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“Navalny non può essere con noi oggi perché si trova ingiustamente in carcere, per questo la sedia vuota in questo emiciclo sta a simboleggiare, ancora una volta, un vincitore privato della libertà".
Sono stati questi gli accorati ossequi pronunciati mercoledì dal presidente del parlamento europeo David Sassoli, che hanno sancito la consegna del premio Sakharov per la libertà di pensiero durante l’ultima sessione plenaria dell’anno 2021.Una rara occasione per tessere gli onori agli odierni paladini dei più alti valori democratici per l’occidente: nell’era delle folli corse alle spese militari, delle provocazioni Nato contro la Russia nel Mar Nero o degli aiuti militari alla guerra di Kiev contro le regioni russofone del Donbass, chi poteva essere il degno rappresentante di questa teatrale e grottesca commedia se non Aleksej Navalny; l’ultimo alfiere “liberale” contro il “regime di Putin”.
A ritirare il premio nella sessione plenaria, al suo posto, c’era la figlia Dasha Navalnaja che intervistata su Repubblica ha definito il padre “prigioniero personale di Putin, unico a poter decidere un suo eventuale rilascio” e proposto misure più aggressive dell’Europa contro Mosca.
Ma chi è davvero Aleksej Navalnyj, il sedicente oppositore russo incarcerato per le sue idee?
In molti lo ricorderanno per essere un presunto sopravvissuto ad un avvelenamento tramite agente nervino Novichok, architettato dall’FSB.
Vicenda quanto mai bizzarra e mai del tutto chiarita: il 44enne blogger e attivista anti-corruzione, nel mese di agosto 2020 si era sentito male sul volo che lo stava riportando a Mosca da Tomsk, in Siberia. Viene così trasferito all’ospedale di Omsk in gravi condizioni, senza tuttavia che alcuna traccia di avvelenamento fosse riscontrata; fin quando non viene ricoverato a Berlino, dove vengono svolte delle analisi commissionate a un laboratorio speciale dell’esercito tedesco per le analisi tossicologiche. Dal test è risultata "senza alcun dubbio" la presenza di una sostanza tossica chimica del gruppo Novichok. L’agente nervino sarebbe stato inserito nelle mutande dell’attivista e gli autori del tentato assassinio sarebbero stati smascherati grazie allo stesso Navalny che, fingendosi un alto ufficiale del Consiglio di sicurezza statale, avrebbe telefonato con numero privato ad un uomo, Konstantin Kudryavtsev, membro dei servizi segreti russi e avrebbe da questi ricevuto tutti i dettagli sul fallito avvelenamento. No, non è una barzelletta, è la versione ufficiale di quanto accaduto.
Tanto bizzarra anche per scienziati come Ranieri Rossi, professore di farmacologia e tossicologia all’Università degli Studi di Siena, secondo cui, ritrovare una dose letale del veleno, pari a 0.015 mg per un individuo adulto di 70 kg, è praticamente impossibile, soprattutto “nel caso di Navalny, quando le analisi si sono potute effettuare solo dopo alcuni giorni”.
Una storia che nasconde un passato ancora più grottesco e ben celato dai principali media internazionali: l’incorruttibile eroe democratico perseguitato per le sue idee, negli anni 2000 era vicino agli ambienti dell’estrema destra russa e nel 2008 in una trasmissione televisiva aveva candidamente paragonato i musulmani a scarafaggi, suggerendo di adoperare le "pistole" contro di loro. Affermazioni da cui non prese mai le distanze: nel 2017, in un'intervista al Guardian, aveva addirittura affermato di non avere "rimpianti" per le sue dichiarazioni passate e definì il suo confronto tra migranti e scarafaggi "licenza artistica". Nel 2011 si unisce attivamente alla campagna dei neonazisti russi “Stop feeding the Caucasus!” che aveva come obiettivo la cessazione dei sussidi federali alle repubbliche del Caucaso della Federazione russa, accusate dai nazionalisti di essere troppo “ingorde”. Per covare ogni dubbio sulle sue passate avventure sociali, ad ottobre 2020 al Der Spiegel, aveva confessato di avere "le stesse opinioni" che meditava quando si era avvicinato alla politica.
