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"… perdono i giudici, perché il mondo cambia solo grazie ai valori"

Dal Cile. Per evitare una mobilitazione come quella del 25 ottobre 2019, dove scesero spontaneamente nelle strade di Santiago del Cile 1.200.000 persone, in base a stime ufficiali, e il governo dovette ingoiare il rospo e dire che “avevano ascoltato” il popolo, la metodologia adottata a partire da quella data è stata sempre quella di distorcere la mobilitazione con il vandalismo, quasi sempre provocato dagli agenti dello Stato che, per avallare il loro intervento, cercano un innocente e lo colpevolizzano creando prove false. In questo modo insinuano nella massa che vede la televisione la sensazione che giustizia sia stata fatta contro i "vandali", strumentalizzando l'opinione massiva, affinché essa stessa chieda "mano dura" perché "vogliono ordine e pace”.

Un esempio tra tanti è quello del giovane Alejandro Carvajal, di 19 anni di età. 

I fatti risalgono all’8 novembre del 2019, quando scoppiò un incendio nella sede dell'Università Pedro di Valdivia, a Providencia, durante manifestazioni di protesta sociale. Carvajal fu accusato di aver utilizzato del liquido infiammabile per alimentare le fiamme. 

Lo scorso 19 febbraio, il giovane Carvajal fu condannato a cinque anni e un giorno per l'incendio della Casona Schneider, avvenuto l’8 novembre del 2019. Nel secondo processo del caso, tuttavia, è stato diffuso un video che dimostrerebbe l'incitamento di agenti Intra Marchas nell'incendio. 

In un’intervista ad “El Desconcierto” Carvajal ha parlato della sua reclusione e innocenza: “Io ero andato a manifestare per un'educazione degna e di qualità”, inizia dicendo Alejandro, accompagnato durante l’intervista dal suo avvocato Lorenzo Morales. In entrambi i processi è stata dimostrata la presenza di agenti sotto copertura. Personale di Carabineros denominato "Intra Marchas" inseguì e fermò Carvajal, pochi minuti dopo l’incidente. 

È stato persino reso noto un video che rivelerebbe, secondo la difesa, che personale Intra Marce dei Carabineros incitò i manifestanti ad incendiare l’università.   

Come era la tua vita prima del tuo arresto?
“Ero all’ultimo anno di studio. Studiavo, lavoravo con i miei genitori e avevo un locale, cioè, affittavo nella mensa della scuola un chiosco con due compagni, tipo un minimarket dove vendevamo pasti pronti e altre cose. Mi è sempre piaciuto cucinare, suonare la chitarra, fare rafting e andare sullo skateboard. Io volevo studiare Psicologia, quella era la mia intenzione, ma ho sempre considerato fosse meglio intraprendere qualche attività. Ovviamente lo studio è importante. Non devi smettere mai di studiare. Potrei dire che avevo una vita cittadina”.

A causa alla sua detenzione, Alejandro Carvajal non è riuscito a ritirare il suo diploma, con la media di 6,3. Suo fratello maggiore lo ha ritirato per lui. 

Cosa ricordi di quell’8 novembre del 2019?
"Quel pomeriggio ero uscito con il mio skateboard da casa mia che si trova nel Quartiere Yungay ed ero andato direttamente a Plaza Dignidad. Come giovane sentivo la curiosità di sapere cosa stava succedendo. Non dovevo incontrare nessuno. Nel tragitto c'erano manifestazioni, e quando sono arrivato a Plaza Dignidad mi sono reso conto che i Carabineros stavano sparando. Ho iniziato a correre verso sud e ricordo che c'era altra gente che correva. Ma è importante chiarire che non sono mai entrato in Vicuña Mackenna 44. Non sono mai entrato alla Casona Schneider, perché andavo in direzione Ramón Carnicer, nella parte dietro. Sono arrivato, mi sentivo strano, e quando sono andato via, perché volevo ritornare a casa mia, ho avuto la sensazione che mi stessero inseguendo. Mi sentivo pedinato”. 

Di fronte all’accaduto nell'incendio, Lorenzo Morales, avvocato difensore di Alejandro, assicura che questo caso crea un "teatro di operazioni, in attesa che una persona commetta un reato". Nello scenario che vede incriminato Alejandro ci sono almeno tre persone, Luis Alarcón; Deysi Cares e Martín Manosalva che sarebbero agenti Intra Marchas, citati nel secondo processo. 

"Era una trappola dove aspettavano una persona per incolparla, colpevolizzarla di un reato che non ha commesso, che non aveva capacità di fare e che alla fine è stata dichiarata colpevole con una prova falsa", ha affermato Morales, alla presenza di Jano, come lo chiamano le persone a lui vicine. 


carvajal alejandro

Alejandro Carvajal


Alejandro, come è avvenuto il tuo arresto?
“Mi hanno fermato in via Lord Cochrane, e mi hanno portato al 33° Commissariato. Lì mi hanno fatto la prova degli idrocarburi e il giorno dopo c’è stata la convalida del mio arresto. I giudici non capivano come, se le prove di idrocarburi avevano dato esito negativo, mi avessero messo ugualmente in custodia cautelare. Questa esperienza mi ha fatto vedere com’era il mondo in realtà, mettere i piedi per terra, neanche la gente ti crede. Io non ho mai dato fuoco all'università, non ho bruciato la Casona. E anche se fosse, con una bottiglia di 350 cc non si può bruciare una casa di quella grandezza”. 

