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Evacuazione forzata di un milione di civili, distruzione totale dei quartieri e richiamo di 60.000 riservisti

Il dado è tratto. Il ministro della Difesa, Israel Katz, ha approvato il piano di attacco dell’Esercito israeliano a Gaza City, richiamando 60.000 riservisti che verranno chiamati a scaglioni, secondo il Times of Israel. Per la maggior parte, circa 40-50.000, la data sarà quella del 2 settembre; la seconda fase sarà tra novembre e dicembre, infine tra febbraio e marzo 2026.
Non è stata minimamente presa in considerazione la proposta di Hamas per un cessate il fuoco, nonostante il movimento palestinese avesse dato il via libera al piano presentato dai mediatori di Egitto e Qatar. L’annuncio, arrivato il 18 agosto 2025 tramite una fonte del gruppo ad Al Jazeera, sembrava poter rappresentare un punto di svolta nelle trattative. “Abbiamo informato i mediatori della nostra approvazione della loro proposta, che è stata presentata ieri”, ha dichiarato il portavoce Taher Al-Nunu, sottolineando come Hamas avesse deciso di “anteporre l’interesse nazionale” accettando anche le garanzie fornite dagli Stati Uniti.
Il piano prevedeva un cessate il fuoco iniziale di 60 giorni, l’avvio di uno scambio graduale di ostaggi e prigionieri – con la liberazione di circa 200 detenuti palestinesi, tra cui 150 ergastolani – e un incremento degli aiuti umanitari gestiti da Nazioni Unite e Mezzaluna Rossa. Una tregua che, nelle intenzioni dei mediatori, avrebbe dovuto aprire la strada a negoziati più ampi per arrivare a una soluzione permanente.
Nessun ripensamento, come annunciato dall’esercito israeliano in un post su X, è iniziata l’evacuazione del principale centro abitato della Striscia.
“Negli ultimi giorni, le truppe dell’IDF hanno ripreso le operazioni a Jabalia e nella periferia di Gaza City. Le truppe stanno smantellando le infrastrutture militari sopra e sotto terra, eliminando i terroristi e consolidando il controllo operativo nella zona, avvisando al contempo i civili di evacuare a sud per la loro sicurezza”, si legge nella nota dell’forze armate.
L'operazione è stata soprannominata "Carri di Gedeone B", in riferimento al racconto biblico del Libro dei Giudici, in cui Gedeone guida 300 uomini armati di torce e vasi di coccio contro i Madianiti, simbolo della vittoria dei pochi giusti contro oppressori numericamente superiori. Una cinica simbologia, tenendo conto che gli oppressori in questo caso sono una popolazione inerme già tormentata dalla carestia e dalle uccisioni arbitrarie nei centri di distribuzione gestiti dalla Gaza Humanitarian Foundation.

Il ministro della Difesa ha autorizzato anche i cosiddetti “preparativi umanitari” per accogliere circa un milione di civili palestinesi che, secondo le stime, saranno costretti a lasciare Gaza City e a spostarsi verso il sud della Striscia. Già in mattinata è stato diffuso l’ordine di evacuazione, mentre l’esercito israeliano ha iniziato a predisporre l’ingresso nella città con operazioni mirate a Jabalia e nelle aree periferiche. L’evacuazione della popolazione dovrebbe concludersi in meno di due mesi.
Secondo le fonti militari, cinque divisioni delle Forze di Difesa israeliane – per un totale di decine di migliaia di soldati – sono pronte a lanciare l’offensiva contro Hamas a Gaza City. Lo schieramento prevede 12 unità a livello brigata, ciascuna dotata di fanteria, mezzi corazzati e artiglieria, con il supporto di forze operative. Anche le brigate settentrionale e meridionale della Divisione di Gaza, solitamente impegnate nel controllo dei confini, prenderanno parte all’operazione.
Tuttavia, nella città la situazione è già drammatica. “I quartieri di Gaza City sono stati oggetto di alcuni degli attacchi israeliani più feroci a cui abbiamo assistito nelle ultime settimane. Ciò che sta avvenendo è la completa distruzione delle abitazioni, la decimazione delle infrastrutture, lo smantellamento totale della vita civile”, ha denunciato ad Al Jazeera il reporter Tareq Abu Azzoum, sostenendo che il piano di evacuazione sia essenzialmente una farsa.
“L'esercito israeliano ha ripetutamente intimato alla gente di fuggire, ma questa volta non verso l'estremità occidentale di Gaza City bensì verso la parte meridionale della Striscia di Gaza, anch'essa pesantemente bombardata nelle ultime ore. Nonostante ciò, una gran parte della popolazione si trova ancora a Gaza City e si rifiuta di lasciare le proprie case e comunità”, ha concluso.

Nel frattempo i leader israeliani non mancano di continuare a dar prova del loro sadismo. Un video pubblicato dal ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, leader dell’estrema destra, girato all’interno di una prigione, lo mostra indicare una grande fotografia in bianco e nero della devastazione a Gaza, affermando che quelle foto vengono esposte nelle prigioni “così sanno che il popolo israeliano non deve essere sottovalutato” e che “questo è ciò che vedono la mattina, se guardano”, riferendosi ai detenuti palestinesi.

Dall’altra parte dell’Atlantico, Donald Trump continua a rinnovare l’appoggio al suo alleato genocida. In un’intervista al conduttore conservatore Mark Levin, Trump ha definito il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu “un eroe di guerra”, nonostante su di lui penda un mandato della Corte penale internazionale per presunti crimini di guerra a Gaza. Ha accusato i detrattori di volerlo “mettere in prigione”, senza chiarire se alludesse alla CPI o ai processi per corruzione in Israele, per i quali a giugno aveva invocato l’archiviazione. Trump ha inoltre rivendicato di aver “lavorato duramente” per ottenere il rilascio di ostaggi israeliani nelle trattative con Hamas, affermando di essere “quello che li ha recuperati” e di aver ricevuto molte lettere di ringraziamento, dichiarazioni che hanno immediatamente generato controrepliche e richieste di prove puntuali.
Cresce intanto il bilancio della strage in corso. Secondo il Ministero della Salute dell’enclave, nelle ultime 24 ore almeno 56 palestinesi sono stati uccisi e 185 feriti negli attacchi israeliani, tra cui 22 persone in attesa di aiuti umanitari. Lo stesso ministero sostiene che due corpi siano stati recuperati dalle macerie di bombardamenti precedenti e che nello stesso arco di tempo almeno tre persone siano morte di fame, portando a 269 il totale dei decessi legati alla fame dall’inizio del conflitto, di cui 112 bambini. Dalla ripresa della guerra il 7 ottobre 2023, il bilancio complessivo fornito dalle autorità sanitarie di Gaza è di 62.122 morti e 156.758 feriti.

Foto d'archivio © Imagoeconomica

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