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Il Sipreba (Sindacato di Stampa di Buenos Aires) e la FATPREN (Federazione dei Lavoratori di Stampa della Repubblica Argentina), in sinergia con la Federazione Internazionale dei Giornalisti (IFJ) hanno deciso di aderire alla campagna internazionale per la libertà di Julian Assange, consapevoli che se dovesse essere estradato negli Stati Uniti gli costerà la vita e le garanzie per lo svolgimento del nostro mestiere saranno abrogate e sottoposte al giudizio degli Stati Uniti e delle loro infule imperiali, non importa se la persona non ha commesso alcun reato né sia cittadino nordamericano. Era ora. 

Nella prima convocatoria (virtuale), "per coordinare un'ampia campagna di solidarietà per esigere la libertà di Assange e la protezione del ruolo dei giornalisti in democrazia"  con l’appello “È ora di liberare Julián Assange", la Fatpren ed il Sipreba hanno dichiarato che "la persecuzione e carcerazione illegale di Julián Assange, fondatore di WikiLeaks, sono tema di preoccupazione per il nostro mestiere a livello globale, e dobbiamo disporre di strumenti alla nostra portata per solidarizzare con la causa per la sua liberazione".

Vi parlerò del tema. Per adesso ho il piacere di riproporre qui un articolo di Santiago O'Donnell**, capo della sezione Internazionale di Página/12, articolo che condivido pienamente… sebbene io avrei messo tra virgolette la qualifica di "colombe" ad Obama e Hillary Clinton (ho ancora i brividi nel ricordare il sorriso diabolico di soddisfazione per l’assassinio di Muammar Gheddafi). 

A seguire, il richiamo di Adolfo Pérez Esquivel, un Premio Nobel della Pace infinitamente più genuino di quello concesso ad Obama, per non parlare dell'arcicriminale genocida Henry Kissinger.


Julián Assange

Di Santiago O'Donnell (*),
di Página/12
Julián Assange è finito in prigione per quello che aveva pubblicato. Non per aver rubato, non per aver ucciso, o per aver commesso atti violenti e tanto meno terroristici. Non è nemmeno stato imprigionato per quello che pensa. È in carcere per aver pubblicato, a qualsiasi costo, ma non qualsiasi cosa. Non ha pubblicato pettegolezzi né intimità. Ha pubblicato file molto forti della Russia e della Cina, oltreché degli Stati Uniti. Rivelazioni della sua Australia natale, del Kenya, Indonesia e Perù. Ha oltrepassato un limite quando pubblicò centinaia di migliaia di cavi di ambasciate statunitensi, rivelando i crimini che quei cavi descrivevano nel dettaglio. E ne ha pagato il prezzo. Per la sua difesa tecnologica dell'indipendentismo catalano aveva bruciato i suoi ultimi ponti con le potenze dell'Unione Europea. Per quel motivo lo hanno incarcerato: per aver pubblicato fino a restare solo.

Ultime cartucce
L’ho visto giocarsi le ultime cartucce all'ambasciata dell'Ecuador quando preparava Vault Seven, la maggiore filtrazione di documenti della storia della CIA. Aveva conquistato Donald Trump dopo aver pubblicato le mail di Hillary Clinton, un fatto determinante nel trionfo elettorale del magnate nordamericano. Con l'appoggio di Trump, Assange si era guadagnato la propria libertà, la sua prosperità e la fine del calvario di anni di reclusione in tre stanze di ambasciata. L’unica cosa è che non doveva pubblicare. Ma pubblicò. Niente meno che Vault Seven, documenti ultrasegreti che dimostravano come la CIA spia cellulari e televisori intelligenti. È a quel punto che si riunirono le spie della CIA di Trump per trovare il modo di eliminarlo. È trapelato un mese fa grazie ad un'investigazione di Yahoo!News che lo stesso direttore della CIA di allora, Mike Pompeo, confermò dicendo che la fonte anonima che aveva dato l'informazione dovrebbe essere criminalizzata. 

Questo è il problema. Mentre in questi giorni si decide il destino di Assange in un processo di estradizione in Gran Bretagna a richiesta degli Stati Uniti, è importante dire che lo hanno imprigionato e lo vogliono uccidere per quello che ha pubblicato. E per questo motivo vogliono farlo passare come una specie di terrorista solitario con arie di intellettuale, una specie di Unabomber che minaccia la sicurezza statunitense. Ma Unabomber, oltre ad avere scritto un manifesto anticapitalista, usava esplosivi che ammazzavano persone. Nel caso di Assange, le bombe sono le sue verità. Mai, neanche in Svezia, è stato accusato di aver esercitato violenza in qualsiasi forma. Né lui né nessun membro di WikiLeaks, passato o presente. Ancora di più, nessuno ha potuto dimostrare che qualcuno sia morto a causa delle rivelazioni di WikiLeaks. Ma il sito web ha pubblicato delle verità molto pesanti. Tanto che il suo editore è stato incarcerato e lo vogliono uccidere.

