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La portavoce del gruppo: “Non ci facciamo intimorire”. Intanto da Roma nessuna presa di posizione contro le minacce israeliane

Non permetteremo a chi sostiene il terrorismo di vivere nell'agiatezza”. A pronunciare queste parole è stato il ministro della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben-Gvir, riferendosi alle condizioni carcerarie a cui saranno sottoposti i volontari della Global Sumud Flotilla, impegnati a rompere il blocco imposto da Israele a Gaza per portare aiuti umanitari alla popolazione palestinese. Per Ben-Gvir, chi verrà arrestato non sarà trattato come un semplice manifestante, ma come un “terrorista”. Questo significa detenzione prolungata nelle prigioni di Ketziot e Damon, strutture note per la rigidità delle condizioni riservate ai prigionieri di sicurezza. Agli attivisti saranno tolti privilegi come televisione, radio o cibi particolari, con l’intenzione dichiarata di dissuadere altri tentativi simili. Ben-Gvir ha anche proposto di confiscare le navi della flottiglia per metterle a disposizione delle forze dell’ordine israeliane. “Dobbiamo creare un deterrente chiaro. Chiunque scelga di collaborare con Hamas e sostenere il terrorismo - ha precisato il ministro israeliano - incontrerà una risposta ferma e inflessibile da parte di Israele”. Secondo la sua visione, dopo settimane di carcere in condizioni dure, gli attivisti ci penseranno due volte prima di organizzare una nuova flottiglia.

Dal governo italiano, intanto, tutto tace. Nessuna reazione ufficiale è arrivata alle dichiarazioni minacciose di Ben-Gvir. A parlare invece è stata la portavoce italiana della Flotilla, Maria Elena Delia: “Noi non ci fermiamo, andremo avanti. Non ci facciamo intimorire perché sappiamo di muoverci nella totale legalità... Mi auguro, nel caso in cui Israele metta in pratica arresti con il carcere duro, che il nostro governo intervenga perché siamo cittadini italiani e navighiamo in acque internazionali - sottolinea -. Quindi Israele non ha alcun diritto di arrestarci e sequestrare le nostre navi”.


I portuali di Genova

Netta e decisa è stata anche la presa di posizione dei portuali di Genova, che nei giorni scorsi hanno manifestato a sostegno della Global Sumud Flotilla. Attraverso il loro collettivo e il sindacato Usb, hanno lanciato un messaggio diretto a Israele: se le navi della flottiglia dovessero subire attacchi, ritardi o se ne perdesse il contatto anche solo per pochi minuti, sarebbero pronti a bloccare l’attività portuale non solo a Genova, ma a livello europeo, con uno sciopero in grado di paralizzare la circolazione delle merci. “Voglio che sia chiaro a tutti - ha detto Riccardo Rudino dal palco allestito nel porto di Genova in occasione della partenza della flotta - intorno a metà settembre queste barche arriveranno vicino alla costa di Gaza. Se noi per soltanto venti minuti perdiamo il contatto con le nostre barche, con le nostre compagne e i nostri compagni, noi blocchiamo tutta l'Europa. Insieme al nostro sindacato Usb, insieme a tutti i lavoratori portuali che ci stanno, insieme a tutta la città di Genova: da questa regione escono 13-14 mila container all'anno per Israele, non esce più un chiodo”.


L’annessione della Cisgiordania

Intanto, tra le minacce del governo israeliano da una parte e i silenzi istituzionali occidentali dall’altra – inclusi quelli italiani, salvo qualche timida dichiarazione formale –, a Gaza continua a crescere il numero delle vittime. Nella sola giornata di ieri, i raid israeliani hanno provocato almeno sessanta morti, tra cui donne e bambini, e persino persone uccise mentre erano in fila per ricevere aiuti. A questo si aggiunge una tragedia altrettanto drammatica: secondo fonti vicine ad Al Jazeera, sarebbero nove i decessi dovuti a carestia e malnutrizione, tra cui tre bambini, solo nelle ultime 24 ore.

In questo contesto, secondo quanto riportato dal sito Axios, il governo di Benjamin Netanyahu starebbe valutando di annettere formalmente alcune aree della Cisgiordania, quelle cioè dove la presenza dei coloni israeliani è più densa. Un gesto che, se attuato, consoliderebbe ulteriormente il tentativo di cancellare la prospettiva di uno Stato palestinese indipendente e l’espansione territoriale dei coloni israeliani. Si tratterebbe anche di una risposta al processo che si aprirà all’Assemblea generale dell’Onu, dove diversi paesi si preparano a riconoscere ufficialmente la Palestina. Israele avrebbe già fatto trapelare le proprie intenzioni sia a governi europei sia agli Stati Uniti, con una telefonata del ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar al segretario di Stato americano Marco Rubio. A questa telefonata è seguita immediatamente la reazione di Washington, che ha deciso di revocare i visti a decine di funzionari palestinesi, compreso quello del presidente Abu Mazen. Una decisione che ha irritato l’Unione europea, la quale ha chiesto agli Stati Uniti di ritirare il provvedimento.

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