Sei anni senza Giulio. Sei anni senza verità. Sei anni senza giustizia.
È da quel 25 gennaio 2016 che si commemora ogni anno la scomparsa del giovane dottorando Giulio Regeni, colpevole solo di aver svolto del lavoro di ricerca partecipata, sul campo, al Cairo.
Un assassinio crudelmente che è stato attuato dai servizi egiziani dopo nove giorni di terrificanti torture.
In occasione dell’anniversario della sua scomparsa, si è tenuto un evento di commemorazione a Fiumicello, paese in provincia di Udine in cui è cresciuto Giulio, all'insegna di letture e di musica, della condivisione di pensieri, della sofferenza, ma soprattutto dal bisogno e dalla sete di giustizia.

A seguito di un corteo di candele accompagnato da un coro in onore di Giulio, l'evento si è aperto con il canto dell’Ensemble Romjan, diretto da Silvia Pierotti e accompagnato dalla solista Lara Černic, con le melodie toccanti di “Imagine” di John Lennon e “Halleluja” di Leonard Cohen che sono risuonate nella sala Bison di Fiumicello.
Il primo intervento è stato quello di Abi, un'associazione che rappresenta e tutela i dottorandi della ricerca, con lo scopo di migliorare le condizioni di lavoro in maniera volontaria e senza retribuzioni.

“Richiedere il rispetto per Giulio significa rivendicare il rispetto dei diritti umani” ha scritto l'associazione, “per tutti i Giulio d'Egitto, vittime della tirannide di un paese che trova ancora troppi partner commerciali del mondo, Italia vergognosamente inclusa”.
“Giulio non se l'era andata a cercare”
, ci hanno tenuto a precisare, “lavorava all'interno di una struttura universitaria, con dei tutor accademici”, per cui è sicuro che non si fosse in alcun modo recato in Egitto per questioni illegali o che non riguardassero il suo oggetto di studio: Giulio era un ricercatore, uno dei ricercatori a cui era cara la dimensione etico-morale della ricerca e che è stato ingiustamente e inumanamente rapito, torturato, ucciso.

Con il secondo intervento, l’amico dei genitori di Giulio Pierluigi Di Piazza ha denunciato la politica interna dei regimi totalitari, come l'Egitto, e di tanti altri paesi democratici, come l’Italia. Secondo Piazza, questa necessita di un cambiamento profondo in merito ai contenuti, alla rappresentanza e al metodo. “Uno dei passaggi più scandalosi”, ha ricordato Luigi, “è stata la vendita di navi da guerra e di altre armi all'Egitto, da parte dell'Italia. Un fatto di gravità inaudita. È incredibile come si possano tenere questi rapporti con il regime che ha ucciso Giulio e che continua ad opporsi alla verità e alla giustizia”.

È toccato poi a Massimiliano Riva prendere parola, un illustratore e disegnatore che ha messo a disposizione di “Giulio siamo noi” la sua arte creativa. Molto vicino alla causa e per questo risentito dall’emozione, ha raccontato di un episodio in cui la storia di Giulio, rappresentata da una scritta disegnata sul camper in cui viaggiavano lui e la famiglia Regeni, ha placato una folla di manifestanti intenti a bloccare il traffico davanti all'Eni di Ancona. La folla non solo si è placata, ma li ha applauditi e si è aperta per lasciarli passare.


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Liliana Segre


Successivamente si è passati alla lettura della lettera scritta dalla senatrice a vita Liliana Segre, interpretata dalla giornalista e attivista del collettivo “Giulio siamo noi”, Marina Tuni. Il suo discorso è iniziato con parole forti e toccanti e ha ribadito quanto sia necessario un intervento da parte delle organizzazioni internazionali.

“Troppo tempo è passato dal brutale omicidio di Giulio in Egitto, troppo tempo è passato inutilmente, senza giustizia e verità. Promesse, impegni, iniziative, ritiro dell'ambasciatore, poi suo reinvio, infine ancora un cambio della gestione dell'ambasciata del Cairo. Il tutto però senza mai giungere a punti fermi in fatto di verità e punizione dei colpevoli. Eppure, la relazione della commissione parlamentare d'inchiesta sul caso indica con nettezza la via della responsabilità, e dunque della ricerca della verità”.