Colombe e falchi
O, per essere più precisi, le colombe tipo Joe Biden, Hillary Clinton e Barack Obama lo vogliono in carcere. Come molti inglesi, svedesi ed ecuadoriani, per citare soltanto quelli coinvolti direttamente in questa storia. Invece, i Pompeo, gli amici di Trump e le spie britannici e statunitensi preferiscono vederlo morto. E se non possono ucciderlo con un drone perché applicano questo metodo di punizione sommario a su persone dai tratti arabici che vivono in paesi lontani, e poiché non possono friggerlo su una sedia elettrica perché nessun tribunale lo condannerebbe a morte negli Stati Uniti, tentano di farlo marcire in una prigione. O lasciarlo diventare pazzo che è la stessa cosa in questo caso. 

Lo hanno già tenuto sette anni rinchiuso in un pezzetto di ambasciata dietro l’angolo di Scotland Yard. Non lo lasciavano respirare. Di giorno non si avvicinava nemmeno alle finestre per paura che gli sparassero. La notte si nascondeva dietro le tende e scattava foto ai poliziotti e spie che vigilavano su di lui. Povero, pensava tutto il tempo che lo avrebbero ammazzato.

Minacce di morte
Conservava prolissamente le minacce di morte ricevute in una cartella che aveva sempre a mano per mostrare ai suoi amici ed ai giornalisti che lo andavano a trovare. Lui sapeva già che lo volevano ammazzare, ma godeva ancora di due libertà che erano tutto per lui, o quasi: "Ho accesso ad internet e visite illimitate", mi ha detto fiducioso più di una volta, mentre il governo ecuadoriano di Rafael Correa gli offriva un letto, del cibo, asilo e cittadinanza. Poi è arrivato Lenin Moreno che prima gli tolse una stanza, la sala riunioni, praticamente un terzo del suo pregiato territorio.

Poi gli limitò le visite, poi ancora gli tolse il computer e infine lo consegnò ai cani inglesi che entrarono all'Ambasciata per portarselo per i capelli alla peggiore cella che erano riusciti a trovare. Tutto questo e di più a cambio di un credito del Fondo Monetario Internazionale. Assange finì nella prigione di massima sicurezza di Belmarsh tra assassini seriali, isolato, malato, quasi sempre lontano dalla sua famiglia e dagli avvocati per disposizione di funzionari anonimi che si nascondono dietro la burocrazia dalla pandemia, e per l'inazione di Sua Signoria Vanessa Baraister, giudice titolare del caso. Se ciò non bastasse lo esibiscono nelle udienze del processo a suo carico in uniforme carcerario, rinchiuso in una gabbia di vetro, come se fosse la reincarnazione bionda di Abimael Guzmán. 

Per questo motivo la sentenza di Baraister a favore di Assange contiene un paio di, diciamo, bugie, che non conviene menzionare a voce alta perché in fin dei conti è una sentenza a favore di Assange, che molto pochi speravano, e contro la quale gli Stati Uniti hanno ricorso in appello e in pochi giorni si deciderà al riguardo. La sentenza dice, in essenza, che gli Stati Uniti hanno ragione riguardo il fatto che Assange è un pericoloso terrorista che ha filtrato moltissima informazione. Tuttavia, aggiunge il giudice, non possono estradarlo perché è molto depresso, le prigioni statunitensi sono molto restrittive ed è probabile che in simili condizioni Assange trovi il modo di suicidarsi. Le menzogne del giudice non sono accettare che Assange è un pericoloso terrorista che ha filtrato informazione. Ok, non ha filtrato informazione, gliel’hanno passata, e non ha attaccato nessuno. Ma in ogni caso è quello che dice la richiesta di estradizione. Le menzogne del giudice sono, in primo luogo, lasciare intendere che non lo manda negli Stati Uniti perché le prigioni di quel paese sarebbero molto peggiori di quelle inglesi. La seconda menzogna è lasciare intendere al giudice importa la salute mentale di Assange quando è tanto quello che avrebbe potuto fare per migliorarla. 

Da quanto tempo è in prigione ed isolato? Due anni? Tre? Tre più sette nell'ambasciata? Nella vita di Assange ore, giorni, mesi ed anni si succedono come un circolo vizioso, mi raccontava una volta, come un film che non finisce mai. Non bisogna criticare la sentenza del giudice perché è a favore e bisogna aspettare in silenzio che si decida in appello, ma uno non può non pensare che la sentenza è arrivata dopo che quelli che lo vogliono vedere morto hanno perso le elezioni contro quelli che lo vogliono in prigione. E quelli che lo vogliono in carcere preferiscono che marcisca in una prigione lontano dagli Stati Uniti: non vogliono un processo che sarebbe un cartone animato in un paese che ha un Primo Emendamento costituzionale che difende la libertà di espressione. Quindi la giudice si pronuncia a favore di Assange, ma lo lascia rinchiuso affinché muoia poco a poco. Allungando il processo nonostante Assange non abbia alcun antecedente penale con la giustizia britannica. In una prigione di massima sicurezza nonostante non abbia mai ucciso neppure una mosca. 

