Questo sito utilizza cookie tecnici e di terze parti per migliorare la navigazione degli utenti e per raccogliere informazioni sull’uso del sito stesso. Per i dettagli o per disattivare i cookie consulta la nostra cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque link del sito acconsenti all’uso dei cookie.

Sequestro e sparizione di un coraggioso ed emblematico gruppo di persone

La storia rimane scritta nel sangue. Ricorre la memoria e ricorrono i sensi. Il minimo tocco, il minimo rumore, il minimo sospiro risvegliano una sequenza che spezza il tempo, e il passato e il presente diventano uno. Una volta ancora le esperienze percorrono il pensiero cercando parole, formulando concetti, cercando prima di capire per poi spiegare. 
Le orme del terrorismo di Stato sono profonde, tanto da essere radicate nell'inconscio collettivo che sostiene la nostra cultura. Queste esperienze traumatiche, restano annidate dentro noi stessi, come una specie di segno biologico che ci riporta a quei tempi ed a quei luoghi e prendere contatto con la storia, con la verità. Una verità tante volte scritta e riscritta dai sopravvissuti di quel passato, e da quelli che lo ricordano nel presente. "Non dimentichiamo", sarà sempre una promessa di quell'inconscio collettivo che dovrà essere plasmata di generazione in generazione, di gioventù in gioventù.
Sin da ragazzo mi accompagna una riflessione di mia madre, quando essendo giovane parlavamo delle madri e nonne di Plaza de Mayo: “Non ci può essere niente di peggio di non sapere, non sapere se è vivo, non sapere se ha mangiato, non sapere se lo hanno picchiato”, mi disse in quell'occasione. Ogni volta che mi rendi conto che le parole vengono violate, vessate e abusate qualcosa dentro me si spezza, mi invade lo sconcerto, l'impotenza, a volte la rabbia. Normalmente rimango senza parole per un momento, e lentamente cerco di trovare parole, parole che aiutino a non dimenticare.
Tra l’8 e il 14 dicembre del 1977, gli squadroni della morte che operarono durante la fase militare della dittatura, si accanirono particolarmente su un gruppo di persone che oggi la storia scritta e riscritta conosce come 'I 12 di Santa Cruz’.
Questo gruppo si formò attorno ad Azucena Villaflor, María Ponce de Bianco ed Esther Ballestrino de Careaga, tre delle prime madri che la storia scritta e riscritta avrebbe poi conosciuto come le 'Madri di Plaza de Mayo'. Il resto del gruppo era formato da Ángela Aguad, Remo Berardo, Julio Fondevila, Patricia Oviedo, Horacio Elbert, Raquel Bulit, Daniel Horane e le religiose straniere Leonie Duquet e Alice Domon; tranne le ultime due tutti erano famigliari di detenuti, fino a quel momento, della dittatura. L'obiettivo del gruppo era semplice, trovare dove stavano i loro familiari.
Il nome nasce del luogo dove facevano le loro riunioni, lo stesso punto dove alcuni di loro furono sequestrati dal terrorismo di Stato. Il luogo è la Chiesa di Santa Cruz, nel quartiere di San Cristobal a Buenos Aires.
Nora Cortiñas, madre fondatrice, prestò dichiarazione nel novembre del 2010, dinnanzi al tribunale che indagava sul crimine commesso contro i 12 di Santa Cruz. In quell'occasione 'Norita' spiegò con parole molto semplici, il percorso abituale di quei giorni. "Abbiamo intrapreso una vita di ricerca, giorno per giorno, permanente, dalla mattina alla sera, dall'alba all'alba successiva, andando dal Ministero dell'Interno all'ufficio di quel monsignore, Emilio Graselli, che aveva veste talare e stivali". Lo stesso percorso realizzato dai 12. Giorno per giorno, bussare alle porte, ricevere sia indifferenza che menzogne, sopportare, respirare una e mille volte prima di cedere di fronte a coloro che a quel tempo hanno dato la loro faccia anonima alla dittatura. Sono stati questi i primi complici e insabbiatori di tali aberranti crimini.
Nei giorni precedenti ai sequestri, i 12 si stavano organizzando per pubblicare un'inserzione a pagamento sui quotidiani con i nomi di 804 persone, dei quali, fino a quel momento, si ignorava dove si trovassero, ma si sapeva che erano stati catturati dalle forze militari. Il quotidiano Clarin, a quel tempo, si rifiutò di pubblicare l’inserto. Il quotidiano La Nación, a fatica e ponendo qualche impedimento, lo pubblicò.
L'ipotesi sui sequestri del gruppo tende ad essere collegato a questo fatto. Alcuni suggeriscono che l'identità dell’allora capitano di fregata, Alfredo Astiz, il repressore che si era infiltrato nel gruppo, era ormai allo scoperto. È stata presa in considerazione anche l'attività precedente di Alice Domon.
Alice e Leonie erano due suore di origine francese molto impegnate nelle lotte sociali, ancora di più dopo la scalata di violenza delle razzie, ormai sistematiche, della dittatura.


