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Il figlio di Wilson ricorda il giorno del golpe a Montevideo di 49 anni fa (Prima Parte)

“Guardo le immagini dell’ultima sessione del Senato che fanno vedere anno dopo anno in televisione, e credo di essere l'unico sopravvissuto che era in quella sala quella notte. Avevo 18 anni”.
Juan Raúl Ferreira, figlio del leggendario leader del Partito Nazionale, Wilson Ferreira Aldunate, sarebbe l'ultima delle persone vive, secondo le sue parole, presente durante la famosa sessione del Parlamento di quel 26 giugno del 1973, avvenuta ore prima che il presidente Bordaberry sciogliesse le camere ed i militari entrassero nel Palazzo Legislativo.
Quaranta nove anni dopo il colpo di Stato in Uruguay, ci ha accolto a casa sua, dove abbiamo chiacchierato riguardo quella data così particolare per la storia del Paese, una storia che ha vissuto appieno e che lo ha visto, a inizio dittatura, a fianco di un uomo emblematico dell'Uruguay di quegli anni.
Con gentilezza ha invitato lo staff di Antimafia Dos Mil nel suo ufficio personale, dove, circondato da libri, placche, diplomi ed alcune foto emblematiche, ci ha offerto il caffè ed acqua fresca. Sulla porta una targa che indicava il nome del posto, “El club de Tobi”, parafrasando il nome di un quartetto di archi classico con un vasto repertorio di canzoni popolari. Mentre ci accomodiamo nel piccolo ma accogliente spazio, non potevamo non osservare con viva curiosità il poster del salvadoregno sacerdote terzomondista Óscar Romero - del quale era gran amico, come ci ha raccontato dopo -, una foto della sua gioventù insieme a Wilson nel 1976 a Londra in pieno esilio, ritagli di giornali, gli auguri dell'Ambasciata dell'Israele ed una foto di suo padre insieme a Fidel Castro. Arrivare in questo luogo ed ascoltare come primo racconto che ha lavorato insieme a Orlando Letelier - il cancelliere di Salvador Allende - durante i tre giorni previ all'attentato che finì con la sua vita, e anche su come ricevette dalle mani dello stesso Fidel una collezione completa di libri su personaggi cubani. Racconti affascinanti di qualcuno che ha vissuto in prima persona la storia. 
Juan Raúl Ferreira ha affrontato subito il tema cardine della nostra intervista: il colpo di Stato del 27 giugno 1973 in Uruguay che ancora oggi continua ad incidere sulla vita del Paese.
“Il vero movimento io ricordo che fu il 26”, racconta. E per addentrarci nel contesto di quanto accadde quel giorno, ripassiamo un po' la storia dentro la storia. “Il mio primo forte ricordo è che c’era una forte mobilitazione nel paese; ora non esiste più quella mobilitazione se non prima delle elezioni ed a volte anche pre-elezioni non è facile”.
“Noi uscivamo tutti i fine settimana in gita con mio padre. Il fine settimana eravamo stati a Maldonado. Io ricordo che c’era un clima della domenica; il colpo di Stato fu nella notte tra lunedì e martedì. La domenica a Maldonado gente della JUP
(Gioventù Uruguaiana in piedi, ndr.) aveva circondato il nostro attico, tirava pietre. Io mi ricordo che ero andato ad affrontarli, poi vidi arrivare la polizia. Io pensai ‘bene… abbiamo la protezione della polizia’, e la polizia mi arrestò”.
“Un aneddoto; mio padre aveva buon umore nei momenti più drammatici e tremendi. In un determinato momento del suo discorso, dice, ‘si stanno portando mio figlio in carcere’. E io ho detto ‘mi sono salvato’. E lui ha aggiunto: ‘Meglio, così si va abituando perché vengono tempi difficili'. Ugualmente, il deputato del dipartimento fece alcune gestioni e mi rilasciarono subito. Rimasi solo un momento. Mi lasciarono andare per non scontrarmi con quelli della JUP”.