Ma si intravede un barlume di speranza: Patrick Zaki è finalmente libero, dopo una detenzione lunga e ingiusta che lo rende ancora adesso, anche se libero, schiavo della sua situazione personale e processuale, “precaria e appesa a variabili che sfuggono ad ogni logica del diritto” ha precisato la senatrice.
Il caso di Zaki offre una speranza perché, secondo la senatrice, a giocare un ruolo di fondamentale importanza è stata la pressione internazionale, generando una mobilitazione dell’opinione pubblica, del mondo universitario e dell'informazione sia italiana che estera.
“Anche nel caso di Giulio bisognerebbe provare a coinvolgere più direttamente l'Europa, le organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti, e l’estero”.

Infine, ha concluso: “Mi auguro che il governo italiano si impegni a fondo per la verità per Giulio, che usi le possibilità per portare le autorità egiziane di fronte alle loro responsabilità. Perché la vita di una persona e la dignità di un paese devono valere sempre di più degli interessi economici e geopolitici”.
Dopo le parole della senatrice Segre, è intervenuto il Direttore Generale per gli Italiani all’Estero e le Politiche Migratorie, Luigi Maria Vignali, sottolineando che non deve essere rivelata solo la verità di fondo, ovvero i responsabili dell'assassinio, ma anche la verità riguardo agli indirizzi dei quattro accusati e alla loro protezione da parte dei servizi egiziani.

A ciò Paola, madre di Giulio, ha aggiunto: “Quando il processo neanche iniziato si è arrestato, mi sono veramente domandata quale fosse il rapporto tra Giustizia e Legge”.
“L'auspicio è che la verità possa emergere e che la si possa perseguire da tutti con la stessa intenzione e senza ipocrisia”
ha concluso Vignali.
Seguono le parole di Claudio, padre di Giulio, che ha esordito ringraziando la comunità: “Sentiamo, oggi in particolare, un grande affetto, un abbraccio della comunità a noi e, tramite noi, a Giulio. Questo naturalmente ci conforta, ci dà sostegno e ci consente di andare avanti”.
Poi, ha ricordato con speciale affetto il momento dell’intitolazione del parco scolastico a Giulio, tenutasi la mattina sempre a Fiumicello.

Riprendendo la lettera di Pierluigi Di Piazza, Claudio ha voluto riportare l’attenzione sull’esposto fatto dalla famiglia Regeni riguardo alla violazione da parte dello Stato della legge 9 luglio 1990, n. 185 che dovrebbe disciplinare il commercio delle armi. “Questa legge vieta la vendita delle armi a Paesi che vanno contro i diritti umani”, come l’Egitto che nel 2020, però, si confermava come principale acquirente di armi prodotte dalle aziende italiane per il secondo anno consecutivo.


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Alessandra Ballerini, avvocata della famiglia Regeni, insieme ai genitori di Giulio, Claudio e Paola


“Un partner privilegiato”, così lo ha definito Claudio, ribadendo dolorosamente come l’Egitto continui a negare ogni tipo di collaborazione riguardo al caso del figlio.
Il padre di Giulio si dimostra consapevole di ciò che stanno combattendo: si tratta di una battaglia difficile, perché non si scontrano solo con i colpevoli dell’omicidio del figlio, ma anche con gli interessi molto forti in ballo nel business del commercio di armi. “Abbiamo sentito e sentiamo chiaramente la mancanza di volontà da parte del nostro governo”.
Ha preso poi la parola Alessandra Ballerini, l’avvocato che segue la famiglia di Giulio Regeni.

Nel proprio intervento, Ballerini ha cercato di riassumere le vicende dell’ultimo anno, partendo dal 10 dicembre 2020, ossia il giorno della chiusura delle indagini che si è evoluta nella richiesta di rinvio al giudizio per quattro imputati. “Tantissime persone ci dicevano di lasciare perdere, ce lo dicono ancora adesso”, ha raccontato l’avvocato, “ma non è un’opzione lasciare perdere”.
Quello contro i quattro imputati, però, è solo uno dei due fascicoli del caso di Giulio: ne esiste un secondo, contro ignoti. Sono tantissime, infatti, le persone coinvolte, quelle che lo hanno pedinato o che hanno fatto irruzione nella sua casa, quelle che hanno aiutato i quattro imputati nel suo rapimento o quelle che lo hanno torturato per nove giorni, quelle che hanno depistato le indagini dopo il ritrovamento del corpo e, soprattutto, la persona al comando, che ha voluto tutto questo.