Alejandro Carvajal è stato in custodia cautelare 10 mesi a Santiago Uno, e rimesso in libertà a settembre del 2020, dopo essere stato dichiarato colpevole di incendio doloso della Casona Schneider, nel processo di primo grado.  

"Il caso di Alejandro è lo stesso di qualsiasi innocente che arriva in carcere per la prima volta, è devastante. Subentrano anche questioni arbitrarie che noi reclamiamo formalmente al Tribunale di Garanzia, mediate precauzioni di garanzia, perché sono stati violati i suoi diritti umani all'interno", ha spiegato l'avvocato difensore.

Quali erano le tue inquietudini rispetto ai tuoi due processi?
"Era la manipolazione degli avvocati dell’accusa. La manipolazione del processo. Nel primo processo loro non conoscevano niente di me, le prove spuntavano da un giorno all’altro ed hanno iniziato a dire migliaia di cose. Ho visto una grande manipolazione da parte loro, tutto molto rapido, molto poco professionale. Nel primo processo mi hanno fatto persino un'analisi psicologica, con uno psicologo ovviamente professionista, e nel secondo processo no, avevano già un pregiudizio. Nel primo avevano più considerazione per la mia persona, di come mi sentivo psicologicamente. Anche se il secondo l’ho vissuto più tranquillo, ero a casa mia, con la mia famiglia, potevo vedere di più il mio avvocato, poteva venire a trovarmi nella mia casa, avevo più contatto con il mondo esterno. Questo ti rincuora, non ti senti così disconnesso, come se fossi morto in vita. E al termine di questo processo continuo a pensare che non so ancora cosa possa succedere”. 

Quando alla fine ti hanno dichiarato colpevole, come hai reagito?
"Non voglio provare rabbia, perché per cambiare il mondo bisogna avere dei valori. Anche se i giudici si fossero sbagliati, se loro non agiranno bene, io invece lo farò. Se loro mi tacceranno di "questo" o di "quest’altro", io li perdonerò, perché ho dei valori. Sono rimasto deluso, ma perdono i giudici, perché il mondo cambia grazie ai valori”.

Qual è stata la tua reazione quando hai saputo che c’era del personale Intra Marcha coinvolto nel tuo caso?
“Il mio pensiero è che bisogna far conoscere alla gente i piani che loro portano avanti. Noi non sappiamo dove possono arrivare. Può essere perfino un’arma a doppio taglio, perché non sai mai a chi può toccare. Non sappiamo neanche le intenzioni che hanno come persone, perché nonostante tutto loro sono persone, sentono, pensano, hanno anche intenzioni che non sappiamo. Non conosciamo i loro piani, né niente di quello che fanno. Si presume che si occupino dell'ordine pubblico, quindi, perché non fanno le cose pubblicamente?

Dopo la condanna, com’è stata la tua vita in questi ultimi mesi?
"Con la mia famiglia, che è quella che più mi ha appoggiato in tutto questo, ed io ho sempre detto che è meglio fare qualcosa che non fare niente. Faccio esercizio, sto imparando nuove cose, nuove ricette. Studio anche le leggi per capire il mio caso. In questo momento stiamo facendo un progetto familiare di aiuto alle persone che vivono in strada, perché con la pandemia tutto è diventato più difficile. Io faccio pranzi e la mia famiglia li distribuisce, perché io non posso uscire. Lo facciamo da lunedì al venerdì e consegniamo circa 20 pasti”.   

L'avvocato Lorenzo Morales sostiene che, di fronte a una sentenza di cinque anni e un giorno, ha presentato un ricorso che è in attesa alla Corte Suprema, dove saranno messe in evidenza le infrazioni ai diritti fondamentali di Alejandro. 

"Insieme a quell'azione giudiziale, esiste un'ingiunzione davanti al Tribunale Costituzionale per avere diritto a quel ricorso che è in attesa presso la Corte Suprema", ha spiegato Morales, che fa parte anche della Difesa Popolare.

Senti che sei una specie di "capro espiatorio" della rivolta sociale?
"Più che un capro espiatorio, voglio solo che sia fatta luce sulla verità”.

Ti penti di essere andato all'università quel giorno?
"No, non mi pento perché se non fosse stato per quello, per tutto ciò che ho passato, non sarei la persona che sono oggi”. 

Dopo avere ascoltato questa dichiarazione, non possiamo non denunciare quella sorta di "collusione" che molti membri della magistratura hanno con il potere esecutivo, per criminalizzare il dissenso con il governo e il sistema nefasto che schiaccia la stragrande maggioranza del paese.

Foto di copertina: lacuarta.com / Casa Schneider

Foto interna: eldesconcierto.cl / Alejandro Carvajal

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