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Israele stermina una troupe di Al Jazeera nella notte. Morto Anas Al-Sharif, tra i principali corrispondenti dell’emittente a Gaza e voce dei palestinesi

Alla fine ce l’hanno fatta. Anas al-Sharif (in foto) giornalista di Al Jazeera diventato uno dei testimoni più importanti del genocidio di Gaza, è stato ucciso da Israele. Il governo sionista terrorista di Netanyahu aveva puntato il mirino sulla sua pettorina mesi fa. Lo aveva più volte minacciato pubblicamente, anche per bocca del portavoce dell’Idf. Come vigliacchi mafiosi, infastiditi da chi non si lascia intimorire, hanno deciso che il momento di sbarazzarsi di quella voce scomoda è giunto. E così è stato. Questa notte Anas è stato ammazzato insieme al collega Mohammed Qreiqeh, l'autista Mohammed Noufal e due cameraman: Moamen Aliwa, Ibrahim Zaher. Una strage di giornalisti. Tutti e cinque sventrati da un missile che ha centrato la tenda dove riposavano a Gaza City. Una mattanza cercata, neanche a dirlo. Mentre la notizia, rilanciata in diretta da Al Jazeera, ha cominciato a circolare in tutta la Striscia e ovunque, familiari, amici, colleghi e passanti hanno estratto dalle fiamme i corpi della troupe, o quel che ne resta. Li hanno caricati in spalla su barelle di fortuna, gridando di rabbia al pianeta. A Israele. Agli arabi. A Dio. Glorificano e piangono i martiri (“shaheed”), caduti nell’esercizio del dovere, resistendo all’occupante. Le immagini sono raccapriccianti. Uno di loro non ha più le gambe. Gli arti inferiori, ormai tronconi fumanti, sembrano grandi mozziconi di sigarette ancora accese. I pantaloni gli vanno ancora a fuoco. Anas, invece, ha il volto sfigurato e le cervella che gli penzolano dalla testa nella marcia di quanti sono venuti per sollevarlo e portarlo all’obitorio di Al Shifa. E’ una scena che Anas e i suoi colleghi hanno documentato migliaia di volte, da testimoni. Ora ne sono i protagonisti, le telecamere le hanno altri. Neanche un’ora prima dell’attacco il giornalista di Al Jazeera, originario di Jabalya, aveva avvertito i suoi follower: “L’occupazione sta ora minacciando apertamente un’invasione in larga scala”. Poi l’appello: “Condividete questo messaggio e taggate tutti coloro che hanno il potere di porre fine a questo massacro. Il silenzio è complicità”. Anas, 28 anni, padre di due bambini, se n’è andato facendo quello che ha sempre fatto: testimoniare. Una passione sfrenata per il giornalismo - esplosa in petto quando a 12 anni, durante l'operazione "Piombo fuso", incrociò per la prima volta gli obiettivi della telecamera di quell’emittente per cui poi lavorerà da grande - in 18 mesi di genocidio ha visto cadere come soldatini oltre 200 colleghi sotto il fuoco sionista. Una pratica ormai normalizzata, quella della caccia al reporter. Ha documentato un numero inqualificabile di massacri, è sopravvissuto a tentativi di assassinio. A ottobre scorso, mentre era in diretta, aveva scoperto della morte di alcuni membri della famiglia in un bombardamento a Beit Lahya costato la vita a 28 palestinesi. Se ne era accorto per caso leggendo i cognomi delle vittime in mondovisione. Nessun sussulto. Anas non si era scomposto, non era crollato nemmeno quando dallo studio gli avevano domandato, inquieti, se quel cognome appena letto dai lanci di agenzia corrispondesse effettivamente a quello della famiglia. “Si, sono i miei parenti”. Quando non riesce a ucciderli, per fiaccare lo spirito dei giornalisti palestinesi e metterli a tacere, Israele prende di mira le famiglie. Bombarda le loro case. Punta ai fianchi per abbattere quelle voci che si elevano dalla Striscia e risvegliano il mondo. E’ una strategia consolidata. E’ successo a Wael Al Dahdou, storico corrispondente di Al Jazeera a Gaza, al quale l’Idf ha sterminato moglie, figli e nipotino di sei mesi. Ed è successo anche ad Anas che mesi fa ha perso il padre in un bombardamento.



