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Da mesi si parla del Recovery Fund, lo strumento europeo che dovrebbe essere funzionale al rilancio dell’economia del continente europeo nel post-pandemia. Un impegno poderoso, composto dal Quadro Finanziario Pluriennale (QFP) 2021-2027 dell’UE, pari a 1.074 miliardi di Euro, in combinazione con uno strumento del tutto nuovo, sebbene temporaneo, chiamato NextGenerationEU, dalla dotazione di 750 miliardi di Euro, per un totale di circa 1.820 miliardi di Euro.
Per accedere ai fondi di NextGenerationEU, ciascuno Stato membro dovrà presentare alla Commissione Europea un cosiddetto “Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza” entro il 30 aprile 2021. La bozza del piano italiano, già presentato dal Governo Conte II, ma che verrà rivisitato dall’attuale esecutivo, è stata pubblicata sul sito della Camera dei Deputati il 26 gennaio 2021. Non si tratta di importi precisi, ma di stime. I soldi arriveranno dallo strumento europeo Next generation EU, composto dal Recovery and Resilience Facility (RRF), da REACT-EU, e da altri fondi minori, per un totale di circa 209 miliardi di Euro. Il Governo prevede di aumentare la richiesta di tali contributi di circa 14,4 miliardi di Euro; ma, anche qui, tutto è riposto nelle mani della Commissione Europea, che si riserverà l’ultima parola. Secondo la narrativa ufficiale, e come si legge anche nel documento ufficiale rilasciato dal Governo, questo strumento (RRF e REACT-EU) consisterebbe in una parte di prestiti e in una parte di garanzie a fondo perduto: più specificatamente, si parla di 127,6 miliardi di prestiti, e di 81,9 miliardi di contributi a fondo perduto. La verità dei fatti è che, purtroppo, non esiste alcun contributo a fondo perduto per l’Italia, poiché anche i cosiddetti “contributi a fondo perduto” dovranno essere restituiti, ma soprattutto perché il “Bel Paese” è contributore netto al bilancio UE, come vedremo più avanti. In più, tali fondi comportano strette e rigorose condizionalità, che dovranno essere messe in pratica dai Paesi membri, pena la sospensione dei pagamenti da parte della UE. Ma l’alternativa c’è, e si chiama BCE: il programma PEPP (Pandemic Emergency Purchase Program) inonderà i mercati di liquidità; quindi, non si vede il motivo per cui l’Italia debba mettersi un cappio al collo, andando a procurarsi fondi che saranno condizionati alle famose “riforme”. In più, anche il finanziamento normale sui mercati, durante tutto il 2020, è stato minuziosamente “evitato” da parte del Ministero Economia e Finanze: l’offerta di Titoli di Stato italiani è stata di circa il 20% rispetto alla domanda da parte dei mercati; in sostanza, per tutto il 2020 le più grandi banche ci hanno tirato dietro i soldi, ma noi li abbiamo coraggiosamente rifiutati.  

Il 17 febbraio scorso, intanto, Mario Draghi ha tenuto il discorso di insediamento di fronte al Parlamento italiano. “Il governo dovrà proteggere i lavoratori, tutti i lavoratori. Ma sarebbe un errore proteggere indifferentemente tutte le attività economiche. Alcune dovranno cambiare, anche radicalmente. La scelta di quali attività proteggere e quali accompagnare nel cambiamento, è il difficile compito che la politica economica dovrà affrontare nei prossimi mesi”:queste le parole del neo premier, ex Banca Mondiale e Goldman Sachs. Sarà la politica a decidere quali imprese salvare e quali no. Ma quale politica? Una politica fondata sulla volontà del popolo? Una politica basata su principi democratici sani e giusti? Niente affatto. La politica che deciderà sarà quella del Gruppo dei 30, la più importante lobby di banchieri e finanzieri al mondo, di cui Draghi è addirittura Senior Member. Infatti, un documento rilasciato a dicembre 2020 dal Gruppo, e dal titolo “Reviving and Restructuring the Corporate Sector Post-Covid, Designing Public Policy Interventions”, illustra le linee guida che i governi di tutto il mondo dovrebbero adottare nel post pandemia. Le direttive sono molto semplici: attuare una vera e propria “eutanasia economica” nei confronti delle micro, piccole e medie imprese, ed offrire un supporto sostanzioso solo al settore “Corporate”, quello delle multinazionali, delle big tech, delle grandi imprese transfrontaliere. L’indirizzo contenuto in questo vero e proprio “progetto” di gestione economica riflette in maniera quasi impeccabile il programma presentato da Draghi durante il suo discorso di insediamento al Parlamento, il quale ha riguardato anche il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) accennato prima. Le linee guida dettate da Recovery Fund, PNRR, dal G30 e da Draghi, sono perfettamente in linea con il piano di Great Reset ideato dal World Economic Forum di Davos, e più in particolare dal suo fondatore, Klaus Schwab. 