dodici santa cruz fiori tombe da revistaharoldo monica hasenberg


Alice aveva iniziato in questo suo impegno sociale diversi anni prima, durante la sua permanenza nella località di Perugorria, a sud della provincia di Corrientes. Lì, la suora, si era impegnata molto coraggiosamente nelle lotte di ‘Las Ligas Agrarias’, i movimenti e organizzazioni di contadini che resistevano contro la tirannia dei sistemi feudali che, in alcuni casi, perdurano ancora oggi.
Le intimidazioni, i pestaggi, le detenzioni arbitrarie, perfino le esecuzioni sommarie, fanno parte, purtroppo, della storia di resistenza di queste lotte. Ma quando cominciarono i sequestri e le sparizioni, il quadro cambiò. Di fronte all'avanzare della violenza, Alice si vide forzata a trasferirsi nella capitale, dove avrebbe potuto adottare delle iniziative, o almeno quello credeva, per aiutare a far luce sulle sparizioni nella zona. Una volta in città, a marzo del 1977, unirono gli sforzi con il vescovo Jorge Novak, uno dei tanti sacerdoti terzomondisti della 'opzione per i poveri'. È lì che Alice prese coscienza delle dimensioni del terrorismo di Stato.
Leoni abitava a Ramos Mejía, in uno dei quartieri di la Matanza, in una piccola casa con soffitti in lamiera attaccata alla chiesa. Entrambe condividevano la sensibilità del servizio devozionale, e l’impegno verso il prossimo. La loro amicizia fu pressoché istantanea.
Il gruppo era stato infiltrato da Astiz, che lavorava per i servizi di intelligence della Scuola di Meccanica dell'Armata (ESMA), uno dei centri nevralgici dell'apparato repressivo dello Stato sotto la direzione e il controllo dell'ammiraglio e massone, membro della Loggia P2, Emilio Massera. I servizi erano ossessionati delle Madri di Plaza de Mayo.
Astiz si presentò alle manifestazioni delle Madri, a Plaza de Mayo. Gradualmente, fingendo di essere fratello di un detenuto, iniziò a inserirsi sempre di più nel gruppo. È importante comprendere la fragilità delle madri in quel momento, la loro inesperienza e, secondo le parole di Norita, la loro ingenuità. Astiz, con l'astuzia di una vipera, riuscì ad avvicinarsi ad Azucena. Camminava a braccetto con lei, le sussurrava all’orecchio, andava a casa sua, ascoltava e riportava informazione. Come ebbe a dichiarare Norita, in alcune occasioni Astiz era accompagnato da una ragazza magra, pallida, timida e introversa che lui presentava come sua sorella. Questa donna era Silvia Laybarú, una delle tante detenute dai ‘grupos de tareas’ (militari in borghese) che era sfruttata sessualmente nel contesto degli ambienti degli ufficiali. Grazie alla sua coraggiosa testimonianza, i reati sessuali, considerati crimini di lesa umanità, cominciarono ad essere analizzati con speciale attenzione per il loro carattere violento e perverso. Molte donne ed anche uomini portano le ferite di questi abusi sistemici nei loro corpi, cercando di trovare parole, e anche chi li ascolta. 
Fu proprio Astiz a consegnare il gruppo. Questo "angelo biondo", come lo chiamavano a quel tempo le madri, si trasformò, o sarebbe migliore dire si rivelò come un angelo della morte.
Tra la mattina del 8 e il pomeriggio del 10 dicembre, i ‘grupos de tareas’ sequestrarono i 12 membri del gruppo. Furono portati alle installazioni dell'ESMA, dove furono brutalmente torturati. Inoltre, le suore furono vittime di un montaggio. I repressori le obbligarono a farsi delle foto, sedute con una bandiera di Montoneros di sottofondo. Questa immagine servì per incolpare l'organizzazione guerrigliera del loro sequestro. Particolare molto importante da tenere in conto al momento di analizzare molti dei fatti di violenza che solo oggi sono indicati con il nome corretto: “attentati di falsa bandiera”.
Il 14 dicembre furono lanciati vivi in mare, in uno dei tanti 'voli della morte'. I loro corpi, furono individuati giorni più tardi galleggiando sulle coste. Di fronte a un fatto così eclatante, i mainstream e diverse agenzie internazionali, tra loro quella dell’Ambasciata degli Stati Uniti, fecero finta di niente permettendo in questo modo, per la seconda volta, che l'apparato repressivo ‘facesse sparire’ queste vittime. I loro corpi, ormai senza vita, furono sepolti clandestinamente in un cimitero di General Lavalle. Solo nel 2005 furono identificati dalla Squadra Argentina di Antropologia Forense. Oggi, le ceneri di Azucena Villaflor riposano nella base della piramide di Plaza de Mayo.
Continueremo a scrivere la verità su questa storia che dimora nel nostro inconscio collettivo, questa storia che risiede nel nostro genoma.
Questa storia che ci impegniamo a non dimenticare.

Foto estrate dal saggio fotografico di Mónica Hasenberg

ANTIMAFIADuemila
Associazione Culturale Falcone e Borsellino
Via Molino I°, 1824 - 63811 Sant'Elpidio a Mare (FM) - P. iva 01734340449
Testata giornalistica iscritta presso il Tribunale di Fermo n.032000 del 15/03/2000
Privacy e Cookie policy