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Della "rivolta di ottobre" risultano circa 81 carcerati politici. Un meccanismo di pressione al Senato per elaborare la legge di Indulto

Avevamo voluto essere presenti, e ce l'hanno permesso, presso la sede della Confederazione dei Lavoratori del Rame a Santiago del Cile –non è stato facile arrivarci a causa del controllo esercitato dagli stessi lavoratori del posto, poiché, secondo quanto molti ci hanno raccontato, arrivavano molti "infiltrati"- per esprimere solidarietà alla causa e per conversare con le madri dei prigionieri politici della cosiddetta "rivolta popolare" iniziata il 18 ottobre del 2019. I prigionieri politici hanno intrapreso uno "sciopero della fame", come ultimo disperato tentativo, per fare pressione sui senatori che stanno elaborando la bozza di "Legge di Indulto", presentata dai parlamentari dell’opposizione e che da 10 mesi vaga nel vuoto senza giungere ad alcun risultato. Il disegno di Legge è pronto per essere votato; vale a dire, che è pronto per entrare nell'ultimo iter legislativo. La Commissione di Costituzione, Legislazione, Giustizia e Regolamento del Senato ha approvato il progetto in questione a favore dei detenuti della rivolta sociale e di conseguenza l'iniziativa dovrebbe essere sottoposta a votazione presso la Camera Alta.

Si tratta di decine di ragazze e ragazzi senza giusto processo, che si trovano in prigione preventiva senza imputazioni a loro carico, con "irregolarità legali" e perfino con rischi per la salute, a causa delle pessime condizioni igienico-sanitarie delle strutture carcerarie in cui si trovano. I familiari e gli avvocati hanno ricordato che nella stragrande maggioranza in cui si è giunti a processo, i soggetti sono stati assolti, e le presunte prove di colpevolezza sono state respinte. Nessun reato è stato loro contestato e la maggior parte è stata rilasciata dopo mesi di prigione. Tuttavia, a oggi, ci sono ancora 81 detenuti per motivi politici.

María José Marchant, portavoce dell'Assemblea dei Familiari di Prigionieri Politici della rivolta, ha parlato con Antimafia Dos Mil ed è stata molto precisa nella sua testimonianza: "A noi ci hanno comunicato ieri che il progetto non si voterà martedì 2 novembre, e non è stata ancora stabilita una data per il voto. Noi siamo in sciopero della fame, ci sono già cinque madri al quarto giorno di sciopero e hanno perso quattro chili, sono sotto controllo medico. Noi lo consideriamo come un modo disperato per chiedere al Senato che si attivi riguardo al disegno di Legge di Indulto ai carcerati, perché i nostri figli non sono criminali, loro sono combattenti sociali che sono scesi in strada per chiedere pensioni che siano degne, e in generale, per un paese più giusto. In due anni, l’unica cosa che abbiamo ottenuto sono carcerati”.

"Chiediamo con forza il sostegno della cittadinanza, delle madri, perché sappiamo che alcune di loro hanno perso 20 chili, sono in uno stato di denutrizione. Ci sono diverse condanne a 15 o 30 anni, a cinque anni e un giorno, e senza prove concrete e definitive, sulla presenza di carabinieri infiltrati. Vogliamo che i nostri figli tornino a casa, con la certezza che sono innocenti".





I familiari in sciopero della fame continueranno a fornire prove e informazioni e a protestare affinché si prenda una decisione sul Progetto di Indulto e si adottino i rispettivi provvedimenti giudiziari del caso. "Ci appelliamo al popolo organizzato affinché ci sostengano in questa lotta giusta e necessaria", ha dichiarato la portavoce dei familiari, Verónica Verdugo. Anche lei rappresentante dell'Assemblea dei Familiari e madre di Nicolás Ríos, ha sottolineato che "il governo si è accanito con loro. Parlano di ordine pubblico, ci danno a noi la responsabilità dell'ordine pubblico ed è una vergogna perché ci siamo riuniti molte volte con personaggi politici che ci dicono che se noi garantiamo loro l'ordine pubblico… Di cosa stanno parlando? Questo lo devono garantire quando daranno dignità a questo paese, quando si faranno carico delle rivendicazioni sociali, quando smetteranno di reprimerci, quando smetteranno di criminalizzare la protesta sociale”.

Noi abbiamo chiesto verità, giustizia e garanzie che non si ripeta più. Continueremo con lo sciopero della fame fino a quando il Senato non fisserà la data per il disegno di legge e voterà a favore, perché è giusto e necessario per la libertà di tutti i prigionieri della rivolta",
ha concluso la rappresentante che continua il digiuno insieme ad altre due persone in una sede della Confederazione dei Lavoratori del Rame.