Cerchiamo di fare chiarezza sul Recovery Fund, sulla reale provenienza di questi fondi, illustrando le motivazioni per cui, per l’Italia, questo progetto risulterà quantomeno deleterio, se non addirittura distruttivo; inoltre, prestando particolare attenzione alle dichiarazioni di Draghi ed alle intenzioni dei “signori del grande business”, analizziamo i cambiamenti socio-economici che si prospettano davanti a noi, ed il futuro che ci attende. 

Recovery Fund e supercazzole
Facciamo chiarezza una volta per tutte su uno strumento osannato dai più, ma che da osannare ha ben poco, il cosiddetto Recovery Fund. Esso è composto da due elementi: il Quadro Finanziario Pluriennale (QFP), ovvero il Bilancio a lungo termine dell’UE, per il periodo 2021-2027, e dallo strumento NextGenerationEU, composto a sua volta dal Recovery and Resilience Facility, da REACT-EU, e da altri fondi minori. Per ottenere tali risorse monetarie, la Commissione Europea si finanzierà tramite l’emissione di Bond comuni sui mercati. Il QFP è stato fissato per il settennato 2021-2027 a 1.074 miliardi, ed esso sarà finanziato dagli Stati membri dell’UE, come sempre è avvenuto per il bilancio comunitario; NextGenerationEU vale 750 miliardiAll’Italia spetterebbero, in totale, 209,5 miliardi. Secondo la narrativa ufficiale, dei 750 miliardi di NextGenerationEU, 390 sarebbero in sussidi, o in “contributi a fondo perduto”, mentre i restanti 360 in prestiti, da rimborsare con gli interessi. Ma non è così. La narrativa ufficiale mente, come mentono tutti i giornalisti che parlano di “contributi a fondo perduto”. “Anzi, da tutta questa operazione, io penso che noi ad occhio perderemo più di 10 miliardi, forse 12”, queste le parole di Valerio Malvezzi, economista ed accademico italiano, intervistato da La Casa del Sole TV il 16 febbraio scorso. Ma perché? Perché, invece che “i regali dell’Europa”, otterremo un saldo negativo di 12 miliardi, tra l’altro se tutto andrà per “il meglio”? Perché giornali e giornaloni continuano a parlarci di una “pioggia di soldi” che arriverà dall’UE, ma ancora una volta sembra non essere così? 


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Il PNRR ci dice che, dal Recovery and Resilience Facility e dal REACT-Eu, arriveranno in totale 209,5 miliardi, di cui: 

  • 81,9 miliardi in “sovvenzioni a fondo perduto”; 
  • 127,6 miliardi in prestiti; 

Ovviamente, i prestiti andranno rimborsati interamente; il documento relativo alle conclusioni della Riunione Straordinaria del Consiglio europeo dal 17 al 21 luglio 2020, infatti, ci fa sapere che “Il calendario dei rimborsi è fissato, secondo il principio della sana gestione finanziaria, in modo da ridurre costantemente e prevedibilmente le passività fino al 31 dicembre 2058”. In sostanza, andremo a restituire questi prestiti nel corso dei prossimi 37 anni. 