“Ci sembrava che fossimo sulla strada giusta” ha ricordato l’avvocato. Il 29 aprile avrebbe dovuto esserci l’udienza, rinviata al 25 maggio per una serie di diverse motivazioni, tra cui la pandemia.
In aula mancavano i quattro imputati, ma c’erano, ha specificato Ballerini, “quattro avvocati che si battono come dei leoni”, ossia quattro avvocati d’ufficio, pagati con i soldi dei contribuenti italiani, per assicurare il diritto di difesa degli imputati. “Scelgono deliberatamente di non stare in quell’aula”, ha denunciato l’avvocato Ballerini, “abusando del nostro sistema di diritto”.

Il 14 ottobre sono arrivati in Corte d’Assise, a Roma, e anche solo ascoltare i capi d’imputazione, che ripercorrono tutto ciò che ha subito Giulio, si è rivelato doloroso per la famiglia Regeni: “Un dolore necessario”. È in questa giornata che la famiglia si è sentita dire che non si può procedere in assenza degli imputati. La motivazione è che, apparentemente, i quattro imputati non sarebbero a conoscenza del processo, rendendo invalida la legge che permette lo svolgimento in loro assenza. Eppure, ha assicurato Ballerini, è impossibile pensare che i quattro imputati, alti funzionari della National Security, non siano a conoscenza del processo in corso: “Lo sanno, volontariamente si sottraggono”.

Il giudice delle indagini preliminari ha disposto, allora, l’ulteriore ricerca dei quattro imputati, per fare in modo che fosse possibile consegnare loro gli atti del processo personalmente e, quindi, procedere. Ma non è più una cosa che la giustizia può risolvere, è compito della politica. La famiglia Regeni e l’avvocato Ballerini sono usciti dall’aula di tribunale pensando che era il momento che il nostro governo si schierasse, decidesse da che parte stare, “con chi cerca verità e giustizia, perché crede nella dignità di un paese e nell’inviolabilità dei diritti, o con chi tortura, sequestra e uccide”.


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Marta Cartabia e Mario Draghi


La prossima tappa sarà l’11 aprile. Il rischio maggiore è che i quattro imputati cambino indirizzo di residenza prima di ogni udienza, in questo modo sarebbe impossibile recapitare loro gli atti volta per volta. La soluzione sarebbe portare gli imputati ad indicare il proprio domicilio presso i loro avvocati in Italia. “La politica deve fare qualcosa, perché sennò noi non ce la facciamo”.

A rispondere a questa forte chiamata sono stati il premier Mario Draghi e la Ministra della Giustizia Marta Cartabia, che hanno incontrato la famiglia Regeni il giorno prima della commemorazione. La ministra ha reso note le sue intenzioni di recarsi personalmente in Egitto, per incontrare il suo corrispettivo egiziano.
Ma nemmeno lei, secondo Ballerini, può risolvere la situazione: deve essere qualcuno molto più in alto ad imporre all’Egitto la consegna dei quattro imputati.

Tutto questo movimento in sede processuale non è passato però inosservato. La risposta, o per meglio dire vendetta, dell’Egitto non si è fatta attendere. Amal Fathy, moglie di Mohamed Lotfy, presidente della ONG egiziana che indaga per la famiglia Regeni al Cairo, era stata arrestata nel 2018 per un video che aveva pubblicato denunciando l’Egitto per deterioramento dei diritti umani, delle condizioni socioeconomiche e dei servizi pubblici, ma anche e soprattutto, sostiene l’avvocato, per il grande aiuto che il marito stava apportando alle indagini sul caso Regeni.
La sentenza di condanna della Cassazione sul caso di Amal arriva appena due giorni dopo l’ordinanza del 10 gennaio 2022 con cui il giudice delle indagini preliminari italiano aveva disposto nuove ricerche degli imputati nel caso Regeni. “È chiaro il messaggio”.
L’avvocato Ballerini, per questo motivo, ha chiesto e continua a chiedere che le istituzioni italiane lottino anche per ottenere la grazia per Amal Fathy.

“Giulio fa cose, ma non può fare tutto lui, e non possiamo fare neanche tutto noi. C’è bisogno che chi sta sopra faccia”. Sono queste le parole con cui ha concluso il suo intervento l’avvocato Ballerini, prima di ricordare con coraggio i nomi e le identità dei quattro imputati: “Che sappiano che non gli daremo tregua”. I nomi degli imputati sono Tariq Sabir, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif. “Loro sono assenti, noi ci siamo”.
A chiudere l’evento è stato l’intervento musicale di Vinicio Capossela, che da tre anni partecipa alle commemorazioni per Giulio Regeni organizzate dell’associazione “Giulio siamo noi”.

Foto © Imagoeconomica

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