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L’ex presidente era l’ospite più attesto, ma l’ombra del suo passato offusca le sue parole

L’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha iniziato ieri il proprio intervento al Cop26 di Glasgow dicendo di essere “orgoglioso del lavoro che abbiamo fatto con i Paesi insulari” e “vulnerabili” mentre era ancora alla Casa Bianca. “Per molti versi le nostre isole sono il campanello d’allarme“ ha detto, aggiungendo che “ci stanno mandando un messaggio adesso, che se non agiamo, e non agiamo in modo audace, sarà troppo tardi. Non è qualcosa distante 10, 20 o 30 anni, è adesso, e dobbiamo agire adesso“. “Penso sinceramente che non avremmo avuto un accordo così ambizioso a Parigi se non fosse stato per la volontà e la capacità dei Paesi insulari. Come cinque anni fa non abbiamo fatto abbastanza e le nostre isole sono minacciate più che mai”. E si è poi detto orgoglioso dell’attenzione che il governo Usa e il presidente Joe Biden danno alla questione. L’ex presidente ha poi fatto presente che “noi siamo più ricchi e abbiamo contribuito ad aggravare il problema (della crisi climatica ndr) e quindi abbiamo ora un peso in più da sostenere per aiutare e assistere coloro che sono meno responsabili o meno (economicamente) capaci, ma sono nello stesso tempo i più vulnerabili”. Dopodiché si è rivolto ai giovani esortandoli a rimanere arrabbiati e a canalizzare questa rabbia: “A tutti i giovani là fuori, e a tutti coloro che si considerano giovani nel cuore: voglio che rimaniate arrabbiati, che siate frustrati, ma che reagiate a questa rabbia e questa frustrazione e insistiate per ottenere sempre di più. Sono pronto a questa lunga marcia se lo siete anche voi, mettiamoci al lavoro”. E poi ancora: "Le proteste sono necessarie, le campagne con gli hashtag possono far crescere la coscienza, ma per costruire coalizioni più ampie" ha detto ancora bisogna raggiungere anche chi "non è ancora convinto". "E per persuadere queste persone non si più solo urlare o twittare contro, o creare problemi con il blocco del traffico - ha aggiunto - dobbiamo ascoltare le obiezioni e le riluttanze della gente comune, comprendere la loro realtà e lavorare con loro in modo che azioni serie sul clima non abbiano un impatto negativo su di loro".
Protagonista sia della fallita conferenza Onu sul clima di Copenaghen, sia di quella parzialmente riuscita a Parigi nel 2015, l’ex leader della Casa Bianca non ha mancato di far notare come negli anni trascorsi dall’appuntamento parigino diversi impegni siano rimasti sulla carta: “È importante riconoscere - ha osservato - come in questi 5 anni non si sia fatto abbastanza”. Ha poi citato un detto hawaiano che invita a stare “uniti per andare avanti” esortando le comunità di attivisti a lottare per garantire il mantenimento dell’impegno atto a contenere il surriscaldamento della Terra entro il tetto di 1,5 gradi in più rispetto alle temperature medie dell’era pre-industriale. E non ha risparmiato critiche ad alcuni grandi Paesi assenti, come Cina e Russia: “È stato scoraggiante vedere i leader di due dei più grandi emettitori declinare persino di partecipare al programma”. In loro l’ex presidente degli Stati Uniti riconosce “una pericolosa assenza di urgenza e un desiderio di mantenere lo status quo. Questa è una vergogna“.
Infine nel suo intervento, anticipato dalla Cnn, l’ex presidente ha puntato il dito contro l’amministrazione Trump marchiandola come responsabile della maggior parte dei mancati progressi degli States in tema di cambiamenti climatici, accusandola di “quattro anni di ostilità nei confronti della scienza del clima” e di aver promosso il “negazionismo climatico”: “Negli Stati Uniti, alcuni dei nostri progressi sulla lotta al cambiamento climatico si sono fermati quando il mio successore ha deciso di ritirarsi unilateralmente dall’Accordo di Parigi nel suo primo anno di mandato. Non sono stato molto contento di questo”, ha detto sottintendendo che negli anni passati si era registrato un costante progresso.

Le critiche da parte degli attivisti
Nonostante era il personaggio più atteso della giornata alla Cop26 di Glasgow e nonostante il carisma e l’appeal che da anni caratterizzano i suoi interventi, questa volta Obama non è riuscito a sfuggire alle accuse dei giovani attivisti per il clima che lo hanno accusato di non aver mantenuto le promesse in fatto di investimenti in favore dell’ambiente. Anche lui, quindi, è diventato parte del circolo politico del “bla bla bla” condannato da Greta Thunberg.
La giovane attivista ugandese Vanessa Nakate ha  scritto in un  tweet: “Signor Barack Obama, quando avevo 13 anni (nel 2009, ndr) ha promesso 100 miliardi per la finanzia climatica. Gli Stati Uniti non hanno mantenuto quella promessa e questo costerà delle vite in Africa. Tu vuoi incontrare i giovani della Cop26. Noi vogliamo i fatti“. Nakate ha accusato inoltre “il Paese più ricco della terra di non contribuire abbastanza ai finanziamenti salva vita”.  Inoltre l’attivista sedicenne Alexandria Villasenor ha denunciato su Twitter che i giovani sono stati lasciati fuori dalla sala conferenze della Cop26 durante l'intervento dell'ex presidente Barack Obama. "Oggi Obama e' a Glasgow e pare che abbia un messaggio per i giovani. Ma i giovani non sono entrati nella stanza. Non ci sono i biglietti per noi. Se ne potevano prendere due a delegazione o Ong e se li sono presi tutti gli adulti", scrive la giovane ambientalista. "Non c’è nemmeno il collegamento video. Immagino che lo guarderemo più tardi su YouTube”.
Parole che sembrano una risposta diretta al plauso che l’ex presidente ha voluto fare al movimento che dal 2018 vede in Greta Thunberg la leader che sfida i grandi della Terra a impegnarsi nella lotta al cambiamento climatico. “Due anni fa Greta Thunberg ha ispirato migliaia di giovani - ha infatti detto Obama - Ora il mondo è pieno di Greta. Le proteste sono necessarie, dobbiamo persuadere quelli che non sono d’accordo o che sono indifferenti”.

Lo scenario ambientale
Nel corso della mattinata a Glasgow è stata presentata una ricerca McKinsey, secondo la quale se si superano 1,5 gradi di riscaldamento dai livelli pre-industriali, nel prossimo decennio quasi metà della popolazione mondiale sarà esposta al rischio di ondate di calore, siccità, inondazioni o carenza d’acqua, contro il 43% a rischio oggi. Secondo il rapporto, in questo scenario le zone sottoposte ad ondate di calore potrebbero registrare temperature che renderebbero impossibile lavorare all’esterno nel 25% delle ore lavorative di un anno. In uno scenario peggiore, di 2 gradi sopra i livelli pre-industriali al 2050 (oltre l’obiettivo minimo dell’Accordo di Parigi), 800 milioni di persone in più rispetto ad ora vivrebbero in aree urbane con gravi problemi idrici, a causa dell’aumento della domanda d’acqua. Circa 100 milioni di persone (1 su 7 degli agricoltori del mondo nel 2050) sarebbero esposte a gravi livelli di siccità, riducendo la loro capacità di produrre cibo. Quattrocento milioni di persone che vivono sulle coste di mari e fiumi rischierebbero inondazioni costiere, con morti e ingenti danni materiali.
(Prima pubblicazione: 09-11-2021)

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