Prima di parlare delle cosiddette “sovvenzioni a fondo perduto”, dobbiamo capire che cosa sia e come funzioni il Bilancio dell’Unione Europea. Il Bilancio comunitario è lo strumento attraverso il quale l’UE persegue le finalità stabilite dai Trattati, come la crescita economica, la coesione sociale e territoriale, la politica agricola, la sostenibilità ambientale, e così via. Per fare questo, l’UE ha bisogno di risorse finanziarie, che vengono fornite dagli Stati membri, i quali a loro volta ricevono denaro per perseguire gli obiettivi di cui sopra. La differenza tra le entrate e le uscite verso un determinato Stato ci fa capire se questo è creditore o debitore netto nei confronti dell’Unione Europa. Se uno Stato contribuisce al bilancio UE più di quanto l’UE non gli restituisca, allora significa che quello Stato è creditore netto. E questo è esattamente il caso dell’Italia. Ad esempio, nel 2019 “sono stati accreditati all'Italia contributi per 10.480,1 milioni di euro”, mentre “Il totale dei versamenti effettivi al bilancio UE effettuati dal Ministero dell'economia nel 2019 è pari a circa 17.268 milioni di euro”, come ci dice il Rendiconto 2019 presente sul sito della Camera dei Deputati. In sostanza, l’Italia ha perso, nel 2019, circa 6,8 miliardi di Euro. I dati presenti sul sito della Banca dati Amministrazioni Pubbliche del Ministero Economia e Finanze, ci dicono che, dal 2007 al 2019, l’Italia ha un saldo netto negativo di circa 53,65 miliardi di Euro nei confronti del Bilancio UE.  
Ma quali sono le fonti di entrata del Bilancio dell’Unione? Costituiscono risorse proprie iscritte nel bilancio dell'Unione le entrate provenienti: 

  • Dai dazi doganali; 
  • Dall’applicazione di un’aliquota uniforme di prelievo dello 0,30% per tutti gli Stati membri al gettito IVA totale riscosso diviso per l’aliquota IVA media ponderata per l’anno civile pertinente; 
  • Dall’applicazione di un’aliquota uniforme di prelievo alla somma del Reddito Nazionale Lordo (RNL) di tutti gli Stati membri. 

Da quest’anno, a queste entrate se ne aggiungerà ancora una, derivante dall’applicazione di un’aliquota uniforme di prelievo sul peso dei rifiuti di imballaggio di plastica non riciclati generati in ciascuno Stato membro. L’aliquota in questione sarà pari a 0,80€ per chilogrammo. 
In generale, gli Stati membri contribuiscono al bilancio comunitario in misura proporzionale alla rispettiva prosperità economica. Per l’Italia, si tratta di circa il 13% del totale del Bilancio dell’UE

Veniamo ora alle cosiddette “sovvenzioni a fondo perduto”. Esse non sono affatto a fondo perduto. Infatti, la “DECISIONE (UE, EURATOM) 2020/2053 DEL CONSIGLIO del 14 dicembre 2020 relativa al sistema delle risorse proprie dell'Unione europea e che abroga la decisione 2014/335/UE, Euratom”, all’Art.5, paragrafo 2, recita: “Per i prestiti contratti per essere destinati alle spese di cui al paragrafo 1, primo comma, lettera b), del presente articolo (390 miliardi, destinati alle “spese”, ovvero a quelli che la narrativa ufficiale vorrebbe farci passare come “contributi a fondo perduto”, ndr.), il rimborso del capitale ed il pagamento dei relativi interessi sono a carico del bilancio dell’Unione”. Ciò significa che, come detto prima, saranno gli Stati stessi a dover rimborsare i “contributi a fondo perduto”! Certo, non pagheranno direttamente la Commissione Europea come per i prestiti, ma è semplicemente una partita di giro, poiché daranno soldi al Bilancio UE, il quale contribuirà al rimborso del capitale e degli interessi per quei 390 miliardi di Euro. E l’Italia, come detto prima, contribuirà a coprire tali costi per circa il 13%. Ciò significa che i costi per il Bel Paese saranno di circa 51 miliardi di Euro (390*0,13=50,7). Quindi, noi andremo a pagare circa 51 miliardi per portarne a casa, se tutto va bene (più avanti vedremo il perché), all’incirca 81. Il risultato, nella migliore delle ipotesi, è un bel +30 miliardi. 
Ma non è finita qui. Infatti, secondo le prime stime disponibili, il QFP Europeo 2021-2027 è stimato a 1.074 miliardi di Euro. L’Italia, come detto, dovrà contribuire per il 13% nel settennato: la cifra che ne risulta è di circa 141 miliardi di Euro, che il nostro Paese, e quindi noi, dovremo sborsare nei prossimi 7 anni. 
Dall’altra parte, il totale degli stanziamenti a favore dell’Italia è stimato pari attorno ai 99 miliardi. 
Dunque, a conti fatti, dal QFP 2021-2027, noi andremo a perdere 42 miliardi di Euro dal punto di vista finanziario. Se sommiamo algebricamente i +30 di prima con i -42 di adesso, il risultato è un bel -12, lo stesso di cui parla il Professor Malvezzi. 

