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Le Figaro: “Negata la verità sull’esplosione”

Sono passati due anni da quando due esplosioni hanno disintegrato il porto di Beirut (e kilometri quadrati di area intorno ad esso), strappando la vita a 224 persone e provocando circa 7 mila feriti e 150 disabili. Una tragedia che ha aggravato un tessuto economico e politico già in fase avanzata di deterioramento. L'inflazione ha raggiunto il 210% lo scorso giugno e non è stato ancora formato il governo dopo le elezioni legislative del 15 maggio. L'attività dell'esecutivo in carica per la gestione degli affari correnti è limitata e il governo, in tutto ciò, è incapace di adottare quelle riforme a più riprese invocate negli anni dalla comunità internazionale, dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca mondiale per sbloccare i fondi e consentire al Paese dei cedri - un tempo considerato la Svizzera del Medio Oriente - di ripartire. Lo stallo politico e la perdurante crisi economica stanno facendo sprofondare il Libano, proprio come i silos di grano danneggiati nell'esplosione del 4 agosto 2020, che negli ultimi giorni si stanno sgretolando e rischiano di crollare. Sebbene si trovino in un'area del porto interdetta all'accesso, il crollo dell'infrastruttura fa temere ai parenti delle vittime dell'esplosione che con la loro disintegrazione questa ennesima tragica pagina della storia del Paese venga dimenticata. Le indagini affidate al giudice Tarek Bitar si sono, infatti, arenate dopo la richiesta di arrestare dei ministri. Oggi pomeriggio, a due anni dalla tragedia, sono previste diverse manifestazioni nella capitale che si concluderanno davanti alla statua dell'emigrante, di fronte al porto. Intanto, i sopravvissuti e diverse organizzazioni internazionali hanno chiesto al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite di istituire una "missione conoscitiva indipendente e imparziale" per far luce su una "tragedia di proporzioni storiche".

Le indagini
Human Rights Watch ha affermato che "due anni dopo, l'indagine a livello nazionale si è bloccata, senza alcun progresso tangibile. Le autorità libanesi ne hanno ripetutamente ostacolato l'avanzamento, bloccando interrogatori, procedimenti legali e arresti di politici e altri responsabili". L'Ong ha evidenziato "una serie di vizi procedurali e sistemici nella conduzione di questa indagine, tra cui la palese interferenza politica, l'immunità concessa a politici di alto livello, il mancato rispetto degli standard del processo equo e violazioni dei diritti di difesa". "I politici indagati in questo caso hanno depositato più di 25 richieste per sollevare dall'incarico il giudice che guida le indagini, Tarek Bitar, e altri magistrati, con la conseguente ripetuta sospensione dell'indagine. L'ultima tornata di impugnazioni legali intentate contro il giudice Bitar ha provocato la sospensione delle indagini dal 23 dicembre 2021", ha concluso Human Rights Watch. Sulla questione è intervenuto anche Papa Bergoglio, insistendo sul fatto che verità e giustizia "non possono mai essere nascoste". Il Santo padre ha detto di pregare per le famiglie delle vittime "di questo disastroso evento e per il caro popolo libanese". "Prego che tutti siano confortati dalla fede e confortati dalla giustizia e dalla verità che non possono essere mai nascoste", ha aggiunto.

Cos’è rimasto?
A inizio agosto nuovi pezzi dei silos di grano situati nel porto di Beirut, già danneggiati dalla doppia esplosione del 4 agosto del 2020, sono crollati, dopo il collasso di una parte dell'infrastruttura domenica 31 luglio. La scorsa settimana, il ministero dell'Ambiente aveva lanciato l'allarme su un aumento del rischio di crollo in alcune parti della facciata nord della struttura. Il primo ministro designato Miqati aveva chiesto alle autorità competenti di "monitorare attentamente i silos e vietare a chiunque di avvicinarsi, siano essi dipendenti o membri della Protezione civile e dei vigili del fuoco, per motivi di sicurezza". Il premier aveva anche chiesto all'esercito e alla direzione per la gestione dei disastri di essere "in allerta in caso di crollo parziale della struttura". I silos del porto di Beirut sono stati gravemente danneggiati dalla doppia esplosione che ha devastato interi quartieri della capitale libanese. Secondo una missione di esperti guidata da un ingegnere francese con base a Ginevra, Emmanuel Durand, la parte settentrionale è stata gravemente danneggiata alla base e rischia il crollo. I risultati hanno rivelato l'inclinazione giornaliera di questa parte della struttura.

