È un terrore senza fine quello che si respira nell’enclave più martoriata del pianeta. L’altro ieri a Khan Younis un raid israeliano ha colpito la casa di una dottoressa, uccidendo nove dei suoi 10 figli. Lo riporta la Bbc, citando l’ospedale Nasser dove lavora l’operatrice sanitaria che si chiama Alaa al-Najjar. Il più grande dei figli aveva 12 anni.
Secondo la testimonianza della donna, nell’attacco sono rimasti feriti anche l’unico figlio sopravvissuto, di 11 anni, e il marito. Un video condiviso dal ministero della Sanità gestito da Hamas e verificato dall’emittente britannica, mostra i corpi bruciati delle vittime portati via da sotto le macerie dell’abitazione colpita a Khan Younis.
Il direttore del ministero della Sanità, Muneer Alboursh, ha precisato che il raid è avvenuto pochi minuti dopo che il marito della dottoressa era tornato a casa dopo aver accompagnato la moglie al lavoro. In un’intervista registrata dall’agenzia di stampa Afp, un parente della dottoressa, Youssef al-Najjar, ha lanciato un appello disperato: “Basta! Abbiate pietà di noi. Imploriamo tutti i Paesi, la comunità internazionale, il popolo, Hamas e tutte le fazioni di avere pietà di noi. Siamo sfiniti”.
Nella giornata di oggi, invece, almeno 14 palestinesi sono morti negli ultimi raid della notte.
Un attacco ha colpito una tenda che ospitava sfollati nella città di Deir al-Balah, nel centro di Gaza, uccidendo una madre, i suoi due figli e un altro parente, secondo l'ospedale Al-Aqsa Martyrs. Complessivamente, i morti totali di questa mattina sono arrivati a 22, secondo il ministero della Salute di Gaza. Tra loro c’è il giornalista Hassan Majdi Abu Warda, ucciso in un attacco israeliano a Jabalia, nella Striscia di Gaza settentrionale. L'ufficio stampa del governo di Gaza ha confermato il decesso, precisando che il numero di giornalisti uccisi da Israele nell'enclave è salito a 220.
Si tratta di uno dei tanti episodi tragici della campagna genocida, anche chiamata operazione "Carri di Gedeone", la fase finale della campagna militare israeliana contro Hamas nella Striscia di Gaza, approvata all'unanimità dal gabinetto di sicurezza israeliano e che si pone l'obiettivo di conquistare e mantenere il controllo permanente su gran parte del territorio dell’enclave.
Tra gli obiettivi, si pone anche quello di attuare un piano di "migrazione volontaria" che in realtà si traduce in una deportazione forzata, con l'obiettivo di svuotare ampie aree di Gaza dalla popolazione palestinese, configurandosi, di fatto, come un piano di controllo e pulizia etnica del territorio.
Secondo l'ufficio stampa governativo dell'enclave, attualmente l'esercito israeliano controlla attualmente di fatto il 77% dell'area geografica complessiva della Striscia di Gaza.
"Ciò viene ottenuto attraverso incursioni dirette sul terreno e lo spiegamento di forze di occupazione in aree residenziali e civili, attraverso un intenso controllo del fuoco che impedisce ai cittadini palestinesi di accedere alle loro case, aree, terre e proprietà, o attraverso ingiuste politiche di sfratto forzato", si legge in una nota.
La brutalità raggiunta ormai non ha limite. Un'inchiesta dell'Associated Press ha raccolto testimonianze da sette palestinesi e due soldati israeliani che confermano l'adozione di questa pratica da parte delle forze armate. I civili venivano costretti, spesso sotto minaccia di morte, a entrare in edifici o tunnel per verificarne la sicurezza, esponendosi al rischio di morte.
Un ex detenuto, Ayman Abu Hamadan, ha raccontato di essere stato costretto a missioni pericolose mentre era legato e bendato. I soldati israeliani confermano che il "protocollo delle zanzare" – questo il nome dato all'uso di scudi umani – era largamente tollerato, e che i palestinesi venivano trattati come "strumenti" piuttosto che come esseri umani. Nonostante la Corte Suprema israeliana avesse vietato tale pratica nel 2005, la sua applicazione è andata aumentando con il conflitto iniziato nell'ottobre 2023.
A questa barbarie è da aggiungersi la crisi umanitaria senza fine. L'assedio imposto da Israele ha bloccato l'ingresso di cibo, carburante, medicine e altri rifornimenti essenziali. Da oltre tre mesi, più di due milioni di persone vivono in condizioni disumane, prive dei beni primari per la sopravvivenza. Questa politica di blocco, accompagnata da bombardamenti incessanti, ha trasformato Gaza in un inferno a cielo aperto.
Martin Griffiths, ex capo dell'Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari, ha definito la situazione a Gaza "peggiore che mai", affermando che gli aiuti sono stati deliberatamente trattenuti nel sud dell'enclave, nel tentativo di costringere i palestinesi del nord a intraprendere un pericoloso viaggio verso sud, dove sarebbero poi sottoposti a controlli e possibili detenzioni. "Si tratta di aiuti per lo sfollamento, di aiuti per la vittimizzazione, e comunque non sufficienti", ha dichiarato.
"Sicuramente l'IDF [esercito israeliano] controllerà le identità, e in realtà sarà un viaggio di sola andata", ha detto Griffiths. "Si tratta di aiuti per lo sfollamento, di aiuti per la vittimizzazione, e comunque non sufficienti".
Secondo il Programma Alimentare Mondiale, oltre 70.000 bambini di Gaza soffrono di gravi livelli di malnutrizione, mentre Israele continua a consentire solo una quantità minima di aiuti nel territorio devastato. "Il WFP sta cogliendo ogni opportunità per fornire assistenza alimentare e nutrizionale, ma questa è solo una goccia nell'oceano", ha scritto l'agenzia delle Nazioni Unite su X.
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- Francesco Ciotti
