicito all’attacco di Hamas. Da qui, la reazione repentina del Viminale con il provvedimento in cui l’imam, da vent’anni in Italia, viene descritto come “portatore di un’ideologia fondamentalista e di chiara matrice antisemita”, e a cui viene attribuito un “ruolo di rilievo in ambienti dell’islam radicale”.
A questo si aggiungono anche i suoi presunti contatti con figure considerate vicine al terrorismo jihadista, in particolare Halili Elmadi, ritenuto appartenente all’Isis e arrestato dalla Digos a Lanzo, e Giuliano Ibrahim Delnevo, il giovane genovese morto in Siria dopo essersi unito ai combattenti islamisti. Per le autorità, questo quadro complessivo basta a considerarlo un soggetto pericoloso.
Da quel momento, l’imam viene trattenuto in un Cpr, il Centro di permanenza per il rimpatrio di Caltanissetta, in attesa che l’espulsione venga eseguita. Qui si è aperto il fronte giudiziario, con la Corte d’appello di Torino che deve decidere se convalidare o meno il trattenimento nel Cpr, cioè se lui possa essere tenuto lì in vista del rimpatrio oppure no. Shahin, che ha partecipato all’udienza in videocollegamento dal centro siciliano, ha ribadito: “Non sostengo Hamas e non sono una persona che incita alla violenza”. Sulle sue parole riguardo al 7 ottobre, ha precisato che non si trattava di un’apologia della strage, ma di una presa di posizione a favore dell’autodeterminazione palestinese, formulata in modo infelice e poi letta come apologia del terrorismo.
Al tempo stesso, l’imam ha voluto sottolineare che le persone ritenute vicine ad ambienti del terrorismo jihadista, in realtà, non le ha mai frequentate. Shahin ha raccontato in aula che Halili Elmadi “frequentava la moschea”, ma questo, nella sua ricostruzione, non implica alcuna adesione ideologica; e che Giuliano Delnevo lo aveva conosciuto quasi per caso, fermato insieme a lui durante un controllo stradale a Imperia.
Riguardo al provvedimento di espulsione, Shahin ha spiegato ai giudici di temere per la propria vita, perché sarebbe un oppositore del regime di al-Sisi. I suoi legali, gli avvocati Gianluca Vitale e Ahmed Jama, hanno insistito proprio su questo punto: un eventuale ritorno in Egitto - hanno detto - equivarrebbe a “una morte certa”. Ad ogni modo, per loro la vera questione è duplice: da un lato, se sia legittimo usare lo strumento dell’espulsione amministrativa per punire ciò che considerano in sostanza un’opinione politica, per quanto discutibile; dall’altro, se la pericolosità di Shahin sia realmente tale da giustificare la privazione della libertà dentro un Cpr.
Mentre il procedimento giudiziario segue il suo corso, fuori dal tribunale la vicenda sembra voler diventare un caso politico. Intanto cresce anche la mobilitazione a Torino: da un lato sindacati, associazioni, movimenti studenteschi e collettivi; dall’altro una parte del mondo cattolico e delle Chiese protestanti torinesi.
La “Rete del dialogo cristiano islamico” ha deciso di scrivere una lettera direttamente al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e, per conoscenza, al ministro Piantedosi per spiegare che, in realtà, Shahin è un uomo dedito al lavoro e al dialogo. Ma anche un riferimento per la sua comunità e un interlocutore delle istituzioni. Firmata da realtà come il vescovo di Pinerolo Derio Olivero (che è anche presidente della Commissione Cei per l’ecumenismo e il dialogo), la Chiesa Evangelica Valdese, la Commissione diocesana per l’ecumenismo e il Coordinamento dei centri islamici di Torino, la lettera chiede esplicitamente che l’imam venga rilasciato e che gli sia permesso di continuare la sua opera di “dialogo e solidarietà”.
Nel frattempo, il fronte politico si dispone su linee prevedibili. La destra sostiene la scelta del Viminale, difendendo l’espulsione come atto dovuto in un contesto internazionale segnato dal terrorismo e dal conflitto in Medio Oriente. La sinistra, invece, chiede al governo di fare un passo indietro: Avs, Movimento 5 Stelle e Partito Democratico presentano un’interpellanza alla Camera per bloccare il rimpatrio. Si aggiungono i sindacati, come la Cgil, che criticano l’uso dei Cpr e più in generale degli strumenti amministrativi dell’immigrazione come mezzi per colpire il dissenso politico e, in questo caso, per “razzializzare” quel dissenso.
Intanto, a Torino sono stati organizzati presìdi e cortei: un presidio alla moschea di via Saluzzo per dire che Shahin “non rappresenta un pericolo per lo Stato italiano”; una fiaccolata in piazza Castello, sotto la prefettura, con oltre cinquecento persone, che si è chiusa davanti a Palazzo Civico per chiedere al Comune di esporsi pubblicamente e sostenere la richiesta di liberazione. Fra i presenti ci sono anche esponenti politici, come la capogruppo regionale di Avs Alice Ravinale, gruppi di Fridays for Future, sindacalisti dell’Usb, attivisti del coordinamento “Torino per Gaza”. Alcuni richiamano apertamente la difesa della libertà di espressione: per loro, Shahin è recluso “per aver espresso un’opinione”.
Fonte: La Stampa
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