L’intesa tra Stati Uniti e Cina non ferma l’escalation atomica. Ministro della Difesa belga: se colpirete Bruxelles distruggeremo Mosca
Sembra di assistere alla chiusura dell’ennesimo siparietto di tensioni in territorio asiatico – con le relazioni tra Cina e Stati Uniti che sono tornate ai livelli pre-guerra sanzionatoria – eppure i sorrisi di circostanza nascondono una realtà indicibile per il dominio geopolitico statunitense.
Il 30 ottobre 2025, il presidente Donald Trump e il presidente cinese Xi Jinping si sono incontrati a Busan, in Corea del Sud, a margine del vertice APEC, nel loro primo faccia a faccia dall'inizio del secondo mandato del tycoon. Un incontro durato circa 90 minuti e stato definito dal presidente Usa “straordinario”, valutato “12 su una scala da 1 a 10”.
Tra gli accordi raggiunti, Trump ha ridotto le tariffe legate al fentanyl dal 20% al 10%, portando i dazi totali sulle importazioni cinesi dal 57% al 47%. È stata inoltre concordata la sospensione per un anno delle restrizioni cinesi all’esportazione di terre rare, risorse cruciali per la produzione di semiconduttori e tecnologie di difesa. La Cina ha poi autorizzato l’acquisto di “quantità massicce” di soia, sorgo e altri prodotti agricoli americani. Infine, è stato stabilito che Trump visiterà la Cina nell’aprile 2026, mentre Xi Jinping si recherà successivamente negli Stati Uniti.
“Era normale che tra le due parti ci fossero degli attriti di tanto in tanto”, ha detto Xi a Trump tramite un traduttore, mentre si trovavano uno di fronte all'altro, affiancati dalle rispettive delegazioni, ma poi ha aggiunto: "lo sviluppo e il rinnovamento della Cina non sono incompatibili con l'obiettivo del presidente Trump di 'rendere l'America di nuovo grande'”. Parole che suonano come un sonoro schiaffo al mantra del “Make America Great Again”, a coronamento della sua campagna elettorale.
Come sottolineato da esperti e analisti alla Reuters, le questioni fondamentali che hanno scatenato le tariffe di Trump nell'aprile 2025 – le politiche industriali cinesi, la sovrapproduzione manifatturiera e il modello di crescita trainato dalle esportazioni – non sono state affrontate durante gli incontri.
"È molto chiaro che le terre rare rappresentano la leva finanziaria principale, l'asso nella manica che la Cina è in grado di usare sugli Stati Uniti. Non sembra che gli Stati Uniti abbiano una leva finanziaria paragonabile o un modo per spezzare la morsa, per il momento", sostiene uno degli esperti, in quella che si può descrivere come una semplice tregua tattica per riporre temporaneamente l’ascia di guerra.
Trump, d’altra parte, ottiene punti politici in patria, con gli agricoltori, e contribuisce a limitare le interruzioni della catena di approvvigionamento per le multinazionali americane, ma siamo lontani dagli iniziali propositi di riportare la produzione manifatturiera del Paese, strozzato da un colossale deficit della bilancia dei pagamenti e un conseguente debito che ha raggiunto la cifra record di 38 trilioni di dollari. 
Il dollaro si tiene in piedi proprio in quanto principale moneta di riserva mondiale, utilizzata per acquistare materie prime le cui eccedenze sono investite in buoni del tesoro Usa. Ma da tempo qualcosa sta cambiando. La People's Bank of China (PBOC) ha drasticamente ridotto le proprie partecipazioni in titoli del Tesoro statunitense, passando da 784,3 miliardi di dollari in febbraio 2025 a 730,7 miliardi di dollari a luglio 2025, una diminuzione di oltre 54 miliardi di dollari. Nel primo semestre del 2025, Pechino ha inoltre raggiunto un traguardo storico, con oltre il 50% dei pagamenti di import-export effettuati in renminbi, rispetto allo zero del 2010. Parallelamente alla riduzione dei titoli del Tesoro, la Cina ha accelerato drammaticamente i propri acquisti di oro con riserve che hanno raggiunto circa 2.303,5 tonnellate.
In questo contesto, Trump ha bisogno di ottenere materie prime per alzare le esportazioni americane e quale miglior occasione per invadere il Venezuela, il Paese con le più grandi riserve di petrolio accertate al mondo, stimate a circa 303 miliardi di barili.
A largo di Caracas sono stati schierati 8 navi da guerra, 3navi d’assalto anfibie, un sottomarino nucleare e la portaerei USS Gerald R. Ford, insieme a circa 6.500 marines e altri 3.500 militari.
È solo questione di tempo.
