Le autorità egiziane si rifiutano ancora di fornire gli indirizzi dei quattro 007 imputati

Il processo sul caso della morte di Giulio Regeni è stato sospeso e la prossima udienza rinviata ad ottobre. A comunicarlo è stato il gup del tribunale di Roma Roberto Ranazzi che ha riportato le indiscrezioni arrivate dal ministero della giustizia rispetto al rifiuto di collaborare da parte delle autorità egiziane e l’impossibilità da parte degli agenti del Ros di arrivare agli indirizzi dei quattro 007 imputati.
Si tratta di Tariq Sabir, Athar Kamel, Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi, Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, per i quali il 14 ottobre scorso la III corte d'assise di Roma ha di fatto annullato il rinvio a giudizio e nella prossima udienza del 10 ottobre sarà ascoltato il capo dipartimento del ministero della giustizia, Nicola Russo, per riferire proprio sulle ultime attività. Sharif in particolare deve rispondere, oltre che del sequestro di persona pluriaggravato contestato a tutti, anche di lesioni personali aggravate e dell'omicidio del ricercatore friulano.
Secondo Ranazzi, le argomentazioni addotte dal procuratore generale del Cairo sono “pretestuose” e di fatto confermerebbero una reiterata opposizione alle iniziative giudiziarie italiane. Per il legale della famiglia Alessandra Ballerini, si tratta dell’ennesima presa in giro: "Prendiamo atto dei tentativi falliti del ministero della giustizia di ottenere concreta collaborazione da parte delle autorità egiziane e siamo amareggiati e indignati dalla risposta della procura del regime di Al Sisi che continua a farsi beffe delle nostre istituzioni e del nostro sistema di diritto" ha affermato l’avvocato parlando fuori dal tribunale, aggiungendo che "la lesione della tutela della vita, della libertà e dell'integrità dei cittadini all'estero, come la Presidenza del Consiglio ricorda nel suo atto di costituzione di parte civile, costituisce grave pregiudizio dell'immagine e del prestigio dello Stato Italiano nella sua funzione di protezione dei propri cittadini. Quindi, visto il conclamato ostruzionismo egiziano pretendiamo da parte del nostro governo la necessaria, tempestiva e proporzionata reazione". Non si può "stare inermi ora, permettere al regime di al Sisi di bloccare questo processo faticosamente istruito, consentirebbe l'impunità degli assassini di Giulio ed equivarrebbe ad essere loro complici. Il nostro governo ha il dovere invece di esigere energicamente giustizia".
Giulio scompare la sera del 25 gennaio 2016 senza lasciare traccia; il suo corpo orribilmente martoriato viene trovato nove giorni dopo lungo la strada che collega Alessandria a Il Cairo. Iniziano subito a farsi strada falsi indizi: un incidente stradale, una rapina finita male, un giro di malaffare che lo aveva portato a farsi dei nemici e, per ultimo, il coinvolgimento in una sparatoria di cinque criminali comuni con National Security egiziana, alla periferia del Cairo. Dalle ricerche del pm Sergio Colaiocco, gli inquirenti di Sco e Ros emerge che il ricercatore veniva attenzionato da polizia e servizi segreti già settimane prima del rapimento: le analisi sui tabulati mettono in luce i numerosi contatti telefonici tra gli agenti che si erano occupati di tenere sotto osservazione Giulio e gli ufficiali dei servizi segreti coinvolti nella sparatoria con la presunta banda di criminali uccisi nel marzo 2016 a cui gli egiziani avevano provato ad attribuire l'omicidio.
La pista principale è che Giulio sia stato torturato e ucciso dopo essere stato segnalato come spia alla National Security dal sindacalista degli ambulanti, Mohammed Abdallah, che aveva chiesto allo studente di poter usare a fini personali, in modo illegale, una borsa di studio che voleva far arrivare al sindacato grazie a una fondazione britannica.
La giustizia cairota ancora oggi si rifiuta di comunicare gli indirizzi dei quattro 007, bloccando di fatto le indagini. Uno schiaffo alla famiglia delle vittime, allo stato di diritto del nostro paese, ai valori della nostra costituzione. Una modalità che non è certo l’eccezione in Egitto: un report pubblicato nel 2017 dalle Nazioni Unite arriva alla conclusione che, in quel Paese, "la tortura è una pratica sistematica"; i dossier pubblicati nel 2020 da Human Rights Watch evidenziano che vi sono tra i 60 e i 100 mila prigionieri politici, in tre mesi sono state condannate a morte 50 persone e, da quando è al potere Abdel Fattah al-Sisi, sono state costruite 13 nuove carceri.
L’accomodante morbidezza della diplomazia del nostro paese nei confronti di questi soprusi è presto giustificata: l’Egitto risulta il maggiore acquirente di armi italiane e nel 2020 ha aumentato vertiginosamente l’ammontare degli affari.
Le autorizzazioni rilasciate per esportazione di materiale d’armamento hanno raggiunto in quell’anno i 3.927 milioni di euro di controvalore; abbiamo venduto due fregate FREMM costruite da Fincantieri per quasi 1,2 miliardi di euro. Ayman Nour, leader del partito liberista egiziano Ghad El-Thawra, ha accusato Al-Sisi di prendere il 2% su tutte le commesse di armi per la difesa nazionale: "Parliamo di un totale di 40 miliardi di dollari di commesse internazionali da quando è presidente, la sua commissione vale 800 milioni di dollari che finiscono sui suoi conti in Svizzera o Manhattan".
L’Egitto, sempre secondo Nour, acquisterebbe armi dall’Italia perché vuole, da una parte, comprare il suo silenzio sul caso Regeni e, dall’altra, stimolare altri partner economici all’interno dell’UE.

Foto © Imagoeconomica

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