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Il premier etiope Abiy Ahmed (in foto) si è recato sul fronte, con tanto di uniforme militare, per dirigere la "controffensiva" contro i ribelli del Tigray, che avanzano da settimane verso la capitale Addis Abeba.
La notizia circolava da diverse ore ma a sancirne l'ufficialità è stato il portavoce del governo etiope, Legesse Tulu: il premier è già da due giorni sul fronte di battaglia del conflitto scoppiato un anno fa nella regione del Tigray tra il governo federale e il Fronte popolare di liberazione del Tigray (Tplf). Il messaggio al resto della popolazione è chiaro: per Abiy è arrivato il momento di "sacrificarsi" per difendere il Paese e fare fronte ai ribelli, come ha spiegato lui stesso su Twitter. 
Uno scenario davvero inimmaginabile fino a due anni fa. Basti pensare che nel 2019 Abiy Ahmed era stato nominato Premio Nobel per la Pace.
E questo "invito" alla guerra non contribuisce certo a migliorare la propria immagine. Il Premier non è stato convinto a desistere nemmeno dalla valanga di appelli per la cessazione delle ostilità (i Paesi occidentali, l'Onu, l'Unione africana, i leader africani). Del resto Abiy è abituato ai campi di battaglia: è cresciuto circondato dalle armi da fuoco, combattendo fin da adolescente - negli anni '90 - con i ribelli che dichiararono guerra al regime comunista che governava l'Etiopia dal 1974. Quegli stessi ribelli deposero il governo e crearono un nuovo regime, dominato dall'Tplf e da un gruppo etnico, i Tigrini, che nonostante rappresentassero solo il 7% della popolazione, controllarono il potere politico etiope per quasi tre decenni, dal 1991 fino all'arrivo di Abiy a capo dell'esecutivo, nel 2019. Dopo massicce manifestazioni contro il governo, in cui migliaia di persone di altri gruppi etnici scesero in piazza chiedendo più rappresentanza politica, Abiy salì al potere concedendo l'amnistia a migliaia di prigionieri politici, legalizzando i partiti di opposizione e firmando uno storico accordo di pace con l'Eritrea. 
Purtroppo, però, il Tplf è rimasto sempre critico fino all'attacco, il 4 novembre 2020, di una base militare federale che, di fatto, portò all'inizio delle ostilità.
La guerra, secondo i dati delle Nazioni Unite, ha finora ucciso migliaia di persone, costretto almeno due milioni ad abbandonare le proprie case e aggravato la carestia che già colpisce oltre sette milioni di etiopi, secondo il World Food Program. Ora Abiy, lo stesso uomo che durante la cerimonia di consegna del Premio Nobel per la Pace aveva detto che "la guerra è l'epitome dell'inferno", non vuole fare un passo indietro; anche se quell'obiettivo significa aprire le porte appunto dell'inferno.

Foto © Imagoeconomica

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