La beffa peggiore, però, sta nel fatto che “la valutazione positiva delle richieste di pagamento sarà subordinata al soddisfacente conseguimento dei pertinenti target intermedi e finali”, come scritto nel documento relativo alle conclusioni della Riunione Straordinaria del Consiglio europeo dal 17 al 21 luglio 2020, al punto A19. Inoltre, all’articolo 10 del Regolamento (UE) 2021/241 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 12 febbraio 2021, in cui si parla di Misure per collegare il dispositivo a una sana governance economica”, viene esplicitato che “La Commissione presenta al Consiglio una proposta di sospensione totale o parziale degli impegni o dei pagamenti qualora il Consiglio, deliberando a norma dell'articolo 126, paragrafi 8 o 11, TFUE, decida che uno Stato membro non ha adottato misure efficaci per correggere il disavanzo eccessivo”. In sostanza, se non “faremo le riforme”, se non “correggeremo gli squilibri”, se non “aumenteremo la competitività”, e se non “metteremo a posto i bilanci pubblici”, i soldi non arriveranno.
L’11 febbraio scorso, in una lettera di risposta al ministro Gualtieri, Paolo Gentiloni e Vladis Dombrovskis, rispettivamente Commissario all’Economia e Vice Presidente Esecutivo della Commissione Europea, hanno scritto che il Recovery and Resilience Facility “rappresenta un’opportunità per gli Stati membri per fare riforme ambiziose, e porre le basi per una crescita solida e sostenibile”, che le misure di supporto devono essere “ben indirizzate e temporanee”, e che il governo debba progettare di mantenere il suo rapporto Debito Pubblico/Pil stabile per quest’anno, prima di farlo iniziare a scendere dal 2022; l’obiettivo, in sostanza, rimane quello di “riportare il Debito Pubblico/Pil ai livelli del 2019 entro il 2030”. E ancora: “la Commissione valuterà la consistenza delle riforme dell’Italia e la strategia fiscale nel contesto del Recovery and Resilience Plan and Stability Program”. Tutto questo significa una sola cosa: mattanza sociale, tagli ingenti alla Spesa Pubblica, aumento della tassazione, abbassamento degli stipendi e delle pensioni, a fronte di innalzamenti dell’età pensionabile. I soldi che pagheremo, dunque, sono sicuri, quelli che dovremmo ricevere no. Tutto dipenderà dal nostro sottostare ai diktat della Commissione Europea o meno. 

Governance del Dispositivo per la ripresa e la resilienza. Fonte: sito Internet del Consiglio dell'Unione

Infine, i soldi che arriveranno dall’Unione Europea non potranno essere spesi secondo le volontà e le necessità democratiche, popolari e parlamentari. Al contrario, è la stessa Unione Europea a farci sapere che tali risorse potranno essere spese esclusivamente per sei pilastri fondamentali: 1) transizione verde; 2) trasformazione digitale; 3) crescita intelligente, sostenibile einclusiva, compresi coesione economica, occupazione, produttività, competitività, ricerca, sviluppo einnovazione e un mercato unico ben funzionante con PMI forti; 4) coesione sociale e territoriale; 5) salute eresilienza economica, sociale e istituzionale, anche al fine di aumentare la capacità di reazione e lapreparazione alle crisi; 6) politiche per la prossima generazione, infanzia e gioventù, incluse istruzione ecompetenze”, come recita il documento relativo al PNRR. Esso dovrà “destinare almeno il 37% della dotazione al sostegno della transizione verde, compresa la biodiversità; destinare almeno il 20% alla trasformazione digitale”, oltre a “definire i target intermedi e finali e un calendario indicativo dell'attuazione delle riforme e degli investimenti, da completare al più tardi entro la fine di agosto 2026”. Da chi sono stati individuati e selezionati tutti questi ambiti di intervento? Sono il frutto della volontà popolare e democratica, di scelte libere, consapevoli, oculate, collettive? Assolutamente no, e più avanti capiremo il perché. Per dovere di cronaca, è bene precisare che la Commissione Europea ha affidato al più grandi fondi di investimento al mondo, BlackRock, la consulenza per la regolamentazione ambientale in materia bancaria. Oltre ad essere palese il conflitto di interessi, poiché ci si dovrebbe spiegare come può un fondo di investimento esprimersi a livello legislativo/istituzionale su banche sulle quali poi va ad investire, il punto cruciale è un altro. Il fondo ha un patrimonio in gestione di circa 8.000 miliardi di dollari. Che cosa conta il popolo italiano, di fronte a tale magnificenza? Nulla, la democrazia non esiste più, è solo un brutto ricordo. 


