Intervista esclusiva alla comunità palestinese di Santa Vitoria do Palmar, Brasile
Ho atteso pazientemente Bashar Araby in uno dei saloni principali di un edificio della comunità palestinese del Chuy, territorio brasiliano – zona di frontiera con l’Uruguay, a Santa Vitória do Palmar – accanto a una moschea, il cui minareto si staglia eretto e imponente nel tessuto urbano della città. È entrato parlando a voce alta, scusandosi per il ritardo. Mi ha stretto la mano e, di getto, in un marcato ‘portuñol’, ha iniziato dicendomi che in quella zona vive una comunità palestinese – per lo più composta da commercianti con le rispettive famiglie – di non meno di 400 persone. Mi racconta che lui risiede lì da oltre 30 anni, che era arrivato quando di anni ne aveva 22, e ha quattro figli brasiliani, il suo primo lavoro è stato quello di venditore ambulante, e aveva una bancarella allestita sull’Avenida Uruguay, che attraversa entrambi i territori.
Mi ha espresso il suo ringraziamento per essermi recato da Montevideo fino a quel punto dell’Uruguay per intervistarlo. E poi, con tono gentile, più pacato, prima di iniziare, mi ha confidato alcune esperienze della sua vita al Chuy, sottolineando che lì c’è sempre stata un’eccellente integrazione tra uruguayani e palestinesi, e ha ribadito più volte che i membri della sua comunità seguono quotidianamente con attenzione gli eventi nella Striscia di Gaza, in Cisgiordania, e che oggi, in quella parte dell’Uruguay confinante con il dipartimento di Rocha, regna una profonda tristezza.
“Tutti qui sono tristi per quello che sta succedendo. Noi viviamo tranquilli, qui non ci sono pericoli, siamo perfettamente integrati con la popolazione uruguaiana, con le autorità locali; grazie a Dio siamo sempre stati rispettati, lavoriamo tutti insieme senza problemi. Ma dentro di noi siamo molto tristi. Abbiamo smesso di fare feste. Non c’è alcuna atmosfera festiva”.
Leggo negli occhi di Baschard quella tristezza di cui mi parla. Non si tratta di uno slogan pronunciato ipocritamente ai fini dell’intervista. È un uomo che vive di commercio e che, come accade spesso in questo settore, conosce bene la psicologia umana. È un uomo del mondo. Non è un esperto di geopolitica. Parla dal cuore, talvolta con monosillabi pronunciati con rabbia, con indignazione. È un uomo semplice anche nell’aspetto; un lavoratore, che è perfettamente consapevole di quanto accade nella sua terra natale. Le sue affermazioni sono missili contro il potere, contro chi, a migliaia di chilometri di distanza, uccide uomini, donne e bambini, e distrugge città con disprezzo e impunità.
Baschard va dritto al punto; si lascia guidare dalle emozioni che gli dettano parole senza ipocrisie, né diplomazie.
“La televisione straniera mostra tutto il giorno quello che succede a Gaza. È veramente, veramente un massacro. Un massacro trasmesso in diretta dal canale Al Jazeera, che è l’unico ad avere il coraggio di mostrare tutto senza censure”.
Aggiunge poi un’opinione su quel massacro visto quotidianamente in TV:
“Per me il colpevole di tanta morte è gli Stati Uniti, e il sionismo nel mondo. Trump è colpevole. Questo massacro è patrocinato da loro, dai sionisti. E perché negli Stati Uniti Trump è più sionista dei sionisti. Così sono gli statunitensi che detengono il potere. Sono più sionisti dei sionisti stessi. Gli Stati Uniti stanno finanziando lo Stato di Israele. Ogni giorno è morte, morte, morte, solo morte. Ma fino a quando? È una guerra che dura da 75 anni e non finisce mai. Io spero che finisca con due Stati indipendenti, ognuno vivendo in pace. Ma so che non è facile, almeno non oggi”. 
Questo lavoratore palestinese, nato nella città di Jenin, in Cisgiordania, il 5 settembre 1969, ha le idee molto chiare, come si direbbe in Uruguay. Conosce bene il conflitto. Lo analizza con parole sue, con la sua impronta: “Nel 1948 si cercò di creare due Stati indipendenti e quell’idea venne dalle Nazioni Unite, che crearono lo Stato di Israele. Ma oggi il panorama è un altro. Non abbiamo fatto alcun progresso”.