ferrera camboni ov antimafia


“Dopodiché, lui andò a riposare, riflettere, pensare, meditare. Io arrivo verso le 2 del mattino del lunedì, cioè alla vigilia del colpo, e c'era un comunicato del capitano Bernardo Rafael Piñeyrúa, che era un militare democratico finito poi in carcere, e diceva: 'Devo parlare con Wilson con urgenza'. Io sono andato da lui verso le sei del mattino a dirgli che mio padre non c’era - la comunicazione non era come oggi -, e mi disse, 'non appena puoi digli che devo vederlo perché è già stato deciso il golpe”.
“La destituzione di Enrique Erro fu il pretesto per dare corso al colpo di Stato. Era andato a Buenos Aires per una serie di conferenze per la Gioventù Peronista. Quando arrivo a casa mia dopo la riunione con Piñeyrúa, i miei genitori erano già ritornati. Avevano detto che si sarebbero presi un paio di giorni, ma ritornarono dicendo ‘il clima non è dei migliori’.
“Mio padre andò a casa del generale Seregni verso le dieci, dieci e mezza del mattino, e entrambi erano d’accordo su due cose: in primo luogo, chiedere a Zelmar Michelini di andare a Buenos Aires e impedire a Erro di ritornare, magari per guadagnare un po' di tempo. Comunque io credo che tutti e due erano molto preoccupati sulla sorte di Zelmar”.
“Ricordo anche Zelmar che ci saluta a casa nostra. Noi abitavamo in Avenida Brasil e la Rambla. Aveva parlato già con Seregni, sapeva già che ambedue avevano parlato del tema, per questo Zelmar non era presente nella famosa sessione di chiusura”.
“Un'altra cosa accordata con Seregni era che mio padre incaricasse Pivel Devoto, poi lui a sua volta lo chiese a Óscar Botinelli, di redigere un proclama congiunto contro il golpe. Telefonicamente dissero al Dr. Sanguinetti, che rispose di no, che loro ritenevano fosse necessario combattere contro uno stesso nemico, ma ognuno nella propria trincea e con azioni comuni. Decisero comunque di continuare con l’idea del proclama e che lo firmassi il Partido Nacional ed il Frente Amplio. Fu divulgato due o tre giorni dopo, fu tutto molto più veloce di quanto si aspettassi”. 
“Dopo questo, tutto il pomeriggio mio padre ha iniziato a fare riunioni con i diversi dirigenti politici. Siamo andati al Palazzo Legislativo, all'ufficio di Toba che era presidente della Camera; non ricordo quante volte ho attraversato attraversai il Salone di Los Pasos Perdidos perché mi chiedeva di dire a Toba di andare via, e Toba - questo l’ho vissuto fino all’ultima volta che lo vidi, esattamente la notte del sequestro -, era puro ottimismo, aveva forza d’animo e Zelmar era più pragmatico. Toba non voleva andare via”.
“Alla fine si incrociò con mio padre, lo convinse di andare via, ma veramente non andò lontano, si nascose in una casa in Atlantida e poi la cosa si complicò, lo fecero salire sulla nave Vapor de la Carrera, il direttore era amico. Lo fece salire alle quattro del pomeriggio quando non erano arrivati i funzionari di Migrazioni”.

- Tutta questa situazione si presentò prima del 27…
Tutta questa situazione l’abbiamo vissuta il 26. Quel giorno, inoltre, mio padre aveva un evento… in realtà non era un evento suo, era un paese molto mobilitato; c'era un evento al cinema Grand Prix della coordinatrice della zona. Lui non pensava nemmeno che sarebbe stato a Montevideo e si presentò di sorpresa per la gioia di ragazzi che lo accolsero felici e annunciò loro che non si sarebbero visti per molto tempo. Era una specie di addio alla militanza. Io mi ricordo i volti della gente che gli era amica e che io conoscevo personalmente. Dall’entusiasmo e l'allegria si passava ai pianti perché non potevano crederci”.
“A quel punto mio padre ritorna al Palazzo per la sessione di congedo. C'era una sessione ordinaria in corso, dopo - a me interessa questo punto perché qualche libro sulla vita di mio padre sbaglia parecchio-, a Jorge Sapelli, colorato - il ministro di Lavoro di Pacheco, nonostante tutto aveva un ottimo rapporto con la CNT, un uomo di dialogo -,  il senatore Paz Aguirre per il Partito Colorado, mio padre per il Partido Nacional e Ñato Rodríguez -era comunista- per il Frente Amplio, a chiedergli di non rimanere in quella sessione dove si stava preparando l’addio istituzionale, perché a quel punto il colpo era veramente imminente, ma che andassi al Consiglio dei Ministri a rovinare la festa. Era un sacrificio difficile da chiedergli, perché oggi si continua a riproporre quell'ultima sessione nella televisione, dopo tanti anni. Ma Jorge Sapelli non era lì per quel motivo; non era per lavarsi le mani, tutto il contrario. È l'unico caso nella storia dove un colpo di Stato, il presidente destituisce il vicepresidente (in quel momento Sapelli era vicepresidente del presidente Juan María Bordaberry), ndr). Normalmente è al contrario, fu un autogolpe e Jorge non accettò per nessuna ragione la nuova istituzionalità,  due mesi dopo ci fu un decreto per la sua destituzione”.