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L’alternativa c’è, ma è troppo democratica
Perché, verrebbe da chiedersi, l’Italia deve aspettare questi fondi, quando la necessità di ingenti risorse economiche (e veramente a fondo perduto) viene sentita dai cittadini, dai piccoli imprenditori, dai più bisognosi, quantomeno da inizio pandemia? Perché aspettare tali fondi, inoltre, se a questi sono allegati stringenti condizionalità, le quali, nel caso in cui non dovessero venire attuate e rispettate, addirittura precluderanno l’accesso ai fondi stessi? Perché aspettare tali risorse se le alternative ci sono, e non sono affatto sconvenienti come la narrativa ufficiale vorrebbe farci credere? Perché aspettare, se queste alternative permetterebbero all’Italia di poter spendere quei soldi come meglio crede? 

Le alternative sono diverse. A marzo 2020, ad esempio, la Banca Centrale Europea ha decretato la nascita di un nuovo programma di acquisto di Titoli di Stato e di Titoli privati, il Pandemic Emergency Purchase Program (PEPP), da affiancare al più noto Quantitative Easing, destinato a sostenere l’economia del continente europeo in questo tempo di pandemia. Si tratta di 1.850 miliardi di Euro messi in campo dalla Banca Centrale della Zona Euro, che permetterebbero agli Stati di aumentare notevolmente i loro finanziamenti a tassi nulli. Infatti, i debiti in scadenza detenuti dalle BC nazionali dei Paesi della Zona Euro vengono rinnovati. Ciò significa che il Ministero Economia e Finanze (MEF) deve solo onorare gli interessi, che oggi sono ai minimi storici; inoltre, questi ultimi vengono poi girati al Ministero del Tesoro una volta incassati dalla BC nazionale. Il sito della Banca d’Italia, infatti, recita: “Oggi, quindi, il signoraggio (l'insieme dei redditi derivanti dall'emissione di moneta, ndr.) viene percepito in prima battuta dalle banche centrali, le quali tuttavia lo riversano poi agli Stati, titolari ultimi della sovranità monetaria”.Ovviamente ci sarebbe da discutere su quest’ultima frase, poiché la maggior parte degli Stati moderni ha perso le prerogative caratterizzanti la sovranità monetaria, in particolare l’Italia. Tuttavia, corrisponde al vero il fatto che gli interessi incassati dalle Banche Centrali vengano poi girati al Ministero del Tesoro, ritornando de facto nelle casse dello Stato. Quindi, l’Italia potrebbe sfruttare questi fondi emettendo tutti i Titoli di Stato necessari, poiché questi sarebbero sicuramente assorbiti dalla domanda di mercato, pagando per altro interessi irrisori, nulli per la maggior parte. Per altro, questi fondi potrebbero essere utilizzati dallo Stato italiano in maniera del tutto sovrana, per perseguire l’interesse collettivo, per ottenere l’attuazione concreta della Costituzione, ad esempio. Non sarebbero sicuramente vincolati alle decisioni prese da burocrati cinici, non eletti da nessuno, e provenienti dalle maggiori lobbies della finanza internazionale, quali quelli della Commissione Europea. 
Ma non è finita qui. Infatti, un’altra possibilità per l’Italia consisterebbe nel normale ricorso al finanziamento sui mercati. Ma, per quanto concerne questo aspetto, sembra quasi che il MEF eviti accuratamente di accedere a tali fondi. Un dato su tutti deve far capire la situazione: nel 2020, a fronte di una richiesta di BOT italiani da parte dei mercati pari a circa 307 miliardi, l’offerta del MEF è stata approssimativamente di 176 miliardi di Euro. E stiamo parlando solo di BOT. Ciò significa che, per tutto il 2020, il livello di finanziamento dello Stato italiano è stato al di sotto delle possibilità; nel frattempo, la disoccupazione giovanile ha raggiunto quasi il 30% a fine 2020, centinaia di migliaia di persone hanno perso il lavoro durante l’ultimo anno, e questo comporterà sicuramente gravissime ripercussioni per il Bel Paese, facendo aumentare esponenzialmente anche il rischio di infiltrazioni mafiose nel nostro tessuto socio-economico.  