Emozionato, Baschard ricorda episodi di un viaggio nella sua terra natale, dove non poté entrare nella sua casa né in quella dei familiari, perché in quelle stesse abitazioni erano state installate due basi militari israeliane.
“Un giorno spero di poter tornare lì. I miei figli sono brasiliani, ma un giorno avranno anche la cittadinanza palestinese, perché è lì che affondano le loro radici, dove sono nati i miei genitori, cioè i loro nonni” – sottolinea.
Il nostro dialogo è intenso, perché si tratta di una testimonianza palestinese; di una voce palestinese in Uruguay, anzi, nella sua zona di frontiera.
“Poche settimane fa abbiamo organizzato una manifestazione a sostegno della Palestina qui sull’Avenida. L’abbiamo fatta con il cuore. Non accettiamo quel massacro, quel genocidio, non solo contro il popolo palestinese, ma contro qualsiasi popolo al mondo”.
A un certo punto abbiamo fatto riferimento all’Olocausto ebraico perpetrato da Hitler e dal nazismo. Baschard è stato categorico:
“Adesso, in Israele, stanno facendo qualcosa di peggio. Bombardano la popolazione civile, la fanno morire di fame, sparano ai rappresentanti dell’ONU, uccidono giornalisti, impediscono l’arrivo degli aiuti umanitari. In Palestina non ci sono 70 mila morti, come dicono le versioni ufficiali, ce ne sono più di 600 mila, sotto le macerie. Non lo dico io, lo ha detto un rapporto dell’ONU di pochi giorni fa.
È un genocidio, senza alcun dubbio. A un mio amico hanno distrutto il ginocchio, e lì in Palestina non può curarsi. Vorrei poterlo portare qui con l’aiuto del governo, ma non è facile. E ci sono tanti palestinesi feriti come lui, che soffrono. Uomini, donne e bambini che hanno bisogno di medicine. Per questo lo ripeto con insistenza. Vogliono distruggerci. È un genocidio.
Un genocidio che, come ho detto prima, viene trasmesso in diretta solo da Al Jazeera, perché la maggior parte dei mezzi di comunicazione è nelle mani dell’imperialismo e del sionismo. Non mostreranno mai la verità, ma solo ciò che vogliono far vedere”.
Durante la nostra conversazione, ho cercato di farmi dare da lui un messaggio rivolto ai sionisti che, in Uruguay, appoggiano la politica di sterminio di Netanyahu. E Baschard ha risposto in modo netto:
“I sionisti dell’Uruguay devono riflettere. L’Uruguay ha lottato per la propria libertà, e ora c’è un popolo palestinese che sta lottando per la propria. Mi rivolgo a loro, chiedo loro: come possono, come esseri umani, accettare quello che sta facendo Netanyahu? Io non sto difendendo Hamas. Quanti sono quelli di Hamas? 48 persone, 100, supponiamo 1.000. Fare un massacro, un genocidio per colpa di queste persone? Netanyahu non ha testa, è un pazzo.
I sionisti sono pazzi. Hamas ha colto di sorpresa Israele. Io non sto difendendo Hamas, ma si può davvero credere che una religione ammetta di tagliare la testa ai bambini? È stata una storia costruita male. È una menzogna. I sequestrati da Hamas hanno detto che sono stati trattati bene, con acqua, cibo, senza violenze. Israele ha quasi 7.000 prigionieri. Che li liberino. Ti racconto un caso: ci fu una fuga di prigionieri attraverso alcuni tunnel, e solo per quello a ciascuno hanno dato 200, 300 anni di carcere, e in più hanno raso al suolo le case delle loro famiglie. Il 7 ottobre 2023 è il motivo. Israele ha usato la forza più del normale; c’è un uso eccessivo della violenza, cercano di distruggere tutto ciò che trovano. I palestinesi non hanno nulla, né acqua, né cibo. Nulla. Come esseri umani, i palestinesi non hanno diritto a nulla? 
