Durante il regime Videla lo stabilimento era centro nevralgico de “los grupos de tarea” a campana, negli anni molti dipendenti scomparvero nel nulla
Quando pensiamo alla dittatura degli anni ‘70 in Argentina e ai crimini commessi, ci vengono in mente militari in uniforme che entrano con violenza nelle case, sequestrano persone, le portano nelle sale di tortura e, ormai sfinite, le lanciano da un aereo, nel vuoto, ancora semicoscienti, al Río de la Plata (Fiume de la Plata).
Lo stereotipo che abbiamo costruito sui responsabili del genocidio è valido, ma solo in parte. L’immaginario collettivo identifica immediatamente gli autori materiali dei crimini: qualsiasi uomo in uniforme, appartenente alla polizia, alla marina o all’esercito, è “l’altro” che ha avuto un “raptus psicotico” di violenza collettiva, nel quale è difficile o quasi impossibile riconoscersi, e quindi facile da condannare. Ma il germe della mentalità genocida è molto più vicino a noi di quanto vorremmo: fa parte della nostra normalità quando consideriamo che sia una persona di successo, un imprenditore di prestigio sociale, filantropo e benefattore della comunità.
Gli avvocati Pablo Llonto ed Elizabeth Alcorta hanno recentemente presentato una richiesta di indagine nei confronti di 31 dirigenti dell’azienda Dálmine, oggi conosciuta come Siderca, appartenente al gruppo Techint della famiglia Rocca, di origine italiana. Tra gli imputati figurano dirigenti dello stabilimento, responsabili del settore del personale, delle relazioni industriali, delle relazioni sindacali e del personale addetto alla sicurezza aziendale. Spetta ora alla giudice Alicia Vence decidere se rinviare o meno a giudizio questo nuovo ramo del mega-caso Campo de Mayo, nota come Área 400. Dietro la montagna di testimonianze raccolte nel corso degli anni nei vari processi, emerge un quadro che consente di individuare, almeno in parte, i mandanti delle sparizioni avvenute nella città di Campana, dove l’azienda continua tuttora a operare.
Si stima che tra il 60% e il 70% delle persone scomparse (desaparecidos) in quella zona fossero dipendenti diretti o esterni di Siderca. L’apparato repressivo istituito a Campana negli anni ‘70 ebbe nell’azienda il suo centro nevralgico di operazioni. Le installazioni della fabbrica furono messe a disposizione dell’esercito, che rientrava in un meccanismo di disciplina e controllo sull’intera comunità. Le testimonianze riferiscono che molti operai scomparsi furono sequestrati mentre andavano o tornavano dal lavoro. Alcuni furono convocati durante l’orario di servizio negli uffici delle risorse umane, per poi sparire. Altri, invece, furono prelevati dalle loro case nel cuore della notte, grazie ai dati forniti dalla stessa azienda per poterli localizzare.
La persecuzione ideologica contro la classe operaia, portata avanti dalla dirigenza di Siderca, rese possibile l’utilizzo di strutture come l’Hotel Dálmine, consegnato ai militari come punto di coordinamento dell’apparato repressivo. Va inoltre ricordato il Club sportivo e sociale Dálmine, dove vennero condotte persone sequestrate per essere torturate durante la prigionia. L’azienda Dálmine, inoltre, finanziò parte delle operazioni attraverso donazioni o attività di beneficenza, come quelle a favore della stazione di polizia di Campana, e sponsorizzando pubblicazioni interne dei servizi d’intelligence del famigerato Battaglione 601.
Occorre ricordare che il principale soggetto politico preso di mira dallo sterminio genocida fu la classe operaia organizzata. Considerando i desaparecidos e i sopravvissuti, tra i 102 lavoratori vittime, almeno 22 erano rappresentanti sindacali e 3 facevano parte delle varie commissioni interne. Fu questo il nucleo di resistenza che sfidò il potere dell’establishment, motivo per cui venne annientato. Quando le forze repressive irrompevano nelle abitazioni o sequestravano persone per strada, spesso quelle vittime erano già identificate nelle “liste nere” redatte dai vertici delle principali aziende argentine. Erano loro a volerne sapere di più sui propri dipendenti, e ad ascoltare attentamente, tra le urla di terrore e i balbettii disperati che provenivano dalle sale di tortura.
Le grandi imprese non furono solo complici della dittatura genocida: furono complici e mandanti nel promuovere in tutto il paese una politica economica fondata sugli affari, realizzabile solo mediante la creazione di un soggetto sociale sottomesso e disciplinato, che non oserebbe mettere in discussione la distribuzione dei profitti, così da poter mostrare al mondo parametri di gestione competitivi che consentissero loro di accedere ai nuovi mercati internazionali.
Ad oggi, sono stati processati pochi casi di responsabilità aziendale durante la dittatura genocida. Il caso Ford rappresenta la prima sentenza di condanna in Argentina nei confronti di alti funzionari di una multinazionale, per la partecipazione dell’impresa a crimini contro l’umanità. Si attendeva per la fine di quest’anno la sentenza nei confronti dei dirigenti dell’azienda Acindar, nella città di Villa Constitución, di proprietà di Martínez de Hoz, poi divenuto ministro dell’Economia durante la dittatura. D’altro canto, continua a subire ritardi l’inizio del processo all’ex direttore di stabilimento Tasselkraut, della Mercedes-Benz, che avrebbe dovuto cominciare a metà di quest’anno.
In sintesi, i progressi per chiarire definitivamente e condannare le responsabilità civili e ideologiche del genocidio restano ancora limitati. Ci si augura che il caso Dálmine - Siderca diventi un esempio emblematico di virtù e coraggio da parte del potere giudiziario, portando la causa a processo, così da onorare, con il proprio contributo, la dignità della lotta che da oltre quarant’anni, a partire dal 1983 con la riapertura del periodo democratico, si porta avanti in nome della memoria, della giustizia e della verità.
Foto di copertina: Comitato di lotta in solidarietà contro i licenziamenti di Siderca