Dunque, le alternative ci sono, ma si sta scegliendo di non vederle. Perché? Perché l’approvvigionamento di risorse finanziarie tramite i metodi sopra citati permetterebbe all’Italia di essere libera da condizionalità, e libera di scegliere come spendere quei soldi in maniera sovrana ed indipendente. Ma, in effetti, è molto probabile che Draghi sia arrivato proprio per impedire che ciò avvenga. 

Mario Draghi, l’“eutanasia economica” del Gruppo dei 30 ed il Grande Reset
Secondo Mario Draghi “…sarebbe un errore proteggere indifferentemente tutte le attività economiche. Alcune dovranno cambiare, anche radicalmente. La scelta di quali attività proteggere e quali accompagnare nel cambiamento, è il difficile compito che la politica economica dovrà affrontare nei prossimi mesi”. 
Dunque, rassegniamoci. Sicuramente ci sarà chi dovrà “adattarsi al cambiamento”, chi dovrà cambiare radicalmente le proprie prospettive economiche ed aziendali, ma anche chi non ce la farà, chi perderà il lavoro, chi non avrà più un pasto caldo. Del resto, anche il Senatore a vita Mario Monti, in un suo intervento di metà gennaio scorso sul Corriere della Sera , fa sapere che è “importante porsi con urgenza il problema di quanto abbia senso continuare a ristorare con debito le perdite subite a causa del lock down quando, per molte attività, sarebbe meglio che lo Stato favorisse la ristrutturazione o la chiusura, con il necessario accompagnamento sociale, per destinare le risorse ad attività che si svilupperanno invece che a quelle che, purtroppo, non avranno un domani”. Si tratterebbe, insomma, di una vera e propria “eutanasia economica”, per mezzo della quale il Governo dovrebbe semplicemente limitarsi ad “accompagnare socialmente” i nuovi disoccupati delle imprese fallite. 

Questo progetto, questa linea di azione, è stata partorita dal Gruppo dei Trenta, la lobby di banchieri, finanzieri ed accademici più importante al mondo, della quale Mario Draghi è Senior Member. Un documento rilasciato a dicembre 2020, dal titolo “Reviving and Restructuring the Corporate Sector Post-Covid, Designing Public Policy Interventions”, illustra le linee guida che i governi di tutto il mondo dovrebbero seguire per i propri interventi di politica economica pubblica. Perché 30 banchieri, economisti ed accademici sconosciuti ai più devono decidere gli “interventi di politica pubblica” che i Governi, i quali almeno teoricamente dovrebbero rispondere alla volontà popolare, dovrebbero applicare? Chi ha dato loro questa facoltà? Perché l’articolo 107 del Trattato di Maastricht prevede che la politica non possa accettare istruzioni dal mondo delle banche e della finanza, mentre le banche e la finanza possono permettersi non solo di “Disegnare interventi di politica pubblica”, ma addirittura di piazzare un loro uomo, Mario Draghi, alla guida di uno di questi Governi? Infatti, tale articolo recita: “Nell'esercizio dei poteri e nell'assolvimento dei compiti e dei doveri loro attribuiti dal presente trattato e dallo Statuto del SEBC, né la BCE né una Banca centrale nazionale né un membro dei rispettivi organi decisionali possono sollecitare o accettare istruzioni dalle istituzioni o dagli organi comunitari, dai Governi degli Stati membri né da qualsiasi altro organismo”. Perché, dunque, non vale anche il contrario? Andiamo a vedere nello specifico che cosa prevede questo documento, quali sono le prospettive future ideate da trenta banchieri, tra cui anche Mario Draghi, che probabilmente detteranno l’agenda politica futura del Bel Paese e di tutto il mondo. 