Anche l’elevata mortalità dei bambini per mano dell’esercito israeliano è tema affrontato da Baschard, il suo punto di vista è stato più che categorico: “Questo lo fa l’esercito; sono i rabbini a dire che bisogna uccidere i bambini prima che crescano. Questa sarebbe una pratica avvallata dalla religione. Quando è cominciato il massacro, il genocidio, i rabbini sono usciti in televisione a dire che si dovesse lanciare una bomba atomica sulla Palestina. Il sionismo vuole eliminare il popolo palestinese; non credo che una religione al mondo accetti di uccidere. Dio non può ammettere l’uccisione. Né il Corano, né il cristianesimo lo accettano. Nella testa dei sionisti c’è l’idea che quella terra sia loro; per questo si commette il genocidio, per questo si deve eliminare il popolo palestinese. Non so perché tanto odio verso i palestinesi, se adesso diversi paesi del mondo stanno riconoscendo lo Stato Palestinese. Già dal 1967 abbiamo diritto a quelle terre; loro e noi.
Il nostro incontro ha permesso di esternare i sentimenti del popolo palestinese; sentimenti che emergono da questo punto della frontiera sudamericana, dove esiste una numerosa comunità di palestinesi lontana dalla morte e dalla disperazione. sentimenti che portano alcuni desideri; desideri che sanno di speranza, anche in mezzo al terrore, al brutale genocidio che osserviamo da queste latitudini, preda dell’indignazione, della rabbia e dell’impotenza.
Baschard ci dice: “Un giorno tutto questo cambierà. Non perdiamo la speranza, perché è l’ultima cosa che si perde, l’ultima che muore. Cambierà. Nessun paese è salito così in alto senza poi cadere. I persiani, i romani. Israele non durerà molti anni. Non pensare che non cadrà. Cadrà. Oggi, quando alcuni paesi europei riconoscono lo Stato di Palestina, stanno riconoscendo il loro errore nel non averlo fatto prima. Quell’azione del 7 ottobre è stata per il sionismo un boomerang”.
I minuti trascorsi con Baschard sono passati con una velocità indescrivibile; immersi entrambi non solo in questo intenso riflettere su un tema universale e particolarmente sensibile, ma anche su quanto sta accadendo a distanza con le imbarcazioni che sono partite per Gaza portando aiuti sanitari, generi alimentari, assistenza umanitaria. Una flotilla che è già stata intimidita e che naviga in acque internazionali sotto fortissima pressione psicologica, con la morte che aleggia su di loro, con droni minacciosi e talvolta autori di attacchi con agenti chimici che, per fortuna fino al momento della stesura di queste righe, non hanno provocato vittime; ma il pericolo è latente, miglio dopo miglio, fino alla loro destinazione, Gaza.
Mi tolgo il cappello davanti a quelle persone che attraversano il mare portando aiuti. Mi sarebbe piaciuto molto essere con loro, perché stanno compiendo qualcosa di umano; una azione umana molto coraggiosa. Vanno come esseri umani, non come americani, francesi, spagnoli, argentini, uruguaiani, brasiliani. E spero che i governi li abbiano aiutati. E spero che non ci siano conseguenze.
E ancora, mi tolgo il cappello per i giovani del mondo che hanno riconosciuto la nostra lotta, e che in diverse parti stanno lottando per noi e con noi, in una lotta giusta. Una lotta per la libertà, per la giustizia. Voglio ringraziare i giovani del mondo. I giovani d’Italia, a Palermo. Non fermate la lotta. E voglio inoltre dire che onoro una giovane italiana che, per aver lottato per il popolo palestinese, è morta schiacciata da un carro armato, non molti anni fa. La considero una martire del popolo palestinese; che riposi in pace con Dio, come un altro martire italiano, di nome Vitorio Arrigoni, un grande combattente per la nostra causa, che è stato anch’egli assassinato.
Nel salutarci Baschard Araby, con la stessa disponibilità e lo stesso slancio dimostratio nell’incontrarci, si è congedato ringraziando ancora una volta per aver raccolto la sua testimonianza.
Ci siamo stretti la mano con fermezza e, guardandomi negli occhi, non ha potuto evitare di condividere altre parole che suonavano intense e particolarmente urgenti: “I palestinesi del Chuy chiedono che il governo uruguaiano prenda posizione di fronte al genocidio e che tagli le relazioni con Israele, che è appoggiata dagli Stati Uniti.
Foto © Silvio Ois e Antimafia Dos Mil