Il suo curriculum però lo rende un grande rappresentante delle istanze occidentali atte a garantire  alle altre nazioni non occidentali, un futuro libero e scevro da ingerenze esterne.
Come è possibile visionare dal suo sito ufficiale, si è formato all’università statunitense di Yale come partecipante al «Greenberg World Fellows Program», un programma creato nel 2002 per il quale vengono selezionati ogni anno su scala mondiale 16 persone con caratteristiche tali da farne dei «leader globali».
Navalny è stato allo stesso tempo co-fondatore del movimento “Alternativa democratica”, beneficiario della National Endowment for Democracy (Ned), una potente fondazione privata statunitense che con fondi forniti anche dal Congresso ha finanziato migliaia di organizzazioni non-governative in oltre 90 paesi, allo scopo di diffondere la “democrazia” dove ve ne è bisogno.
In particolare, la Ned, è stata fortemente attiva in Ucraina, dove ha sostenuto il colpo di stato di piazza Maidan contro l’allora presidente eletto Yanukovich.
Non sono inoltre un mistero i rapporti di Navalny con i servizi segreti occidentali: in un video ripreso dagli agenti russi del controspionaggio Vladimir Ashurkov, il braccio destro dell’attivista, incontra in un ristorante di Mosca William Thomas Ford, agente dell’MI6 inglese, chiedendo apertamente finanziamenti per la sua campagna politica, impegnandosi a stabilire contatti con gli oligarchi al fine di rassicurarli sulla preservazione dei loro privilegi.
Per quanto la stampa occidentale dispensi onorificenze sulla sua prigionia politica, il blogger è stato condannato a 3 anni e mezzo di carcere per aver violato la libertà vigilata decisa a seguito di una precedente condanna per appropriazione indebita di 30 milioni di rubli ($ 400.000) per conto di due società, tra le quali figura il marchio di cosmetici francese Yves Rocher.
Navalny è anche indagato per frode. “Gli investigatori”, ha dichiarato il portavoce del comitato investigativo russo Svetlana Petrenko, “hanno stabilito che, per le esigenze di un certo numero di organizzazioni senza scopo di lucro, sono state raccolte donazioni da individui per un importo di 588 milioni di rubli. Nonostante il denaro fosse destinato esclusivamente alle esigenze di queste organizzazioni, Navalny, in qualità di leader, avrebbe speso più di 356 milioni di rubli (4,8 milioni di dollari) di tali fondi per esigenze personali, come l’acquisto di proprietà private, valori materiali e rimborsi spese, compresi viaggi personali all’estero”.
Che dire poi del suo presunto avvelenamento da parte del Kgb, che sarebbe avvenuto in conseguenza del consenso sempre crescente tra la popolazione; determinando dunque una potenziale minaccia alla sopravvivenza dell’attuale leadership Russa. Secondo un sondaggio dell’istituto Levada Center, considerato più indipendente rispetto alle controparti statali, solo il 15% dei russi considera l’avvelenamento un tentativo delle autorità di sbarazzarsi di un avversario politico. Lo stesso sondaggio, che ha esaminato 1.617 russi di età pari o superiore a 18 anni, ha mostrato che il 7% pensava che fosse la vendetta di qualcuno che aveva preso di mira in una delle sue indagini anti-corruzione. Sempre il centro Levada ha appurato che soltanto il 22% degli intervistati supporta le proteste e soltanto il 19% l’operato di Navalny, mentre il 56% continua ad avere un’opinione negativa dell’attivista e un significativo 77% “non ha cambiato la propria attitudine nei confronti di Putin”.
È davvero difficile immaginare uno scenario più ridicolo e desolante di un’Unione Europea che consegna il Sakharov per la libertà di pensiero a un razzista, xenofobo dichiarato, mentre non proferisce parola nei confronti del giornalista Julian Assange: prigioniero nel carcere di Belmarsh senza che esista un capo di imputazione sulla sua testa nel Regno Unito, in condizioni di tortura riconosciute dalle Nazioni Unite; colpevole di aver divulgato e resi noti al pubblico gli innumerevoli crimini di guerra della coalizione Atlantica nelle sue “missioni di pace” attorno al globo.

Foto © IlyaIsaev

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