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Trump ha incaricato il Pentagono di prepararsi al contenimento di Russia e Cina. Putin apre alla pace, ma l'Europa sabota il dialogo con la militarizzazione dell'Ucraina

Il 3 settembre 2025 rimarrà scolpito nella storia come il giorno in cui il mondo multipolare ha mostrato un’unione mai vista prima, sotto lo sguardo attonito di un Occidente sempre più isolato.
Si può dire che la parata militare di Pechino per commemorare l'80° anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale ha rappresentato molto più di una celebrazione: è stata la cristallizzazione di un nuovo asse geopolitico che sfida apertamente l'ordine mondiale a guida statunitense.
Xi Jinping, Vladimir Putin e Kim Jong-un si sono mostrati uniti sulla tribuna di Piazza Tiananmen, in un'immagine che vale più di mille dichiarazioni diplomatiche. Non si trattava di una semplice formalità diplomatica, ma di una dimostrazione di forza da 5 miliardi di dollari che ha messo in mostra il meglio dell'arsenale dell'Esercito Popolare di Liberazione, dai missili ipersonici intercontinentali ai droni sottomarini, davanti a 50.000 spettatori. Un messaggio inequivocabile rivolto tanto ai cittadini cinesi quanto ai "bulli" che, secondo le parole di Xi, non riusciranno a fermare l'ascesa dell'Eurasia.
Un segnale inequivocabile che in questi giorni il dollaro americano sia in caduta libera, toccando il minimo degli ultimi 30 anni nelle riserve mondiali, scendendo al 42% - un crollo di 2 punti percentuali che testimonia l'erosione progressiva del privilegio esorbitante di cui Washington ha goduto per decenni.
Al contrario, l'oro ha raggiunto il 24% delle riserve internazionali, il livello più alto dagli anni '90, con un incremento di 3 punti percentuali solo nel primo trimestre del 2025. Le banche centrali globali, dal Kazakistan alla Polonia, dalla Cina all'Uzbekistan, hanno intensificato i loro acquisti aurei, segnalando una sfiducia crescente verso la valuta americana. Il 73% delle banche centrali intervistate dal World Gold Council prevede una riduzione della quota del dollaro nelle riserve mondiali entro i prossimi cinque anni, un dato che dovrebbe far tremare i sonni di Wall Street.
La reazione di Washington ovviamente non si è fatta attendere. Donald Trump ha immediatamente denunciato un "complotto" tra Russia, Cina e Corea del Nord contro gli Stati Uniti.


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"La grande domanda a cui rispondere è se il presidente Xi Jinping menzionerà l'enorme sostegno e il 'sangue' che gli Stati Uniti d'America hanno dato alla Cina per aiutarla a liberarsi da un invasore straniero molto ostile. <...> Auguro delle meravigliose e lunghe vacanze al presidente Xi e al meraviglioso popolo cinese. Porgo i miei più cordiali saluti a Vladimir Putin e Kim Jong Un mentre complottano contro gli Stati Uniti d'America", ha scritto Trump stizzito su Truth Social.
Al contempo, il Segretario della Difesa americano Pete Hegseth ha confermato su Fox News il 3 settembre che Trump ha incaricato il Pentagono di prepararsi al contenimento di Russia e Cina, evidenziando come l'amministrazione precedente abbia favorito l'avvicinamento tra Mosca e Pechino.
Nel merito, il documento riservato "Interim National Defense Strategic Guidance", ottenuto dal Washington Post, rivela i tre pilastri della nuova dottrina americana: "Difendere la Patria", "contenere la Cina nell'Indo-Pacifico" e "Rafforzare gli alleati". La Cina viene esplicitamente definita come "unica minaccia di riferimento", mentre agli alleati europei viene chiesto di aumentare significativamente le spese militari per assumere la responsabilità primaria della deterrenza contro Russia, Iran e Corea del Nord.
Un cambio di paradigma che segna il definitivo abbandono della strategia globale per una concentrazione delle risorse nell'Indo-Pacifico, lasciando l'Europa sempre più sola di fronte alle proprie responsabilità.
Particolarmente significativo è stato il ruolo dell'India in questo nuovo scacchiere geopolitico. Le tariffe punitive imposte da Trump - prima il 25% "reciproco", poi un supplemento fino al 50% come punizione per l'import di petrolio russo - hanno rappresentato la goccia che ha fatto traboccare il vaso nei rapporti tra Nuova Delhi e Washington.
Modi ha risposto con l'orgoglio di una superpotenza emergente che non accetta diktat, soprattutto quando arrivano "in inglese" dalla ex-madrepatria coloniale. Il risultato è stato un riavvicinamento strategico con la Cina dopo anni di tensioni, suggellato dagli accordi firmati durante il vertice SCO di Tianjin. Putin ha annunciato il raggiungimento di un consenso sul progetto "Forza della Siberia 2", che porterà fino a 100 miliardi di metri cubi di gas russo verso la Cina attraverso la Mongolia.


