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Tra accuse, minacce e promesse mancate, l’Occidente rilancia sul riarmo mentre Mosca ribadisce il veto alla NATO e la pace resta un miraggio

Abbiamo oramai oltrepassato la scadenza dell’ennesimo ultimatum trumpiano e il quadro sembra oramai più chiaro che mai. Gli Stati Uniti, nella fase decadente dell’Impero, hanno scelto di stare a guardare, lasciando il lavoro sporco agli alleati.
"Sono molto deluso da Putin. Migliaia di persone stanno morendo in una guerra che non ha senso. Non sarebbe mai successo se fossi stato presidente", ha dichiarato il leader americano in un'intervista telefonica con lo stratega politico americano Scott Jennings, aggiungendo che gli Stati Uniti "faranno qualcosa" per aiutare le persone a sopravvivere. Di cosa si tratti nel concreto non è ancora dato sapere. Sanzioni? Almeno per ora si tratta di armi al vecchio continente.
"Se l'Europa vuole intensificare questa guerra, saranno affari suoi. Ma sarà un tentativo vano di strappare la sconfitta dalle fauci della vittoria", aveva dichiarato ad Axios una fonte anonima della Casa Bianca.
Secondo i rapporti di The Times, il tycoon "sembra aver esaurito le idee su come promuovere il processo di pace" dopo che l'incontro auspicato tra Putin e Zelensky non ha avuto luogo.
Al contempo, ieri il segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha accusato Vladimir Putin di aver deliberatamente ingannato Trump, intensificando i bombardamenti sull'Ucraina proprio dopo l'incontro di Anchorage. In un'intervista rilasciata a Fox News, ha annunciato che Washington sta ora valutando "tutte le possibili opzioni" per nuove sanzioni contro Mosca.
Sono molto più concilianti, in realtà, le parole del leader russo, che oggi ha incontrato il primo ministro slovacco Robert Fico a Pechino, durante le commemorazioni del 80° anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale.
  

Putin: Si Ucraina nell’Ue, ma non nella NATO

Nel corso del bilaterale Putin ha ribadito una distinzione cruciale nelle posizioni russe riguardo all'Ucraina: "Non siamo mai stati contrari all'adesione dell'Ucraina all'UE. Per quanto riguarda la NATO è una questione completamente diversa". Ha specificato che l'adesione alla NATO rimane "inaccettabile" per la Russia "non solo oggi, non a medio termine, ma a lungo termine".
Il leader del Cremlino ha accennato alle discussioni sulle garanzie di sicurezza per l'Ucraina, riferendosi ai colloqui con Trump in Alaska: "Ci sono opzioni per garantire la sicurezza dell'Ucraina in caso di fine del conflitto. Questo è stato anche oggetto della nostra discussione ad Anchorage. E mi sembra che qui ci sia la possibilità di trovare un consenso".
La Commissione Europea, di tutta risposta, ha immediatamente chiarito di non essere "rappresentata" dal primo ministro slovacco nel suo viaggio in Cina. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha ribattuto, definendo il presidente russo “un criminale di guerra. Forse il peggior criminale di guerra della nostra epoca, che possiamo osservare su larga scala”. Durante l’intervista a Sat.1 ha anche aggiunto che “dobbiamo essere chiari su come ci si rapporta ai criminali di guerra. In questo contesto ogni indulgenza è fuori luogo”.


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Donald Trump e Friedrich Merz
   

L’Europa paventa l’invasione russa per preparare la guerra

Nel mentre, il Segretario Generale della NATO, Mark Rutte, in una conferenza stampa a Lussemburgo, ha continuato ad evocare la minaccia russa, sottolineando che un missile russo potrebbe raggiungere l'Aia in pochi minuti.
"Con la più recente tecnologia missilistica russa, la differenza ora tra la Lituania in prima linea e Lussemburgo, L'Aia o Madrid è di 5-10 minuti. Questo è il tempo che impiega questo missile per raggiungere queste parti d'Europa", ha dichiarato Rutte che ha lanciato un allarme senza precedenti anche sulle "minacce ibride", menzionando il presunto sabotaggio russo che ha coinvolto l'aereo della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen.
Proposte per la pace europee? Non pervenute, almeno quelle che non hanno il sapore di un sistematico sabotaggio dei negoziati. Il sostegno a Volodymyr Zelensky, che continua ad escludere categoricamente qualsiasi concessione territoriale, è praticamente incondizionato.