Si potrebbe dire che il giudice ha applicato verso Assange la dottrina Irurzun (filosofia della detenzione preventiva). Ma sarebbe più giusto dire che Irurzun applicò in Argentina la dottrina Assange: punizione preventiva per non dover attenersi al risultato di un processo.

Il prezzo da pagare per rendere pubblico
Il fatto è che lo hanno incarcerato e lo vogliono uccidere per quello che ha pubblicato. Non perché l'odino. O non solo per quel motivo. Le ragioni di Stato vanno oltre. Lo vogliono far tacere e lo vogliono vedere soffrire perché ha reso pubbliche verità che non avrebbero mai dovuto uscire alla luce. E devono impedire che succeda ancora, nessuno mai deve azzardare a pubblicare senza la consapevolezza del rischio di  finire pazzo o morto o a marcire in qualche prigione di massima sicurezza. Meglio quindi tacere o pubblicare stupidaggini. Ecco perché la sua liberazione immediata è tanto importante per il mestiere del giornalismo, per la libertà di espressione e per la democrazia. Ecco perché migliaia di persone in tutto il mondo esigono che lo rimettano in libertà e lo lascino in pace. Auguriamo che si uniscano molti altri. 
"Ottenere informazione è facile, la cosa difficile è pubblicare", mi disse una volta. Tanto difficile che lo hanno imprigionato e vogliono ucciderlo. Per aver pubblicato.


Adolfo Pérez Esquivel ha chiesto di "salvare" Julián Assange

Relazione politica
Il premio Nobel della Pace argentino ha lanciato un appello urgente alla Corte britannica per chiedere la libertà del fondatore di Wikileaks. Sostiene che la vita dell'australiano è a rischio. 

Con un comunicato rivolto ai “popoli del mondo, chiese, organizzazioni sociali, sindacati, università, giornalisti, mezzi di informazione e governi democratici, alle donne e agli uomini di buona volontà difensori della libertà e dei diritti dei popoli.

Adolfo Pérez Esquivel, Premio Nobel della Pace nel 1980, ha messo in guardia sul pericolo che corre la vita di Assange, se alla fine sarà estradato negli Stati Uniti. Il governo degli Stati uniti da anni perseguita Julian Assange, colpevole di aver svelato le atrocità che questo governo ha commesso e commette nel mondo: violenze, invasioni, colpi di stato, omicidi, torture, persecuzioni di paesi di orientamento ideologico diverso, embarghi, crimini che si tenta di nascondere e che restano totalmente impuniti sia dal punto di vista legale che da quello sociale, nel disprezzo dello Stato di Diritto e in violazione dei diritti umani e dei diritti dei popoli”, ha espresso Pérez Esquivel.    

Assange è stato ospite per 6 anni all'ambasciata dell'Ecuador a Londra, ma dopo l'arrivo di Lenín Moreno al governo, fu consegnato alla polizia britannica nell’aprile del 2019. Da allora è confinato in un carcere di massima sicurezza. Attualmente una corte britannica lo sta giudicando per poterlo estradare negli Stati Uniti.

 “Gli Stati uniti insistono per ottenere l’estradizione di Julian Assange, che negli Usa verrebbe condannato a 175 anni di prigione per aver pubblicato informazioni sulle suddette atrocità. Se questo avvenisse sarebbe la condanna a morte di un difensore della libertà di informazione e una grave minaccia alla libertà di stampa”, ha detto ancora Adolfo Pérez Esquivel che insiste nel richiedere la sua libertà alla Corte Britannica.

(*) Gentile concessione di Juan José Salinas

(**) Abbiamo istaurato una sincera amicizia con O'Donnell quando entrambi ci occupavamo insieme e anche in solitudine del caso dell'assassinio di José Luis Cabezas, dopo che quasi tutti i giornalisti avevano abbandonato Pinamar per concentrarsi in Dolores, dietro una pista che a giudizio di entrambi era apertamente falsa, quella di "Pepila, la pistolera". O'Donnell iniziò come giornalista negli Stati Uniti ed è un liberale nel senso yankee del termine. Non coincido per niente con le sue condanne verso i governi antimperialisti di Cuba, Venezuela, Bolivia e Nicaragua, ma sì, credo che scriva quello che pensa e pensa quello che scrive.

Foto © Anarchimedia

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