ferrera camboni video antimafia


“Paz Aguirre presiede la sessione, comincia il congedo. Io ricordo bene il discorso di Amílcar Vasconcellos, di Hierro Gambardella, del Ñato, del Pancho Rodríguez Camusso. E c'era una cosa molto incredibile: ognuno concludeva come alzando le proprie bandiere, ma non si respirava settarismo. Mio padre stesso finisce gridando 'Evviva il Partido Nacional! '. Era come se ognuno apportasse la propria bandiera a qualcosa che era uno sforzo collettivo, che era la restaurazione democratica”.
“Bisogna viverlo, è molto difficile da spiegare. Realmente si sentiva un clima di unità, benché Vasconcellos concludesse dicendo 'Viva Batlle!', Hierro ‘Viva Brum!'. Ognuno il suo, ma in un clima tremendamente unitario”.
“Dopo siamo andati via con mio padre… era con un amico, il dottore Enrique Cadenas che indossava l'impermeabile di mio padre. Dovevamo andare via come sempre andavo con mio padre nella sua Ford Escort bianca, ma mio padre aveva programmato di uscire di nascosto da un'altra uscita. E funzionò, perché appena siamo usciti dal Palazzo, tutti i giovani che erano lì uscirono non dietro mio padre bensì seguirono me, pensando lui era lì.
Ci fu un episodio che lui ricordava sempre, un poliziotto che noi conoscevamo perché era sempre all’ingresso del Palazzo. Poteva succedere qualsiasi cosa, ma l’agente lo afferra con la mano. Il mio vecchio avrebbe potuto reagire in qualche modo. E gli disse 'Wilson, la mia casa è molto povera, ma lì non verranno a cercarla’. Queste espressioni di solidarietà, io poi ho imparato che fanno la differenza in tutto. Quelle piccole espressioni di solidarietà anonima. Il mio vecchio diceva, Zelmar lo diceva; 'la solidarietà è l'unica arma contro la quale non ha potuto vincere il fascismo'”. 
“Pochi isolati dopo ci hanno fermato fino all'alba - era una notte molto fredda - con le mani nella testa chiedendo dove era Wilson. Erano veramente sorpresi di non averlo trovato in auto. Mio padre si era nascosto in una piccola imbarcazione  per recarsi a Buenos Aires. Chiusero il Porto del Buceo. Poi ci fu tutta un’operazione, ma finalmente partì”.
"Roy Berocay nel suo libro per giovani ed adolescenti lo racconta con molto sarcasmo. L'aneddoto è vero. Partirono mio padre e mia madre. Mia madre voleva sempre accompagnarlo in queste cose, non aveva motivo, perché lei non era ricercata. E mio padre si lancia su di lei per salire su un aereo da turismo in movimento, mamma perfino si ferì e le è rimasta la cicatrice tutta la vita. Conta Roy Berocay racconta che il mio vecchio gli dice: Non potrai negare che non ti ho dato una vita noiosa'. Così partono verso Paysandú a bordo di un aereo da turismo tutti e due con il pilota - Jorge Henderson offrì loro il suo aereo da turismo e fece da pilota-. A Paysandú attraversarono il territorio argentino ed avvisarono subito che non avevano permesso di volo, la loro situazione, e lii hanno accolti. Erano altri tempi in Argentina, da dove siamo andati via molto tempo dopo. Il presidente era (Héctor José) Cámpora, il ministro dell'Interno era Esteban Righi, e li attendeva il ministro dell'Interno a Don Torcuato. L'asilo politico fu praticamente automatico. Poi arrivarono altri tempi”.

Foto © Romina Torres/Antimafia Dos Mil-Our Voice

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