Sulla guerra in Ucraina: bisogna lasciarli combattere
Tra le questioni discusse con l’omologo di Pechino, come dichiarato da Trump ai giornalisti a bordo dell'Air Force One, non poteva mancare la guerra in Ucraina: “È stata affrontata in modo molto deciso”, ha detto il tycoon, spiegando, con la vaghezza che lo contraddistingue sempre sul tema, che “ne abbiamo parlato a lungo e lavoreremo entrambi insieme per vedere se possiamo ottenere qualche risultato"
Il tycoon si è poi lasciato sfuggire che "le parti sono impegnate in combattimenti e a volte bisogna lasciarle combattere, immagino", delineando una posizione attendista per il destino dell’Ucraina, mentre la guerra avanza e comunque vende armi agli europei “senza spendere un centesimo”. 
Donald Trump © Imagoeconomica
L’Annuncio della ripresa dei test nucleari
Parallelamente, giovedì, pochi instanti prima del suo incontro con Xi Jinping, Trump ha promesso di iniziare a testare le armi nucleari statunitensi "su base di parità" con Russia e Cina, annunciando un potenziale cambiamento radicale in decenni di politica statunitense in un momento di crescenti tensioni tra le superpotenze nucleari del mondo.
"Gli Stati Uniti hanno più armi nucleari di qualsiasi altro Paese", indicando la Russia al secondo posto e la Cina "al terzo posto, ma in fase di recupero", ha scritto il tycoon in un post sui social, spiegando che "a causa dei programmi di test di altri Paesi, ho incaricato il Dipartimento della Guerra di iniziare a testare le nostre armi nucleari su base paritaria. Questo processo inizierà immediatamente".
Era dagli anni '90 che una delle tre maggiori potenze militari mondiali non conduceva un test di armi nucleari e l'ultimo noto risale al 1996, condotto proprio da Pechino.
Ma l’annuncio del presidente Usa arriva probabilmente come risposta ai recenti test delle apocalittiche ami russe, annunciato come contromossa ai piani di guerra NATO in Europa.
Il 21 ottobre, Mosca ha dichiarato di aver condotto un test “decisivo” del Burevestnik che, secondo il capo di Stato Maggiore Valery Gerasimov, è rimasto in volo per circa 15 ore coprendo circa 14.000 chilometri (8.700 miglia). Un test che dimostra le capacità della propulsione nucleare, in grado di garantirgli un’autonomia virtualmente illimitata e la capacità di volare a quote bassissime (ordine di grandezza: circa 50 metri) con traiettorie continuamente manovrate per rendere difficile l’intercettazione.
Ma non finisce qui. Il 28 ottobre è stato il turno del drone sottomarino, sempre a propulsione nucleare Poseidon (noto anche come Status-6), descritto come lungo circa 24 metri con diametro tra 1,6 e 2 metri, capace di raggiungere velocità fino a 100 nodi (circa 185 km/h), operare a profondità superiori a 1.000 metri e disporre di un raggio d’azione dell’ordine di 10.000 chilometri (6.200 miglia). Progettato per trasportare una testata termonucleare nell’ordine di pochi megatoni. Se impiegato come descritto dalla Russia, mirerebbe a generare grandi tsunami costieri e contaminazioni radioattive su vasta scala. 
"Queste armi probabilmente fornirebbero alla Russia una capacità di secondo attacco che potrebbe essere considerata un'opzione più affidabile rispetto all'uso di missili balistici lanciati da sottomarini, se un aggressore tentasse di paralizzare le sue forze nucleari strategiche in uno scenario di primo attacco", commenta The War Zone.
Le minacce europee: se colpirete Bruxelles distruggeremo Mosca
Test per dispositivi da "fine del mondo" che arrivano mentre l’Ue, tra programmi di riarmo colossali e piani per inviare truppe in Ucraina, alza il livello dello scontro.
Solo il giorno prima, il 27 ottobre, in un'intervista al quotidiano belga De Morgen, il ministro della Difesa belga Theo Francken, alla domanda se temesse che Putin potesse lanciare un attacco missilistico contro Bruxelles, ha risposto senza esitazioni: "No, perché a quel punto colpirebbe il cuore della NATO e noi distruggeremmo Mosca".
"Congratulazioni a tutti gli amici della Russia (e in particolare all'imbecille ministro della Difesa belga) per il test riuscito del drone sottomarino a propulsione nucleare Poseidon", gli ha risposto il vicepresidente del consiglio di sicurezza russo Dmitry Medvedev, con il suo solito stile infiammato, sottolineando poi che "a differenza del Burevestnik, il Poseidon può essere considerato una vera e propria arma apocalittica". Quando un utente sui social media ha suggerito di utilizzare il Belgio come "banco di prova" per ulteriori test del Poseidon, Medvedev ha risposto in modo lapidario: "Il Belgio sparirebbe".
Foto di copertina © Imagoeconomica
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