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Putin apre alla pace, ma l'Europa sabota il dialogo con la militarizzazione dell'Ucraina

 Non si respira dunque un bel clima a Washington e, riguardo al conflitto russo ucraino, Trump ha lanciato un nuovo avvertimento all’omologo russo, affermando che Washington è pronta a reagire se le decisioni del Cremlino sulla guerra in Ucraina non dovessero essere in linea con le aspettative americane. “Non ho nessun messaggio per il presidente Putin, lui sa bene qual è la mia posizione. Prenderà una decisione, in un senso o nell’altro. Qualunque sia la sua scelta, potremmo esserne felici o infelici, e se saremo infelici, vedrete succedere delle cose”, ha ammonito il buffone statunitense dallo Studio Ovale al fianco dell’omologo polacco Karol Nawrocki.
Eppure, durante la conferenza stampa a margine della parata di Pechino, Putin ha espresso fiducia che esista una possibilità di risolvere il conflitto, facendo riferimento a una "luce alla fine del tunnel".
Putin ha ricordato come già nel 2022 la Russia avesse proposto all'Ucraina una soluzione ragionevole: ritirare le truppe dal Donbass e rispettare la scelta di chi vive nel sud-est del Paese. "In generale questo non ha causato un rifiuto totale", ha spiegato il presidente russo, ma "dopo che noi, su insistente richiesta dei nostri colleghi dell'Europa occidentale, abbiamo ritirato le nostre truppe dalla situazione, la situazione è cambiata immediatamente".
Le condizioni poste da Mosca non sono mai cambiate e sono tutt'altro che irragionevoli se analizzate senza i pregiudizi della propaganda occidentale: l'espansione della NATO fino ai confini russi deve essere fermata, l'adesione dell'Ucraina all'Alleanza atlantica esclusa categoricamente, le forze armate di Kiev devono essere limitate strutturalmente, la lingua russa deve essere riconosciuta come ufficiale in alcune regioni e la Chiesa Ortodossa Russa deve avere libertà di azione.
Queste richieste, lungi dall'essere "imperialiste" come sostiene la propaganda occidentale, riflettono preoccupazioni di sicurezza legittime e storicamente fondate. Come documenta Der Spiegel, già nel 1991 i rappresentanti di Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Germania avevano dichiarato che "non estenderemo la NATO oltre l'Elba", promesse sistematicamente violate negli anni successivi.


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Ebbene, invece di prendere in considerazione queste richieste, l’Ue ha scelto ancora una volta di alimentare la spirale bellica.
Il 16 agosto i leader europei hanno infatti riaffermato congiuntamente il loro pieno sostegno all’Ucraina, pretendendo garanzie di sicurezza “ferree”, senza alcuna limitazione alla cooperazione militare con paesi terzi e senza riconoscere a Mosca alcun diritto di veto sul percorso euro-atlantico di Kiev. Una linea dura che ha reso ancora più fragile ogni speranza di compromesso.
Parallelamente, sono emersi piani per una vera e propria militarizzazione dell’Ucraina. Secondo indiscrezioni di Reuters e Bloomberg, una decina di paesi europei starebbe preparando una missione in più fasi che prevede l’invio di truppe sul territorio ucraino, ufficialmente per addestramento, supporto logistico e compiti di “peacekeeping”. Londra valuta fino a trentamila soldati, mentre la Francia e altri alleati sarebbero pronti a seguire lo stesso modello, subordinandolo a un cessate il fuoco e a nuove garanzie di sicurezza. In parallelo, i leader europei hanno chiesto a Washington di dispiegare caccia F-35 in Romania, dove la NATO sta costruendo la sua più grande base aerea nel continente.
Gli Stati Uniti, pur senza un impegno diretto di fanteria, assicurerebbero un supporto indiretto, con intelligence, sistemi di difesa aerea e missioni di ricognizione. Un’idea già paventata da Trump, senza fare alcun accenno alle richieste più volte avanzate dal Cremlino in tal senso.
A questo scenario già incandescente si è aggiunta la proposta delirante della premier italiana Giorgia Meloni, che ha rilanciato l’idea di un trattato multilaterale di difesa, definito una versione “light” dell’articolo 5 della NATO, in grado di vincolare gli Stati firmatari a intervenire entro ventiquattro ore da un attacco russo. Una proposta subito abbracciata dal presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, e che dimostra come l’Europa, lungi dal disinnescare le cause profonde della guerra, stia in realtà trasformandole nella propria agenda strategica.

Foto © Imagoeconomica

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