La giornalista: “Quello di Julian è un caso che rischia di aprire un precedente devastante per la stampa”

Uno degli aspetti terribili della vicenda Assange è che è la prima volta nella storia degli Stati Uniti che un giornalista, per giunta nemmeno cittadino USA, viene incriminato per aver pubblicato storie vere e di pubblico interesse”. A dirlo è la giornalista de Il Fatto Quotidiano Stefania Maurizi, intervistata dal collega e scrittore Giovanni Fasanella, sul caso di Julian Assange, fondatore di Wikileaks, sul quale la Maurizi ha di recente scritto un libro per Chialettere dal titolo “Il potere segreto”.
Oggi procedono con lui, che è l’anello debole della catena, non iniziano dal New York Times (che riceveva e pubblicava gli scoop di Wikileaks, ndr), perché il New York Times è forte, hanno amici potenti e sanno difendersi”, ha aggiunto la giornalista. “Una volta che quindi cominciano dall’anello debole poi possono estendersi a coloro che sono più influenti, quindi noi tutti siamo i prossimi”. Stefania Maurizi, che un tempo lavorava per La Repubblica, ha collaborato con Wikileaks, ha conosciuto personalmente Julian Assange e si occupa da anni del suo caso giudiziario. “Un caso che rischia di aprire un precedente devastante per la stampa”, ha detto. Assange, infatti, dopo le false e pretestuose accuse di stupro e molestie sessuali (definitivamente archiviate) per le quali si è visto costretto a rifugiarsi nell’ambasciata ecuadoregna di Londra per 7 anni, è accusato dagli Stati Uniti di aver rivelato, tramite la piattaforma Wikileaks, segreti di Stato sulle cosiddette “guerre al terrore” USA in Medio Oriente mettendo a nudo i crimini contro l’umanità commesse dall’Occidente in Afghanistan e Iraq. In pratica viene perseguitato da politica, magistratura e media per aver fatto il suo mestiere. Su di lui pendono 17 capi d’accusa, da 10 anni di detenzione ciascuno, per un totale di 175 anni di prigione circa.
Tra queste accuse c’è anche quella di aver violato l’"Espionage Act", “una legge del 1917 - ha ricordato la Maurizi - che mette sullo stesso piano i traditori che passano informazioni al nemico e chi invece, come la whistleblower Chelsea Manning, dall’interno li rivela alla stampa”. “L’Espionage Act - ha spiegato - è uno strumento brutale perché, oltre a non permettere una difesa, non fa alcuna distinzione tra chi rivela informazioni di pubblico interesse e chi invece vende informazioni al nemico e fa questo tipo di operazioni di tradimento”. Attualmente, Julian Assange si trova rinchiuso da ormai tre anni nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh, detta anche la “Guantanamo di Londra”, dove le sue condizioni psicologiche e fisiche sono allo stremo. Assange è in attesa di essere estradato negli Stati Uniti dove verrà nuovamente processato e incarcerato. A rischio c’è la sua vita, come denuncia suo padre John Shipton. Al momento le possibilità che venga estradato oltreoceano sono elevatissime dopo che settimane fa la Corte Suprema britannica ha respinto il ricorso dei suoi legali contro la sentenza di estradizione stabilita dall’Alta Corte di Londra. L’ultima parola spetta alla ministra dell’interno Priti Patel, che però è un falco della compagine Tory di Boris Johnson, vicina alle posizioni atlantiste.
Cosa possiamo fare come società civile?”, ha chiesto Fasanella alla sua ospite. “Informarsi”, ha risposto. “Questo è il primo step: riuscire a capire che in prigione c’è una persona innocente che ha rivelato crimini di guerra, uccisioni di civili, mentre i criminali di guerra che sono stati esposti dai documenti rivelati da questa persona non hanno mai fatto un’ora di carcere”, ha denunciato Maurizi. “E inoltre questa persona innocente non ha più conosciuto la libertà da dodici anni”. “Quello che deve fare l’opinione pubblica - ha aggiunto - è scuotersi e capire qual era la verità in questo caso. E’ molto facile, non è un caso complesso come a volte mi dicono”. Non solo, secondo la Maurizi si può agire anche nel pratico.
Si possono fare mozioni di un consiglio comunale, si può scrivere alla Regione, al Parlamento, ai rappresentanti internazionali”, suggerisce la giornalista. “Si possono organizzare dibattiti pubblici, mobilitazioni, proteste, o donare soldi alla difesa di Assange”. “Sono tutte azioni che contribuiscono”, ha affermato. “Purtroppo nessuno di noi può tirarlo fuori dalla prigione, ma tutto aiuta. E’ la pressione dell’opinione pubblica che può salvarlo, non la magistratura”, ha concluso. Nel frattempo, in queste ore Wikileaks ha informato su Twitter che un tribunale di Londra emetterà la mattina del 20 aprile l'ordine di estradizione di Julian Assange verso gli Stati uniti. Wikileaks precisa inoltre che poi toccherà alla ministra degli interni britannica Patel prendere la definitiva decisione.

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