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Nei giorni scorsi la giustizia Federale della Repubblica Argentina ha ordinato di concedere il privilegio degli arresti domiciliari a tre repressori dello Stato argentino, condannati per reati contro l’umanità, commessi durante la fase militare della dittatura civica, imprenditoriale ed ecclesiastica. 

Si tratta dei repressori Miguel Osvaldo Etchecolatz, ex direttore generale delle Investigazioni della Polizia di Buenos Aires; Mario Guillermo Ocampo, ex membro del Distaccamento di Intelligence 201 dell’Esercito con base a Campo de Mayo; e Luis Firpo, ex capo della Centrale di Contro-intelligence e della Divisione di Sicurezza del Battaglione di Intelligence 601. Nei tre casi è intervenuta la Corte Federale di Cassazione Penale, composta dai giudici Guillermo Yacobucci, Carlos Mahiques e Ángela Ledesma. 

Nel caso di Ocampo, 74 anni, il Tribunale ha solo posto come condizione il posizionamento di un dispositivo di rintracciamento elettronico, o braccialetto elettronico come normalmente viene chiamato. Ocampo è stato arrestato solo nel 2019 dopo una vita intera vissuta nell’impunità, quando fu rintracciato dalla Polizia Federale in un country privato nella località di élite di Pilar, dove visse per almeno sette anni. Mi chiedo, quante persone, famigliari o collaboratori del repressore, conoscevano il suo recapito? Quanti vicini lo avranno visto in più di un'occasione, magari senza conoscere la sua reale condizione? 

Nel caso di Firpo, il ricorso firmato dal Tribunale ha permesso che il repressore ritornasse al suo domicilio a Mar de la Plata. Firpo, 90 anni, godeva già di questo privilegio, interrotto alla fine del 2020 quando alcuni vicini riuscirono a filmarlo in flagrante mentre faceva acquisti in un supermercato violando le restrizioni ed i limiti che la giustizia gli aveva imposto. Un membro di un apparato repressivo che sistematicamente sequestrò, violentò, torturò, assassinò e fece sparire uomini, donne, anziani e bambini, camminava liberamente per le strade di “La Feliz”.

Etchecolatz non tornerà mai più libero. Tante le cause ed i tribunali che lo hanno condannato all’ergastolo, che è praticamente impossibile che unanimamente decidano di concedergli qualche beneficio di questo tipo. Il repressore, che oggi ha 93 anni, tra le altre numerose cause è indagato per la sparizione dell'operaio ed attivista sociale Jorge Julio López, scomparso nuovamente nel settembre del 2006. Una sparizione che ha lasciato l’inevitabile sospetto che gli apparati repressivi di intelligence in funzione nel periodo militare della dittatura, hanno continuato ad operare impunemente durante il processo. Questo è un dettaglio che non dobbiamo mai e poi mai dimenticare quando si parla di insicurezza.  

Un altro dettaglio che dobbiamo avere sempre presente, secondo il mio criterio, è che questi repressori, nemici acerrimi della società, non hanno mostrato mai alcun pentimento morale, né tanto meno la volontà di collaborare con la giustizia. La collaborazione dei condannati per delitti contro l’umanità nei processi giudiziari, dovrebbe essere oltre che una necessità un obbligo fondamentale per considerare qualunque tipo di beneficio. Una revisione che il Congresso dovrebbe fare in materia di legislazione.   

Allo stesso tempo, la Camera Federale della Città Autonoma di Buenos Aires, composta dai giudici Mariano Llorens, Pablo Bertuzzi e Leopoldo Bruglia, ha ordinato al giudice María Servini di formulare una nuova sentenza sul procedimento penale che indaga sull’attentato nella sala da pranzo della Sovrintendenza di Sicurezza Federale, avvenuto nel 1976 e attribuito a Montoneros. La sentenza che Servini aveva firmato l'anno scorso, aveva respinto in limine – in parole semplici, a titolo definitivo - la richiesta di riaprire la causa a fronte di un ricorso presentato da un insieme di organizzazioni che promuove un'agenda politica a tutela dei diritti dei repressori e che, in certe occasioni, sfiora/rasenta il negazionismo. 

Il movente dell'attentato, avvenuto a Luglio del 1976 e attribuito a Montoneros, si basava sul fatto che in quell'edificio funzionava, storicamente già in quel tempo, un Centro Clandestino di Detenzione, dove gli apparati di intelligence dello Stato commettevano arresti arbitrari, quindi sequestri, seguiti da torture e violazioni come modus operandi sistematico della Polizia Federale. Questi reati connessi furono considerati dalla giustizia argentina come prescritti. Perfino la Corte Suprema di Giustizia si espresse in questo senso nell'anno 2012. Da precisare che il fatto che i delitti siano prescritti è una responsabilità dello Stato, anche di quello insediato di fatto negli anni ‘70. A quel tempo, le forze repressive dello Stato, inclusi gli agenti del sistema della giustizia, optarono per risolvere la situazione in maniera violenta e oltre i limiti del legalmente accettabile. I membri dello Stato dell’epoca decisero di evitare di consegnare alla giustizia i responsabili dell'attentato e scelsero di mettere in atto il terrorismo di Stato.  

Ovviamente i fatti di violenza sono condannabili, e chi li ha commessi o li commette deve essere affidato alla giustizia. Ma è necessario considerare che al tempo lo stato di diritto non era dovutamente garantito. Consegnarsi alla “giustizia” in quegli anni significava consegnarsi alla tortura ed altri trattamenti inumani e degradanti inflitti da membri dell'apparato repressivo dello Stato, con il beneplacito di chi avrebbe dovuto garantire legalmente la giustizia. Sono situazioni come queste che ci obbligano ad avere una visione globale sui fatti accaduti durante la fase militare della dittatura e sulle conseguenze che hanno comportato nei tempi successivi.  

Per riaprire una causa di questo tipo, se la legislazione lo permettesse, lo Stato dovrebbe essere disposto a raccogliere informazioni, declassificare archivi e far sedere nel banco degli imputati numerosi personaggi ancora oggi operativi in posti sensibili del potere statale e civile. Solo così sarebbe possibile giudicare adeguatamente i fatti storici. Altrimenti, cadremmo nell'idiozia di sottovalutare la forza legale dello Stato, avallando l'idea che lo Stato non può risolvere da sé i conflitti che la società crea. Non possiamo affermare che la violenza sia una conseguenza dell'assenza dello Stato, ma possiamo affermare che l'impunità è una conseguenza della corruzione dello Stato.

In foto: Luis Firpo, Miguel Osvaldo Etchecolatz e Mario Guillermo Ocampo (Rielaborazione grafica by Paolo Bassani)

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