È sempre più evidente come Donald Trump si vanti continuamente di aver concluso otto guerre — forse parlando al sé del futuro — mentre si prepara a innescarne di nuove.
Mentre assistiamo all’approssimarsi di un’operazione militare in Venezuela, la Nigeria sembra emergere come il prossimo obiettivo.
Secondo la NBC, che cita funzionari americani, l’amministrazione statunitense starebbe valutando attacchi con droni contro il Paese.
«Non è chiaro quali misure verranno adottate per contrastare i militanti islamici in Nigeria, ma gli attacchi mirati con i droni sono tra le opzioni preliminari al vaglio», si legge nella dichiarazione, aggiungendo che l’invio di un contingente militare è “molto meno probabile”, poiché Trump “di norma non intende impiegare truppe in conflitti all’estero”.
Una fonte della NBC ha riferito che la Casa Bianca è in costante contatto con il governo nigeriano. La questione cruciale — il casus belli — è questa volta il terrorismo.
“Ci auguriamo che il governo nigeriano collabori con noi nell’affrontare questo problema e adotti insieme agli Stati Uniti misure rapide e concrete per combattere la violenza che colpisce i cristiani e innumerevoli altri civili innocenti in tutta la Nigeria”, ha dichiarato la fonte.
Sabato, il presidente degli Stati Uniti ha denunciato le autorità nigeriane, accusandole di gravi violazioni nei confronti delle comunità cristiane, e ha lasciato intendere la possibilità di un intervento americano nel Paese. Il Segretario alla Difesa, Pete Hegseth, ha poi confermato che le forze armate statunitensi stanno valutando un’eventuale operazione militare contro la Nigeria.
D’altra parte, il governo di Abuja ha respinto con fermezza le accuse, definendole «basate su informazioni obsolete e fuorvianti». Il portavoce del presidente Bola Ahmed Tinubu ha sottolineato che i nigeriani di tutte le fedi «convivono da tempo pacificamente» e che una collaborazione con gli Stati Uniti è benvenuta, ma solo nel rispetto della sovranità nazionale e dell’integrità territoriale. Sorprendentemente, il governo nigeriano continua a considerare Washington il suo «principale alleato a livello internazionale», rendendo ancora più inattese queste minacce.
Almeno 20 persone sono state uccise nello stato di Borno in un attentato suicida attribuito a Boko Haram, avvenuto nei pressi di un mercato del pesce a Konduga. Poco dopo, nello stato di Plateau, almeno 15 persone sono morte in due distinti episodi di violenza legati a tensioni tra pastori di etnia fulani e agricoltori cristiani.
Negli ultimi mesi, una lunga scia di violenze ha attraversato il nord-est del Paese: nell’aprile 2025, militanti islamisti hanno ucciso almeno 22 persone in diversi attacchi tra Borno e Adamawa, colpendo civili e forze di sicurezza locali. Complessivamente, secondo l’Osservatorio per la libertà religiosa in Africa, tra il 2019 e il 2023 gli attacchi di matrice etno-religiosa hanno causato circa 55.910 morti, di cui circa 30.880 civili. Tuttavia, poco più della metà erano cristiani, mentre poco meno della metà musulmani.
Tra i gruppi terroristici individuati figura Boko Haram, fondato nei primi anni 2000 da Mohammed Yusuf. Si tratta di un’organizzazione che mira a eliminare l’influenza occidentale e creare uno Stato islamico basato sulla Sharia. È noto, tuttavia, che il gruppo gode da tempo di finanziamenti provenienti da diversi Paesi arabi, in particolare dall’Arabia Saudita, storico alleato di Washington.
La strategia è ormai consolidata da decenni: finanziare i gruppi terroristici garantisce un flusso costante di acquisti militari, soprattutto considerando che Riad è il maggiore importatore di armi al mondo. A ciò si aggiunge la volontà di mantenere instabilità nella regione, impedendo alla Nigeria di emergere come potenza autonoma e facilitando al contempo l’accesso alle sue immense risorse minerarie ed energetiche.
Ed è qui che si arriva al punto fondamentale: il terrorismo è solo l’ennesima “fialetta di Colin Powell”. La vera questione riguarda il petrolio e le terre rare.
Al centro della vicenda c’è la gigantesca raffineria Dangote di Lagos, che oggi utilizza esclusivamente petrolio di produzione nazionale e genera abbastanza carburante da coprire l’intero fabbisogno interno. Con un investimento di 20 miliardi di dollari, la sua piena operatività tra gennaio e febbraio ha trasformato per la prima volta gli Stati Uniti in esportatori netti di greggio verso la Nigeria — un evento senza precedenti per un Paese membro dell’OPEC. Tuttavia, questa dinamica potrebbe presto invertirsi: la raffineria ha annunciato il raddoppio della capacità produttiva a 1,4 milioni di barili al giorno, mentre il governo di Abuja ha introdotto un dazio del 15% su benzina e gasolio importati, rafforzando l’autosufficienza energetica nazionale.
A luglio, inoltre, il ministro delle Miniere nigeriano ha annunciato un investimento estero di 400 milioni di dollari da parte della società Hasetins Commodities per sviluppare «il più grande impianto di lavorazione di terre rare e minerali critici dell’Africa». La capacità produttiva complessiva dovrebbe raggiungere 18.000 tonnellate l’anno, posizionando la Nigeria come un nuovo attore chiave nel mercato globale. La produzione è già in forte crescita: secondo l’USGS, la Nigeria ha prodotto 13.000 tonnellate di terre rare nel 2024, contro le 7.200 del 2023.
Trump ha bisogno di risorse, soprattutto dopo che la Cina ha bloccato le esportazioni di terre rare verso gli Stati Uniti, paralizzando di fatto la guerra dei dazi. La domanda ora è: quale sarà la prossima preda di Washington?
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