Le garanzie di sicurezza? Sono quelle che continuano ad alimentare le cause profonde del conflitto: l’Europa persevera nell’incalzare sulla presenza di truppe europee sul terreno.
Secondo il Guardian, il Regno Unito starebbe valutando l’invio di fino a 30.000 soldati che, almeno ufficialmente, non comprenderebbero unità di combattimento, ma di forze di supporto logistico, addestramento e tecnico, con l’obiettivo di garantire “cieli sicuri”, “mari sicuri” e rafforzare le forze armate ucraine. La Francia sta valutando una partecipazione analoga, in coordinamento con gli Stati Uniti, e la presenza delle truppe sarà soggetta ai termini del cessate il fuoco e alle garanzie di sicurezza attualmente in fase di negoziazione tra gli alleati.
Non manca la prospettiva di un riarmo senza precedenti, che, secondo il Financial Times, prevede accordi per forniture – pagate dagli europei – fino a 100 miliardi di dollari.
Un primo esempio di questa dottrina lo abbiamo avuto il 28 agosto, quando il Dipartimento di Stato americano ha approvato la vendita di 3.350 missili a lungo raggio ERAM per un valore complessivo di 825 milioni di dollari. Una vendita interamente finanziata da Danimarca, Paesi Bassi e Norvegia attraverso i programmi Jumpstart e Purl, insieme al supporto del programma Foreign Military Financing degli Stati Uniti.
 

Mosca non accetterà mai i volenterosi sul terreno come garanzie di sicurezza

"Il gallo gallico senza cervello non riesce a rinunciare all'idea di inviare truppe in Ucraina. È stato dichiarato esplicitamente: NIENTE truppe NATO come peacekeeper. La Russia non accetterà una simile 'garanzia di sicurezza'. Ma l'uccello rauco e patetico continua a cantare per dimostrare di essere il re del pollaio", ha scritto qualche giorno fa il vicepresidente del Consiglio di Sicurezza russo, Dmitrij Medvedev, su X.


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Vladimir Putin e Dmitrij Medvedev


La proposta russa in questo frangente, stando alle dichiarazioni del ministro degli Esteri Sergei Lavrov è la stessa di Istanbul (2022), poi naufragata, che prevedeva il coinvolgimento di tutti i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, inclusi Russia e Cina, oltre a USA, Francia e Gran Bretagna, come garanti della sicurezza in Ucraina.
Paradossalmente, durante i negoziati di 3 anni fa, fu proprio l’Occidente a rifiutarsi di fornire garanzie di sicurezza, come hanno ricordato Samuel Charap e Sergey Radchenko su Foreign Affairs.
"I partner occidentali di Kiev erano riluttanti a lasciarsi coinvolgere in un negoziato con la Russia, in particolare in uno che avrebbe creato nuovi impegni per garantire la sicurezza dell'Ucraina."

La pubblicazione sottolinea anche problemi procedurali legati alla mancata consultazione con Washington:
"Un ex funzionario statunitense che all'epoca si occupava della politica ucraina ci ha riferito che gli ucraini non si sono consultati con Washington fino a dopo l'emissione del comunicato, nonostante il trattato in esso descritto avrebbe creato nuovi impegni legali per gli Stati Uniti, tra cui l'obbligo di entrare in guerra con la Russia se avesse invaso nuovamente l'Ucraina."
Clausole che, secondo gli autori, “rendevano il trattato inapplicabile per Washington."
Erano tempi in cui nelle cancellerie occidentali c’era speranza che Mosca avrebbe perso la guerra per procura fatta sulla pelle degli ucraini.
Oggi il sogno resta, incalzato dagli interessi del comparto bellico, galvanizzato dalle prospettive di riarmo a lungo termine che poco hanno a che fare con accordi di pace.
La Commissione Europea ha varato il piano “Readiness 2030”, che mobiliterà 800 miliardi di euro in quattro anni per il riarmo. Di questi, 650 miliardi deriveranno dall’allentamento dei vincoli fiscali, permettendo agli Stati di aumentare la spesa militare fino a un +1,5% del Pil. I restanti 150 miliardi saranno erogati come prestiti comuni destinati a difesa aerea, missili, cyber-sicurezza e munizionamento. Parallelamente, il settore industriale della difesa è in forte espansione: le aree produttive sono passate da 790.000 m² nel 2020-21 a 2,8 milioni nel 2024-25 e la produzione di munizioni salirà a 2 milioni annue entro il 2025. Protagonisti della crescita sono Rheinmetall (1,1 milioni di proiettili da 155mm previsti nel 2027), BAE Systems (150 milioni di sterline di investimenti) e Leonardo (280 carri armati e 1.000 veicoli per 23 miliardi di euro).

Foto © Imagoeconomica

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