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Per la Procura la posizione dell’Italia è “giuridicamente e di fatto insostenibile”

La Corte Penale Internazionale (CPI) ha accusato l’Italia di non aver rispettato i propri obblighi di cooperazione nel caso del generale libico Mahmoud Almasri, ricercato per crimini contro l’umanità. La CPI ritiene infatti che Almasri abbia avuto un ruolo centrale in un sistema di repressione che comprendeva torture, stupri, omicidi e altre violenze sistematiche inflitte a detenuti reclusi nel carcere di Mitiga, tra cui migranti, oppositori politici e civili, con episodi particolarmente brutali di abuso e sevizie sessuali. Almasri era stato fermato a Torino lo scorso 19 gennaio, ma successivamente è stato rimandato in Libia con un volo di Stato, senza essere consegnato alla Corte Penale Internazionale. La Procura della CPI, guidata da Nazhat Shameem Khan, ha espresso dure critiche nei confronti dell’Italia, accusando il governo guidato da Giorgia Meloni di “non aver ottemperato ai suoi obblighi” e di aver impedito alla Corte di esercitare le proprie funzioni. Per questo motivo, la Procura ha chiesto che l’Italia venga deferita all’Assemblea degli Stati membri della Corte o, in alternativa, al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Una richiesta motivata nelle 14 pagine di osservazioni sul caso Almasri inviate all’Aja, nelle quali si evidenzia come la versione dei fatti fornita dall’Italia risulti priva di ogni fondamento.
Tra le giustificazioni contestate vi è quella secondo cui il rientro del generale Almasri sarebbe avvenuto in seguito a una richiesta di estradizione proveniente dalla Libia; richiesta che, in realtà, sarebbe stata formulata solo dopo il suo arresto, resa nota tre mesi più tardi e comunque non supportata da un mandato d’arresto valido. Secondo la CPI, l’Italia ha ricevuto due richieste: una da parte della Corte per la consegna dell’imputato e l’altra dalla Libia per l’estradizione. Tuttavia, non ha dato seguito né all’una né all’altra. Almasri non è stato trattenuto per essere giudicato dalla Corte, né è stato ufficialmente consegnato alle autorità libiche con le dovute garanzie. È stato invece riportato in Libia da uomo libero, accolto festosamente al suo arrivo, in un contesto che contrasta con la gravità delle accuse a suo carico. Oltretutto - ha riportato La Stampa - non risulta alcuna documentazione fornita da Roma relativa a un mandato d’arresto ufficiale emesso dalla Libia. Resta il fatto che Almasri, anziché essere trattenuto o estradato, è stato riportato a Tripoli da uomo libero, a bordo di un aereo di Stato italiano, e accolto all’arrivo da una folla festante.
Una parte del documento della Procura si sofferma sul ruolo del ministro della Giustizia, Carlo Nordio, che - essendo il destinatario formale delle richieste di cooperazione della Corte - avrebbe dovuto semplicemente trasmetterle alla Procura generale, senza entrare nel merito. Tuttavia, lo stesso guardasigilli ha dichiarato in Parlamento di aver valutato il contenuto del mandato, sostenendo che le accuse fossero poco chiare e che non fosse certo il periodo in cui i crimini sarebbero stati commessi. La procuratrice Khan ha però replicato che nel mandato d’arresto non vi è alcuna ambiguità: i crimini descritti non risalgono al 2011, anno in cui la prigione di Mitiga non esisteva ancora. Secondo la CPI, dunque, la posizione dell’Italia è “giuridicamente e di fatto insostenibile” e le spiegazioni fornite risultano del tutto inadeguate. Per questo motivo, la Procura ha chiesto alla Camera della Corte di riconoscere ufficialmente la responsabilità dell’Italia per la mancata cooperazione.

Foto © Imagoeconomica

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