Innanzitutto, dobbiamo aver ben chiaro in mente quali siano le aziende “Corporate”. Sicuramente non stiamo parlando della piccola azienda agricola o della piccola osteria del Paese. Come ha detto l’economista Guido Grossi, intervistato da La Casa del Sole TV lo scorso 16 febbraio, “‘Corporate’ è la grande azienda globale, quella per cui usare la parola multinazionale, si incorre in un ingenuo errore, quello di pensare ad un’azienda che sta in molte nazioni. No signori. Le corporation, oggi, sono sopra le nazioni, sono globali ed usano le nazioni e le istituzioni politiche per i loro scopi. Quando un organismo composto da banchieri centrali e membri di quel mondo, dove tra Corporate e grandi banche c’è una commistione di intrecci azionari e di posizioni completa, si pone l’obiettivo di ‘rivitalizzare il Settore Corporate’, dando istruzioni precise alla politica, sapendo che queste persone sono chiaramente in grado di prendere i loro uomini e metterli nelle istituzioni politiche, tu non puoi aspettarti altro che queste persone, una volta che si siedono, facciano esattamente quello che hanno scritto in quei documenti”. 
E che cosa scrivono questi signori in questo documento? Innanzitutto che, a causa della crisi di solvibilità cui le imprese dovranno far fronte a breve, “la giurisdizione ha bisogno ora di sviluppare risposte politiche che accomodino i cambiamenti strutturali nell’economia”. Dovranno essere messe in campo “misure ben indirizzate, permettendo una riallocazione delle risorse, in modo da “fare leva su risorse pubbliche scarse, e fare uso dell’esperienza del settore privato per valutare la sostenibilità delle imprese”; e, viene da chiedersi, dove saranno riallocate tali risorse? Dove sarà più efficiente, ovvero verso il Settore Corporate. Gli immensamente ricchi vincono sempre, ovviamente. Ma perché in questo documento si parla di “Risorse pubbliche scarse”? Perché anche Draghi, nel suo discorso al Parlamento, ha sostenuto l’importanza dello spendere al meglio “risorse che sono sempre scarse”, quando egli stesso, in una conferenza stampa da Presidente della BCE del 9 gennaio 2014, ha dichiarato testualmente che la Banca Centrale Europea non può finire i soldi, e che essi dispongono di “ampie risorse, per far fronte a qualsiasi emergenza”. A chi dobbiamo credere? Al Mario Draghi di oggi, che ci dice che ci sono risorse scarse, o al Mario Draghi di qualche anno fa, che ci diceva che la BCE dispone, de facto, di risorse illimitate? Evidentemente, uno dei due Draghi ha detto menzogne. Anche più recentemente, in audizione all’Europarlamento, il nuovo Governatore della BCE ed ex FMI Christine Lagarde, ha sostenuto che “L’Eurosistema, in quanto unico emittente della nostra moneta, potrà sempre generare tanta liquidità quanta ne serve. Quindi per definizione la Bce non può né andare in bancarotta, né finire i soldi”
Il documento va avanti, dicendo che “l’aiuto indiscriminato comporta il pericolo dell’imposizione di un fardello significativo sui contribuenti”; dunque, “non tutte le imprese in difficoltà dovrebbero ricevere il supporto pubblico. Le risorse non dovrebbero venir sprecate per aziende condannate al fallimento, o che non hanno bisogno del supporto pubblico”. E ancora, si parla di “distruzione creativa”, la stessa ideata dall’economista austriaco Joseph Schumpeter: “I Governi dovrebbero incoraggiare le necessarie o desiderate trasformazioni delle imprese, come anche aggiustamenti nell’occupazione. Questo potrebbe richiedere un certo livello di ‘distruzione creativa’, siccome l’attività di alcune imprese si contrarrà, oppure esse chiuderanno, mentre di nuove ne apriranno, ed alcuni lavoratori potrebbero vedersi costretti a muoversi tra, aziende e settori…”. Inoltre, mentre Draghi Presidente del Consiglio ci dice che “La scelta di quali attività proteggere e quali accompagnare nel cambiamento, è il difficile compito che la politica economica dovrà affrontare nei prossimi mesi”, il documento firmato da Draghi economista accademico proveniente dalle più grandi lobbies della finanza internazionale e speculativa ci fa sapere che “i Governi sono generalmente meno capaci di selezionare i vincitori ed i perdenti, e di strutturare iniezioni di finanziamento che allineino gli incentivi in maniera appropriata”; di conseguenza, la soluzione migliore sarebbe quella di “fornire incentivi pubblici per incoraggiare o incanalare investimenti del settore privato”. Di nuovo, a quale Mario Draghi dobbiamo credere? 