Diverse versioni sui prigionieri
Il governo ha affermato, insistentemente e stupidamente, che non esistono "prigionieri politici" in Cile; deve essere chiaro che un prigioniero politico è colui che è privato della libertà "per le sue idee". Tuttavia, qui in generale si parla di "prigionieri politici" per l'uso eccessivo della "prigione preventiva", la cui motivazione è politica. 

In un seminario tenuto alla Facoltà di Diritto dell'Università Diego Portales, si è discusso del tema sulla prigione politica in questi termini: "Hanno idee che sono contrarie al governo che è al potere. Ma, questo deve essere compreso, idee che sono principalmente contro un governo di fatto, autoritario o totalitario", ha detto l'accademico Sergio Peña, dottore in Diritto e accademico dell'Università Mayor. "Questa è l'essenza di ciò che significa essere un carcerato politico". Affermazione in linea con il pensiero del direttore della Divisione dell’America di Human Rights Watch, José Miguel Vivanco, il quale ha affermato che “i prigionieri politici sono essenzialmente prigionieri di coscienza; persone che sono perseguite per le loro idee, per le loro opinioni, semplicemente perché tentano di promuovere un'idea differente da quella ufficiale”.

Luis Rojas, anche lui dottore in Diritto e accademico dell'Università Alberto Hurtado, concorda sulla definizione di prigioniero politico: "È una persona privata della libertà solo per aver manifestato o espresso determinate opinioni politiche, visioni che dovrebbero indurre lo Stato a organizzarsi.

Dopo le dichiarazioni del sottosegretario dell'Interno, Juan Francisco Galli, che ha ritenuto responsabili i candidati alla presidenza, Gabriel Boric e Yasna Provoste, per gli atti di violenza avvenuti nel pomeriggio di lunedì 18 ottobre in occasione della commemorazione del secondo anniversario della rivolta sociale, il disegno di Legge di Indulto ai “prigionieri della rivolta”, è tornato sul tavolo dell’agenda nazionale, in una settimana segnata da dichiarazioni incrociate tra i diversi blocchi politici in relazione a questa iniziativa in piena campagna presidenziale. 

In collegamento con Radio e Diario Universidad de Cile, l'avvocato che fa parte dell'ufficio del Difensore Popolare, Lorenzo Morales, ha affermato che le dichiarazioni del sottosegretario Galli non hanno alcun fondamento, poiché coloro che sono attualmente in carcere preventivo, accusati di reati legati alla rivolta sociale, "sono 81 persone con una condotta pregressa irreprensibile e non hanno niente a che vedere con i reati e le circostanze di fatto citate dal sottosegretario", afferma.

Tuttavia, le condizioni di privazione della libertà che devono affrontare i "prigionieri" della rivolta, sono una situazione che genera preoccupazione nella squadra giuridica che difende queste persone incriminate dal Pubblico Ministero. 

"Per noi è una questione attuale, che vogliamo revocare o sì o sì, attraverso media non convenzionali, in termini di revisione e protezione, perché crediamo che i detenuti siano in cattivo stato di salute. Hanno perso molto peso per questa situazione, tenendo conto che non sono mai stati detenuti prima in altre prigioni, come succede ai detenuti comuni”. 

Riguardo la misura cautelare adottata sui "prigionieri" della rivolta, l'avvocato ha evidenziato che, durante la discussione del Progetto dell'Indulto nelle commissioni di Diritti umani, di Sicurezza e di Costituzione della Camera Alta, senatori di ogni schieramento politico “hanno stabilito che c'era una questione che non era discutibile, che era stata applicata eccessivamente la prigione preventiva. È una condanna anticipata”.

Allo stesso modo Morales ha sottolineato che nei prossimi giorni arriverà a Santiago un Alto Commissario della Nazioni Unite per i diritti umani "il quale visiterà i detenuti e analizzerà tutti i casi, e finalmente ci sarà un'ammissibilità, una richiesta formale davanti alle Nazioni Unite per questa misura di carcerazione preventiva, che, come prevede la dottrina della giurisprudenza, nel caso dei nostri assistiti è una pena anticipata”.

Sulla stessa linea, l'avvocato della Difesa Popolare: “Sono 706 giorni che sono in prigione preventiva, il che è chiaramente eccessivo. Non esiste un caso simile. È il caso più eclatante. Questa vicenda, in comparazione con altri simili di eguale natura o con altri procedimenti penali, non ha paragone", ha denunciato Morales.

Foto tratta da: radiouniversidaddechile.com

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