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Poco prima delle parole di Mark Epstein, il Daily Mail ha diffuso documenti finora nascosti, dal contenuto emblematico

Dopo le missive del finanziere Jeffrey Epstein che hanno scosso pesantemente la politica americana, lettere in cui è emerso il nome del presidente statunitense Donald Trump - ma di questo parleremo tra un attimo - nelle ultime ore si sono aggiunte le accuse, pesantissime, del fratello del finanziere travolto dallo scandalo di pedofilia, Mark Epstein. Lo ha fatto parlando ai microfoni di Repubblica, in un’intervista in cui, riferendosi alla morte di suo fratello, non ha mai pronunciato la parola “suicidio”. Per lui, Jeffrey Epstein è stato “ammazzato”.

Mark Epstein, infatti, non ha mai creduto al suicidio, versione fornita dall’FBI e dal Dipartimento di Giustizia americano, secondo cui la morte del finanziere sarebbe stata il frutto di un gesto disperato. Jeffrey - ha precisato suo fratello - non era “il tipo di persona che avrebbe fatto una cosa del genere”. In quei giorni bui, al contrario, era concentrato sulla propria difesa, deciso a dimostrare di poter “venirne fuori”.

Poi, l’intervista scivola sulle mail e sui documenti usciti nelle ore precedenti, in cui è emerso anche il nome di Donald Trump. All’interno di questi documenti - ha fatto sapere il Daily Mail  - il miliardario parla apertamente del tycoon, precisando che il futuro presidente sapeva delle sue attività con giovani ragazze e che aveva trascorso “ore” nella sua casa in compagnia di Virginia Giuffre, la stessa donna che anni dopo avrebbe accusato il principe Andrea.

La risposta della Casa Bianca non si è fatta attendere: “Non è successo nulla di inappropriato”, ha dichiarato il portavoce, bollando le e-mail come prive di valore probatorio. Un dettaglio, però, non passa inosservato: nelle sue memorie, Virginia Giuffre aveva scritto chiaramente che Trump non le aveva “mai fatto nulla di sbagliato”.

Parole che non sono piaciute a Mark Epstein. Anzi, sembra che lo irritino profondamente. “Non mi sorprendono minimamente”, dice riferendosi alle mail. “Sono la conferma che Trump è un bugiardo, quando dice che non conosceva e non frequentava mio fratello. Racconta una quantità incredibile di stronzate”.

È un attacco diretto, senza filtri. Da anni il fratello di Epstein sostiene che Jeffrey e Trump fossero più vicini di quanto il presidente voglia far credere, con eventi condivisi e incontri ripetuti. “Queste mail rappresentano la conferma? Senza dubbio”, aggiunge. “Penso siano la dimostrazione che quanto ho sempre detto è la verità”.

Resta il fatto che la questione non ruota soltanto attorno alla natura dei rapporti tra i due, ma anche al possibile contenuto di quelle stesse relazioni. Mark ha precisato che Jeffrey gli aveva confidato di possedere informazioni compromettenti su molte persone potenti, Trump incluso.


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Tornando alle mail e ai documenti, emergono anche altri giudizi del finanziere: in un messaggio del 2018, inviato all’ex segretario al Tesoro Lawrence Summers, Epstein definisce Trump “borderline insane”, al limite della follia. Una corrispondenza, questa come la maggior parte delle altre, destinata a due interlocutori centrali nella vicenda: Ghislaine Maxwell, compagna e sodale di Epstein, oggi condannata a vent’anni per adescamento di minori, e lo scrittore Michael Wolff.

I riferimenti a Trump ruotano spesso attorno alla rottura tra i due miliardari, che culminò nel divieto imposto da Trump a Epstein di frequentare il club di Mar-a-Lago. Secondo il racconto del tycoon, Epstein avrebbe “rubato alcune ragazze” che lavoravano nella struttura, tra cui la stessa Giuffre, allora sedicenne e impiegata nella Spa del resort.

Ma è in questa rete di insinuazioni e scambi indiretti che emerge, in una mail del 2 aprile 2011, qualcosa di particolarmente emblematico. Epstein scrive a Maxwell: “Voglio che tu capisca che quel cane che non ha abbaiato è Trump… Virginia ha trascorso ore a casa mia con lui, e non è mai stato menzionato una volta. Capo della polizia, ecc. Sono al 75% lì”. Maxwell risponde soltanto: “Ci ho pensato…”. Il senso esatto di quelle parole resta oscuro. Forse comprensibile soltanto a chi conosceva davvero ciò che stava avvenendo. E c’è anche un’altra questione: il periodo. Lo stesso in cui Epstein, appena uscito dalla condanna del 2008 per prostituzione minorile, stava tentando di ricostruire la propria rete sociale e politica.

La pubblicazione delle mail arriva in un momento politicamente delicato. Poche ore dopo la diffusione dei documenti, la deputata democratica Adelita Grijalva, eletta in Arizona, ha prestato giuramento dopo quasi due mesi di blocco imposto dallo speaker repubblicano Mike Johnson. Con il suo insediamento i democratici hanno ottenuto la firma decisiva per costringere la Camera a votare una proposta di legge che chiede la pubblicazione integrale dei documenti dell’amministrazione Trump legati a Epstein. Una mossa che la Casa Bianca ha giudicato ostile.

La portavoce Karoline Leavitt ha accusato i democratici di aver consegnato materiale “in modo selettivo” ai media liberal, per costruire “una falsa narrativa tesa a infangare il presidente”. E ha ricordato ancora una volta che la vittima citata nelle mail, Virginia Giuffre, aveva dichiarato più volte che Trump non era mai stato coinvolto in attività illegali e che, nelle rare occasioni in cui si erano incontrati, si era sempre comportato cordialmente.

In ogni caso, uno dei punti chiave della questione rimane lo stesso: la morte di Jeffrey Epstein. Suo fratello Mark è convinto che rivelazioni come quelle contenute nelle mail e nei documenti resi noti dal Daily Mail possano “essere utili a capire cosa è successo”, perché ogni dettaglio sulla rete di rapporti intessuti dal fratello potrebbe indicare possibili moventi dietro quella che definisce, senza esitazione, “l’eliminazione” di Jeffrey. Alla domanda più diretta, se stia suggerendo che suo fratello sia stato ucciso per ciò che sapeva su persone potenti, Trump compreso, Mark risponde con una semplicità disarmante: “Sì, esattamente”.

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