Il mandato riservato della CPI era destinato a sei Stati. Eppure anche la Libia sembra averlo ricevuto. Come?
La vicenda del generale libico Almasri, arrestato il 19 gennaio a Torino su mandato della Corte penale internazionale (CPI), si è conclusa con il suo rimpatrio su un volo di Stato. Quando, qualche settimana dopo, il ministro della Giustizia Carlo Nordio si è presentato in Parlamento per spiegare l’accaduto, ha dichiarato che quel mandato era da considerarsi “radicalmente nullo”, tanto da non poter essere nemmeno sottoposto alla Corte d’appello di Roma per la convalida dell’arresto. Secondo Nordio, l’errore risiedeva nelle date dei crimini imputati ad Almasri. Nel testo della CPI, infatti, in alcuni passaggi si parlava di reati commessi a partire dal 2015, mentre in altri, compreso il dispositivo finale, si faceva riferimento al 2011. Per il Guardasigilli, questo rappresentava un problema, poiché nel 2011 la prigione libica di Mitiga - il luogo dove si sarebbero consumate le violenze attribuite, appunto, ad Almasri - non esisteva ancora. Secondo il ministro, si trattava di un errore grossolano, che però il governo non ha nemmeno provato a chiarire direttamente con L’Aja.
Con il passare dei mesi, la vicenda ha iniziato a mostrare ulteriori crepe, che si sommavano a quelle già evidenti fin dall’inizio. Cinque mesi dopo, è emerso che lo stesso errore cronologico ritenuto grave da Nordio compariva anche in un altro documento: la richiesta di rimpatrio inviata dalla procura generale di Tripoli all’indomani dell’arresto in Italia. Anche in quel testo, la procura libica affermava che a Tripoli erano in corso indagini contro Almasri per crimini risalenti al 2011, esattamente come nel mandato internazionale. Eppure, mentre l’errore del mandato dell’Aja era stato usato per invalidare la procedura, la richiesta libica è stata ritenuta legittima e addirittura preferita a quella della Corte penale internazionale. Una scelta quantomeno sorprendente, dal momento che i mandati della CPI dovrebbero avere priorità rispetto a richieste concorrenti, soprattutto se provengono da Paesi che non aderiscono allo Statuto di Roma. A rendere il tutto ancora più sorprendente è il fatto che il governo ha reso noto il documento libico solo quattro mesi dopo l’accaduto. Né Nordio né il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ne hanno parlato durante le comunicazioni in Parlamento. Perché? Solo in seguito, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano ha giustificato la mancata convalida del mandato internazionale spiegando che la richiesta della Libia aveva impedito al ministro della Giustizia di intervenire presso la Corte d’appello di Roma. Intanto, Almasri era già stato imbarcato su un volo di Stato, autorizzato da Palazzo Chigi. Un ulteriore elemento riguarda la tempistica della richiesta libica. Il documento della procura di Tripoli è datato 20 gennaio: il giorno successivo all’arresto di Almasri a Torino. Questo fa pensare che le autorità libiche fossero già in possesso del mandato internazionale. Tuttavia, - ha spiegato “Il Fatto Quotidiano” - quel mandato era stato classificato come riservato ed era stato trasmesso soltanto a sei Stati membri. La Libia non è tra questi. Come abbia potuto riceverlo così rapidamente, magari già la domenica successiva, resta un mistero.
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