I giornalisti sono bersagli a Gaza, lo sono sempre stati - e non dal 7 ottobre - perché più di ogni altra cosa Israele teme la verità, non la resistenza. Teme che qualcuno possa dimostrare che stanno compiendo una pulizia etnica. Ecco perché impedisce alle testate internazionali di entrare nell’enclave. Ed ecco che gli unici a documentare la sofferenza degli oltre 2 milioni di palestinesi sfollati della Striscia sono proprio i giornalisti palestinesi. E come tali, vivendo nell’enclave, anche loro patiscono le pene dell’inferno macchinate da Israele, a cominciare dalla fame. Ciò che raccontano “live” è ciò che subiscono sulla propria carne. Non ne sono spettatori. Le ferite del corpo e dell’anima, le perdite, i traumi, il sonno e lo stomaco che si stringe per il cibo che manca sono realtà che si portano addosso anche loro, come gli altri. I giornalisti di Gaza sono i protagonisti della sofferenza che documentano. Caso unico al mondo. Anas e i suoi colleghi c’erano quando Israele ha cominciato a radere al suolo la Striscia nel 2023, c’erano quando sono state bombardati (e lo sono tutt’ora) campi profughi, tendopoli, ospedali, ambulanze, scuole, moschee, chiese, università, mense, sedi ONU. C’erano anche quando, a gennaio, Hamas e Israele hanno raggiunto la tregua. Anas era stato uno dei tanti a raccontare la gioia, il respiro di sollievo della popolazione. In quell’occasione si era tolto in diretta elmetto e giubbotto antiproiettile con la scritta PRESS - attrezzatura che a Gaza, paradossalmente, invece di proteggerti, ti espone al fuoco militare. Era stato sollevato dalla folla in festa, tra cori, baci e lodi a Dio. Un’euforia - se così può essere chiamata - durata troppo poco. Quarantadue giorni dopo Israele ha violato la tregua e ha ripreso a bombardare qualunque cosa gli capitasse a tiro. Immaginiamoci cosa possa aver significato per quelle milioni di persone stremate ripiombare nell’incubo dal quale credevano di essere usciti. Invece era solo una boccata d’aria prima dell’annegamento. Anas non si è dato per vinto e si è riallacciato giubbotto ed elmetto, che in quel momento avevano un peso ancor maggiore. Ha ripreso a filmare, a fare dirette, interviste, reportage. Correva qua e là, di giorno e di notte, lui e il suo operatore. Quando una bomba, o un colpo di artiglieria, pioveva su una casa a Gaza City, era tra i primi ad arrivare. Ultimamente si stava concentrando sulle morti per denutrizione e i massacri ai centri di distribuzione del GHF. Durante una delle ultime dirette è crollato in un pianto sconsolato assistendo a una donna che aveva perso i sensi per la fame. “Vai avanti Anas, vai avanti. Sei la nostra voce”, gli aveva detto qualcuno da dietro la telecamera. Israele questa voce, che è andata via via ingigantendosi, la temeva da tempo. Andava strozzata. Da qui le minacce e l’accusa, falsa, di terrorismo. Tradotto: delibera ad uccidere. Il 24 luglio, il CPJ, una delle più importanti ONG a tutela dei giornalisti chiedeva la protezione per al-Sharif perché in serio pericolo. Appelli caduti nel vuoto, ignorati dalla grande stampa occidentale. La stessa che oggi piangerà ipocritamente la morte del giornalista e dei suoi colleghi barbaramente trucidati nel sonno. Anas sapeva di essere un target. Soprattutto adesso che l'esercito israeliano si accinge ad occupare Gaza permanentemente, nonostante le opposizioni interne e internazionali. Il suo lavoro, tanto amato e tanto temuto, rappresentava una minaccia per l'esercito israeliano. Anas era consapevole che presto sarebbe potuta arrivare la sua ora. Nei giorni scorsi alcuni colleghi di Al Jazeera lo avevano supplicato di lasciare Gaza: “Vieni in Qatar, salva la tua vita”. La risposta, secca: “Lascerò Gaza solo per il paradiso”. Così ha fatto.
Alcuni mesi fa ha affidato alla famiglia il suo testamento, che Tamer Al Mishal, amico e collega di Gaza, ha letto ieri dallo studio di Al Jazeera. Emozione strozzata in gola, lacrime trattenute a fatica. “Se queste parole vi sono giunte, sappiate che Israele è riuscita a uccidermi e a mettere a tacere la mia voce. Vi affido la Palestina, perla della corona dei musulmani, e il battito del cuore di ogni uomo libero in questo mondo. Vi affido la sua gente, e i suoi bambini oppressi, ai quali la vita non ha concesso il tempo di sognare o di vivere in sicurezza e pace. I loro corpi puri sono stati schiacciati da migliaia di tonnellate di bombe e missili israeliani, fatti a pezzi e sparsi sulle pareti. Non lasciatevi zittire dalle catene, né fermare dalle frontiere. Siate ponti verso la liberazione della terra e della sua gente, fino a quando il sole della dignità e della libertà sorgerà sulla nostra patria usurpata. Anas Jamal al Sharif, 6 aprile 2025”.

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