Un Paese in ginocchio
A due anni della duplice esplosione nel porto di Beirut è doveroso fare un punto sulla situazione economica in Libano. Gli ultimi dati diffusi dall'Agenzia per le statistiche del Libano a fine luglio indicano che l'inflazione ha raggiunto il 210 per cento lo scorso giugno su base annua, sulla scia della peggiore crisi economica nella storia del Paese dei cedri. Il tasso d'inflazione è in costante aumento per 24 mesi di fila. Su base mensile, l'inflazione è aumentata a giugno del 9,23% rispetto a maggio. Secondo quanto riferito dall'istituto Byblos Bank, il mancato monitoraggio dei prezzi al dettaglio, la fluttuazione del tasso di cambio della lira libanese sul mercato parallelo, la graduale revoca dei sussidi agli idrocarburi e il contrabbando di merci importate hanno anche portato a carenze di approvvigionamento a livello locale con l'aumento dei prezzi. In particolare, il costo di acqua, elettricità, gas e altri combustibili è aumentato del 594% a giugno scorso su base annua, seguito dall'incremento dei costi in ambito sanitario (+492%). Il costo dei trasporti ha subito su base annua un incremento del 462%, mentre cibo e bevande analcoliche sono aumentati del 332%.
L'economia libanese è crollata dopo aver dichiarato il default su 31 miliardi di dollari di eurobond, provocando un crollo del valore della lira libanese del 90% sul mercato nero. Parallelamente, il debito pubblico ha superato i 100 miliardi di dollari nel 2021, pari al 212% del Pil. La crisi economica è acuita dallo stallo politico dopo le elezioni legislative del 15 maggio scorso, in seguito alle quali non è ancora stato formato il governo. La nascita di un esecutivo in grado di attuare le riforme è necessaria per sbloccare gli aiuti internazionali e il finanziamento del Fondo monetario internazionale. La crisi economica del Libano ha subito il colpo di grazia con il blocco delle esportazioni di cereali dall'Ucraina e dalla Russia, provocando una penuria di pane e file davanti alle panetterie. In questo senso, una boccata d'ossigeno arriverà nelle prossime settimane, quando è atteso il carico di mais della nave Razoni partita il primo agosto da Odessa. Inoltre, la scarsa disponibilità economica ha fatto sì che manchi l'approvvigionamento di carburante per alimentare le centrali elettriche. Nell'ultimo anno l'erogazione dell'elettricità è stata sempre più a singhiozzo, facendo sprofondare il Paese nell'oscurità.

Emmanuel Macron: il salvatore o classico “bla bla bla”?
A due anni dal lancio di un'iniziativa politica volta a rimettere in sesto il Libano, sulla scia delle devastanti esplosioni al porto di Beirut del 4 agosto 2020, il presidente francese Emmanuel Macron in un'intervista al quotidiano "L'Orient-Le Jour" ha detto che non si arrenderà mai, “non permetterò mai che il Libano crolli, ancor meno che scompaia". Macron ha espresso un giudizio severo nei confronti della classe dirigente in generale, che ritiene responsabile dei blocchi che ostacolano la ripartenza del Paese, ma ha fatto una breve cenno al premier uscente, Nagib Mikati. Il capo del governo libanese in carica per il disbrigo degli affari correnti, ha detto Macron, "cerca di fare del suo meglio" per avviare le riforme di cui il Libano ha bisogno e per aiutare a ripristinare "strette relazioni" con l'Arabia Saudita e le altre monarchie del Golfo, senza le quali il Libano "non vedrà né prosperità né crescita". Riferendosi alla spinosa questione dei negoziati sulla delimitazione del confine marittimo con Israele, Macron ha messo in guardia le autorità di Beirut. Secondo il titolare dell’Eliseo, il Libano "non sopravvivrebbe a un nuovo conflitto al confine meridionale, che sarebbe molto più mortale, molto più distruttivo di quello del 2006". "Nessun attore libanese ha alcun interesse in questo", ha sottolineato il presidente Macron, rivolgendosi chiaramente a un Hezbollah che continua a provocare lo Stato ebraico. Tornando all'anniversario dell'esplosione di Beirut, il presidente francese ha colto l'occasione per denunciare gli ostacoli alle indagini. "Lo ripeto oggi con forza: bisogna fare giustizia", ha insistito.

La critica internazionale: per “Le Figaro” negata la verità sull’esplosione
Il secondo anniversario della catastrofica esplosione che due anni fa devastò il porto di Beirut, causando centinaia di morti e migliaia di feriti, offre a Le Figaro lo spunto per una riflessione sulla crisi del Paese, con il quale la Francia ha forti legami avendolo amministrato dal 1926 al 1943 come mandataria delle Società delle Nazioni. "Beirut, la verità soffocata": questo il titolo di apertura, centrato sul nulla di fatto delle indagini per accertare le responsabilità del disastro. "Ignorando le domande dei libanesi, la vecchia classe politica ostacola l'inchiesta e fa sì che nessun responsabile di alto livello sia chiamato a rendere conto", scrive il giornale, che invoca "giustizia per il Libano". In primo piano anche un'intervista del quotidiano al ministro dell'Interno, Gerard Darmanin, che promette "lotta senza quartiere contro i delinquenti stranieri".

Foto: it.depositphotos.com

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