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Oggi a livello internazionale si commemorano le vittime della tratta: migliaia e migliaia di donne, uomini e bambini schiavizzati solo ed esclusivamente per trarne profitto. Sono i soldi che guidano, come sempre, la malvagità umana. In Italia questo problema è più presente di quanto si pensi e di quanto purtroppo dica l’informazione mediatica. Il nostro Paese, in effetti, è un punto di arrivo di centinaia di bambine e di ragazze, vendute, violentate e costrette alla prostituzione. Nel silenzio generale nell’ultimo periodo di emergenza pandemica lo sfruttamento della schiavitù sessuale, il mercato criminale delle depravazioni e delle perversioni più ripugnanti e vergognose si sono aggravati in maniera preoccupante. E questo emerge direttamente dalle testimonianze di molte donne che hanno avuto il coraggio di denunciare. Mentre tutto si fermava a causa del lockdown, la disumanità e la crudeltà di “papponi”, sfruttatori e clienti continuava a opprimere e a sfruttare bambine, ragazze e donne adulte.
Le torture sono state trasferite dalle strade italiane alle case, trasformate in prigioni. Inoltre, online questa barbarie è alla portata di chiunque, fruibile non solo nel “dark web”, ossia portali non rintracciabili sui motori di ricerca, nei quali si nascondono trafficanti di droga e persone, pedocriminali (talvolta anche pedomamme che espongono a mafiosi e delinquenti figli e figlie anche in tenera età) e sfruttatori della tratta, ma è anche presente sul più popolare sito di “escorting”, in cui è possibile acquistare e dare voti alle ragazze alla mercé delle più squallide depravazioni.
Lilian Solomon, una ragazza nigeriana di 23 anni che viveva in Abruzzo, è una delle tante donne che ha vissuto la schiavitù sessuale per mesi e mesi. Venne sfruttata prima sulle vie lombarde e successivamente sulla bonifica del Tronto, una strada che collega Martinsicuro e S.Egidio alla Vibrata a Teramo (Abruzzo), nota per il favoreggiamento della prostituzione e dell’immigrazione clandestina. Venne costretta ad abortire con violenza, ingerendo alcolici e medicinali. Provò ogni giorno un dolore dilaniante, che non la abbandonava mai, finché non riuscì a fuggire e a denunciare i suoi sfruttatori per poi essere accolta da On the Road, una società cooperativa sociale italiana che opera dal 1994 per tutelare i diritti umani e civili di donne, uomini e bambini. Il dolore che la attanagliava era causato da un linfoma ma, nonostante il tumore, i suoi sfruttatori continuarono ad obbligarla a prostituirsi, ogni notte e ad ogni ora, senza tregua. Anche quando riuscì a scappare da una condizione così terribile la malattia l’aveva ormai distrutta. Venne ricoverata all’Ospedale di Pescara ma poco tempo dopo, l’11 ottobre 2011, morì. Proprio l’associazione On the Road fece conoscere la storia di Lilian Solomon, nella speranza che la sua terribile testimonianza potesse sensibilizzare.


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Migliaia di donne dopo di lei sono state violentate e sfruttate. Sono ancora innumerevoli i traffici attivi e le ragazze oppresse, infatti lo sfruttamento della prostituzione e la presenza della tratta continua incessantemente.
Leggendo tutto questo ci si chiede dove siano finiti la compassione e soprattutto l’umanità.
In pochi sono a conoscenza di ciò che si nasconde dietro alla prostituzione, perciò il giudizio comune, ignorando la verità, spesso addita e schernisce le ragazze costrette alla strada. Lo sdegno è riversato sulle vittime, su coloro che sono considerati gli ultimi della società e raramente è diretto alla delinquenza degli sfruttatori.
Invece, è proprio verso coloro che non hanno voce che dobbiamo rivolgere tutta la comprensione, perché i commenti espressi nei loro confronti e le violenze che subiscono quotidianamente non sono accettabili. I giudizi sono portati dall’ignoranza, e sono suggeriti da una società con radici profondamente maschiliste e misogine. È necessario cambiare la propria mentalità, ma soprattutto iniziare ad agire per far si che le ingiustizie possano essere contenute ed eliminate.
Simili realtà devono essere denunciate, non si può più far finta di niente perché è in gioco la dignità e la vita di moltissime persone. Manca il rispetto tra esseri umani perché le milioni di donne, in particolare bambine e ragazze giovani, sono considerate merce di cui usufruire come si preferisce. Chiunque apra gli occhi su una così indignante situazione non può che schierarsi dalla parte delle vittime, che talvolta possono essere così profondamente private della loro speranza, della loro libertà e del loro coraggio, da non avere la forza né la possibilità di difendersi da sole.
Coinvolte nella tratta e nel traffico di esseri umani ci sono anche le organizzazioni mafiose.


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In effetti, la prima operazione “Sahel” delle forze dell’ordine contro lo sfruttamento della prostituzione e le mafie nigeriane risale a 10 anni fa. Poi c’è stata l’operazione “Sahel 2” del 2011, necessaria perché l’organizzazione criminale era troppo radicata e articolata, tanto da riguardare molte regioni: Abruzzo, Marche, Puglia ed Emilia Romagna. Venne arrestata un’associazione a delinquere, facente parte di una delle più potenti organizzazioni criminali nigeriane, la “Black Axe”, coinvolta nella tratta di esseri umani, nella riduzione in schiavitù, nel favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, nello sfruttamento della prostituzione, nel riciclaggio e nell’interruzione abusiva di gravidanze. Si trattava di un clan dislocato in Italia e all’estero che reclutava le vittime in madrepatria, si occupava del loro trasferimento in Europa e poi dello sfruttamento sessuale nelle strade. Vennero arrestati e incarcerati a Teramo ventisei nigeriani, e due abruzzesi con cui avevano stretto accordi, a conferma di come le mafie si alleino e contrattino con la vita delle persone.
Città come Montesilvano, in provincia di Pescara, negli anni scorsi hanno visto importanti mobilitazioni e momenti di sensibilizzazione e conoscenza, grazie alla campagna “Questo è il mio Corpo”, alla Comunità Papa Giovanni XXIII e alla cooperativa On The Road.
Martina Taricco, componente della comunità Papa Giovanni XXIII, aveva raccontato proprio ad un convegno a Montesilvano la drammatica testimonianza di Vittoria, una ragazza di 29 anni nigeriana: era venuta in Italia per fare la parrucchiera, ma l’avevano obbligata alla strada. Quando ha cercato di scappare i suoi sfruttatori hanno fatto uccidere una delle sue figlie gemelle di 4 anni difronte a sua mamma, a cui le aveva affidate.
Se non si agisce concretamente per fermare tutto ciò si diventa complici delle ingiustizie, dei femminicidi e dello sfruttamento. Si è complici anche nel silenzio che serpeggia intorno a simili avvenimenti e che come una nebbia densa li nasconde, mentre sono sotto gli occhi di tutti. Non ci si può preoccupare di decoro e fasullo moralismo, astenendosi dal prendere posizione, quando la condizione umana, economica e sociale di migliaia di ragazze in Italia e in molti altri paesi del mondo non fa che peggiorare.

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