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A Washington l’incontro surreale tra il neo presidente siriano (nome di battaglia Al Jolani) e il presidente Trump

Nella galassia hollywoodiana esiste un termine ormai iconico per descrivere un colpo di scena clamoroso nella trama di un film: plot twist.
Il plot twist è l’arte di sorprendere il pubblico - o meglio, di disorientarlo. Di colpi di scena, il presidente Donald Trump ne ha confezionati parecchi. Con il suo fare strafottente, spesso contro le regole o il senso comune, ha scosso parte del suo elettorato e lasciato di sasso persino leader politici che aveva rassicurato un attimo prima (vedi Putin e Zelensky). Trump ha abituato tutti alla sua imprevedibilità, ma al plot twist “Al Jolani” forse non era pronto davvero nessuno. 
Il presidente ad interim siriano Ahmed Al-Sharaa - ex comandante e bombarolo di Al Qaeda, nome di battaglia Mohammed Al Jolani - non solo ha incontrato il presidente degli Stati Uniti, ma è anche entrato (seppur da un ingresso secondario) alla Casa Bianca per un meeting ufficiale. Nello stesso Studio Ovale, sancta sanctorum da cui l’ex presidente George W. Bush aveva annunciato i primi attacchi contro Al Qaeda in Afghanistan. La scalata al potere di Al Jolani ha così raggiunto il suo apice con la stretta di mano di Trump. Incensato di tutti gli onori (e persino del profumo personale del presidente americano), l’ex terrorista - accusato di torture, esecuzioni e massacri quando ancora indossava il turbante e impugnava un Kalashnikov - è oggi interlocutore strategico dell’Occidente in Levante, dopo aver guidato i suoi uomini di Hayat Tahrir al-Sham (HTS) nel rovesciamento di Assad. Un’offensiva lampo, durata dodici giorni, che ha posto fine al regime alawita in carica da 54 anni.

Il passato oscuro e la scalata al potere

Al-Sharaa è nato a Riad in una famiglia della classe medio-alta (le stesse origini sociali di Bin Laden). È cresciuto a Mezzeh, quartiere benestante e liberale di Damasco, prima di iniziare studi di medicina che non ha mai completato.   





Nel 2003, in seguito a un indottrinamento politico-religioso, è partito per Baghdad con l’obiettivo di combattere le truppe americane che avevano rovesciato Saddam. Arrestato, rimase recluso per cinque anni nel carcere di Abu Ghraib, simbolo degli abusi delle forze statunitensi. Dopo il rilascio, si unì al gruppo Stato Islamico (IS) in Iraq con il nome di battaglia Abu Mohammed Al Jolani
Nel 2011, con lo scoppio della rivolta contro Assad, il leader dell’IS Abu Bakr al-Baghdadi lo finanziò e armò per fondare in Siria una nuova cellula jihadista: il Fronte al-Nusra, affiliato ad Al Qaeda. Esperto in operazioni suicide contro basi governative, Al Jolani si affermò nel 2013 come figura di spicco dell’insurrezione. Nello stesso anno ruppe con al-Baghdadi, futuro “califfo” dell’ISIS, ma continuò a imporre la sharia nelle zone controllate dal suo gruppo, disseminando terrore contro civili e ribelli accusati di collaborare con gli Stati Uniti. 
Sulla sua testa Washington pose una taglia da 10 milioni di dollari nel 2017, rimossa solo un anno fa - dopo la caduta di Damasco, l’8 dicembre 2024, e il successivo incontro con Barbara Leaf, la funzionaria del Dipartimento di Stato responsabile del Vicino Oriente. Fu il preludio di un avvicinamento definitivo tra la nuova leadership siriana - con Al Jolani presidente ad interim, promotore di riforme e tolleranza - e Washington. 
In realtà, per molti siriani, il suo è un regime tanto autoritario quanto quello di Assad. La Rete siriana per i diritti umani (SNHR) ha documentato almeno 658 casi di detenzione illegale nella sola prima metà dell’anno, senza contare massacri e ritorsioni armate contro la minoranza alawita. Dietro la facciata di un governo “riformista” si nasconde ancora un sistema fondato sulla paura, dove chi contesta rischia di essere arrestato o eliminato, proprio come in passato. 
L’unica differenza, agli occhi di Washington, è la nuova postura politica: molto meno allineata con Teheran e Mosca rispetto ad Assad (che i russi hanno abbandonato, garantendogli poi asilo politico). 
Via la lunga barba, via la mimetica e il kalashnikov: ora Al Jolani si presenta come un leader moderato, simbolo di una Siria che dice di voler abbracciare la democrazia.   





Jihadista incensato

Il presidente siriano oggi indossa giacca e cravatta, parla con toni affabili e mostra aperture verso l’Occidente - e persino verso Israele. 
A maggio aveva incontrato per la prima volta Donald Trump a Riad, insieme al principe saudita Mohammed bin Salman. Da quell’incontro è scaturita la sospensione per sei mesi delle sanzioni americane contro la Siria. 
A settembre, poi, Al Jolani è volato a New York per partecipare all’Assemblea Generale dell’ONU: ha stretto la mano al segretario generale Antonio Guterres, ha denunciato i crimini del regime deposto e promesso un futuro diverso per il suo Paese. Un tentativo evidente di consolidare la legittimità del nuovo corso politico siriano. 
E ora, il nuovo incontro con Trump, questa volta alla Casa Bianca. Sul tavolo: una partnership Washington-Damasco in materia di sicurezza, sancita anche dalla riapertura dell’ambasciata americana. Cooperazione su intelligence, armi, tecnologia militare e assistenza logistica. Ma soprattutto la prospettiva di una rimozione definitiva delle sanzioni - obiettivo primario del governo siriano, che si trova a gestire un Paese devastato da 14 anni di guerra. 
La ricostruzione, secondo le stime, richiederà almeno 200 miliardi di dollari, più del triplo di quelli necessari per Gaza. 
C’è poi il capitolo Israele. Dopo la caduta di Assad, lo Stato ebraico ha colpito più volte obiettivi siriani, anche a Damasco, e ha condotto incursioni nei governatorati di Quneitra e Daraa approfittando del caos. 
Le autorità di entrambi i Paesi hanno confermato che sono in corso trattative, su impulso di Washington, per un accordo sulla sicurezza: un preludio, forse, a una vera normalizzazione. 
Per Israele, come ha spiegato il premier Benjamin Netanyahu, la priorità è la smilitarizzazione della Siria sudoccidentale e la protezione della popolazione drusa, anche attraverso la creazione di un corridoio verso la roccaforte di As-Suwayda, teatro di scontri e rappresaglie sanguinose lo scorso luglio. 
È probabile che Trump punti a una de-escalation tra Israele e Siria, magari in vista di una futura adesione di Damasco agli Accordi di Abramo, dopo aver già ottenuto il sì del Kazakistan.
Per ora, però, Ahmed Al-Sharaa è netto: “Non aderiremo. Per raggiungere un accordo definitivo, Israele dovrebbe ritirarsi ai confini precedenti l’8 dicembre”, ha dichiarato in un’intervista al Washington Post dopo l’incontro alla Casa Bianca. 

Foto di copertina © Imagoeconomica 

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