Da queste pagine apriamo strade per prendere coscienza che la società mondiale è attraversata letteralmente, tra gli altri mali, da uno — molto vorace — che fa parte del sistema globale, mi riferisco all'ideologia narco-mafiosa (il narcotraffico transnazionale) con tutto ciò che ne consegue; e da Antimafia Dos Mil, come filiale di Antimafia Duemila in Italia — la nostra casa madre — facciamo tutto il possibile come giornalisti liberi per denunciare le organizzazioni criminali e le mafie insediate su entrambe le sponde dell'Atlantico, e tutte strettamente collegate da reti comunicanti multipli.
In questo contesto informativo, ad esempio nelle ultime ore, abbiamo posto particolare enfasi su quanto accaduto martedì 28 ottobre a Rio de Janeiro, in occasione di una mega operazione condotta dalle forze di polizia, nelle favelas dove operano membri del Comando Vermelho, vale a dire un gruppo criminale che gestisce non poche attività illecite, oltre al narcotraffico.
L’operazione ha lasciato un bilancio di 64 morti, un elenco impreciso di feriti, quattro poliziotti deceduti e circa 80 persone detenute. Ma oggi le cifre sono state aggiornate. Ci sono circa 130 morti ed è stato accertato che molti di loro presentavano segni inequivocabili di essere stati giustiziati, o torturati prima di perdere la vita. Con il passare delle ore le acque si stanno calmando e stanno venendo alla luce certi particolari inquietanti.
Voci puntano oggi a segnalare che, dietro l'operazione in sé, vi sia una disputa di stampo politico, il fascismo, il razzismo esplicito all'interno del Brasile e un odio viscerale per le comunità delle favelas.
Assestare un duro colpo al Comando Vermelho è stato il pretesto ideale per suscitare il terrore da parte delle forze di polizia, scatenando così un bagno di sangue inqualificabile.
Come giornalisti non possiamo ignorare che qualche ora dopo gli scontri sono apparsi 50 cadaveri massacrati ai piedi dei “morros” coinvolti; corpi che sono stati poi collocati nelle strade della favela in pubblica vista. Esposti come bottino di cacciagione.
L'orrore dei fatti ha superato le belle parole del Governatore di Rio de Janeiro Claudio Castro, il quale celebrava il successo dell'operazione.
Un'operazione che in realtà, non è stata un successo e tantomeno in conformità con lo Stato di Diritto, nonostante, va detto, i narcos abbiano imperversato sparando a raffica contro la polizia. Diciamo questo perché, a giudicare dai risultati, e dalle prove che ora si stanno investigando, ciò che avrebbe predominato è stato l'abuso di potere, gli eccessi di forza e persino le esecuzioni sommarie. Essere un narcos non implica, a quanto pare, essere portato davanti alla Giustizia ed essere giudicato. Se sei narcos devi essere eliminato seduta stante, non meriti processo, non meriti la presunzione di innocenza, non meriti il ravvedimento.
Nel nostro precedente articolo sul tema, lo avevamo menzionato. L’operazione ha messo in evidenza ancora una volta ciò che la oggi defunta Marielle Franco aveva denunciato una e tante volte insieme ad altri attivisti: le stragi e gli abusi commessi dalla Polizia Militare nelle ormai ricorrenti operazioni nelle comunità delle favelas, dove convivono lavoratori onesti e narcos, in una sorta di legame che diventa letale, e che fa parte di un intrico di violenze di vecchia data in Brasile. E in cui la disputa politica è presente dietro questi episodi, perché c'è un fatto innegabile che non possiamo dimenticare: che c'è un Rio de Janeiro povero, emarginato, e un altro ricco, fascista, razzista e narco. E questo bisogna accettarlo e saperlo.
Non poche persone e colleghi, ovviamente non funzionali all'ideale reazionario e fascista, dopo aver appresso dell'operazione, non hanno risparmiato apprezzamenti: non solo eravamo di fronte a un attacco al narcotraffico, ma eravamo di fronte alla materializzazione — ancora una volta — di un'azione "legittima" contro un male maggiore, il Comando Vermelho, che significava anche una mossa a scacchi politica, per far prevalere il marchio fascista, senza il consenso del governo centrale.
Per l'ennesima volta resta evidente come il potere, con la sua forza repressiva sul crimine organizzato, sebbene lodevole come mossa, è un giustificativo ideale per fare i propri comodi, cioè, mettere in pratica un piano di ostilità, quasi di sterminio, e di ammonimento, sui settori più umili da parte di un Rio de Janeiro classista, razzista, lussuoso, capitalista e discriminatorio; ergo, bolsonarista.
Evidentemente, dietro l'operazione, c'è stato un piano politico; una manipolazione di forze con fini specificamente politici; destabilizzante per il governo centrale di Lula Da Silva, la cui amministrazione è costantemente osteggiata dal fascismo che vuole imporsi in Brasile, costi quel che costi. Ora, dopo tutto questo, la crisi politica si acuirà, sicuramente, e le ripercussioni le vedremo nei prossimi giorni.
Comando Vermelho, un potente gruppo criminale, è stato di fatto il miglior pretesto per le forze repressive di un'ideologia fascista, per imporre un episodio cruento, che è stato utilizzato per seminare il terrore e dare un messaggio alla società criminale e ai poveri di Rio de Janeiro e della regione.
Ci sono finora circa 130 persone decedute. Decedute negli scontri con la polizia? Di tutti i morti quanti sono narcos e quanti non lo sono? Ci sono lavoratori innocenti tra i morti e i feriti? Sarà compito della Procura definire questo aspetto. Sarà compito della Procura versare tonnellate di acqua trasparente su queste morti, per arrivare eventualmente alla verità. E non a caso, già una ventina di organismi per i Diritti Umani stanno prendendo in mano la situazione, reclamando a gran voce indagini.
Ci sono tra i morti, persone con le mani legate; persone con colpi alla nuca; con segni di tortura; con volti sfigurati e lacerazioni più che sospette.
Forse narcos che hanno eliminato altri narcos perché erano spie? Forse sono stati commessi flagranti abusi di polizia? Qualcosa che d'altra parte è sempre stato denunciato dalle organizzazioni per i Diritti Umani e dalla consigliera assassinata anni fa, Marielle Franco, la cui azione in difesa degli abitanti delle favelas è stata un riferimento emblematico delle lotte sociali.
In sintesi, dopo questa mega operazione, ci resta solo un'unica idea: è chiaro che si è voluto colpire un male maggiore, come l'universo narco, ma è chiaro anche, a giudicare dalle prove, che questo passo ha cercato di giustificare un male maggiore ancora, come è il fascismo che criminalizza settori sociali poveri; settori di lavoratori; settori delle favelas; settori di una società come quella carioca, che soffrono discriminazione per questioni di colore della pelle e per le loro grandi limitazioni sociali.
La visione dei sociologi e degli economisti brasiliani di linea avanguardista ci darà ragione. Noi come giornalisti, non facciamo altro che un'analisi che si attiene ai fatti, alle prove, con una visione di contesto, dove il politico è più che presente, nel prima, nell'adesso e nel dopo, della mega operazione ordinata, pianificata e coordinata dal governatore bolsonarista Castro.
Bisognerà andare avanti, con questo fardello sulle spalle; che non è visibile solo alle latitudini latinoamericane, ma ne fa parte e raggiunge altri paesi.
E se no, chiediamolo ai palestinesi, come se la stanno passando.
Foto originale © Alan Santos/PR
L'orrore di Rio de Janeiro: quando un male chiamato ''Comando Vermelho'' giustifica un male maggiore chiamato fascismo
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- Jean Georges Almendras