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Ma non è finita. Il documento continua, sostenendo che i principi in esso riportati siano “una guida per le scelte dure ed impopolari che la maggior parte dei governi dovrà fare”. Esse consistono nella “riduzione dei supporti indirizzati a tutte le imprese, e nello spostamento verso misure più specifiche e ben indirizzate, focalizzandosi su quelle imprese che hanno bisogno di supporto, ma che ci si aspetta possano essere redditizie nell’economia post-Covid 19”; inevitabilmente, dunque, “bisognerà permettere che alcune imprese falliscano”. Dovranno esserci “programmi di erogazione del credito ben indirizzati”, evitando dunque “prestiti indiscriminati”, oltre a “istituire strutture di ‘bad bank’, o incoraggiare l’utilizzo di Asset Management Companies appositamente create per impadronirsi degli attivi non performanti”. Questi ultimi due punti, in sostanza, significano due cose: ulteriore riduzione di erogazione del credito verso quelle imprese che ne avrebbero bisogno (micro e piccole imprese, almeno per quanto riguarda l’Italia), ed elargizione di immense quantità di denaro verso le imprese “performanti”, ovvero verso il Settore Corporate. Il risultato? L’andamento sempre più evidente verso un oligopolio, in tutti i settori dell’economia reale. I piccoli chiudono, i grandi diventano ancora più grandi. Serve credito (ovvero moneta) alle micro ed alle piccole imprese! Il secondo punto, invece, riguarda i cosiddetti NPLs, i Non Performing Loans che, secondo la narrativa ufficiale, sarebbero il più grande problema delle piccole banche di credito cooperativo italiane, le banche radicate sul territorio, le quali sì che forniscono credito alle micro ed alle piccole imprese operanti nell’economia reale. In sostanza, il documento propone di facilitare le procedure di acquisizione degli NPLs ad opera di Asset Management Companies appositamente create; la riforma della giustizia, di cui si parla nello stesso documento, verte proprio in questa direzione, poiché faciliterà e velocizzerà le procedure di acquisto dei crediti deteriorati. Dunque, oltre a costringere tali piccole banche a svalutare i propri crediti (provocando dunque anche danni ai loro patrimoni), questi ultimi saranno acquisiti dalle società specializzate sopra citate, che tipicamente sono estere, e ciò permetterà a grandi banche e grandi fondi stranieri di fare il bello ed il cattivo tempo. E, una volta fatto questo, non avremo sicuramente risolto il vero problema, che è di redditività delle imprese, delle famiglie e degli individui. La domanda non deve essere “Come possiamo ovviare agli NPLs?”, bensì “Perché ci sono gli NPLs, ovvero perché la gente non riesce a rimborsare i propri debiti?”. La risposta si trova nell’inversione di tendenza economica, avvenuta in concomitanza con il crollo dell’URSS. Da allora, l’economia finanziaria (ergo, “il mercato”) ha allargato a dismisura i propri profitti, il proprio raggio d’azione, come anche l’influenza sui governi che, almeno teoricamente, dovrebbero essere espressione coerente della volontà dei popoli, anche se così non è, mentre l’economia reale ha visto calare drasticamente la propria importanza, i propri profitti, la propria ricchezza, la propria influenza. L’economia reale non ha reddito, poiché vive all’interno di un paradigma assurdo, che impone la presenza continua ed asfissiante di quelle “risorse scarse” di cui ha parlato Draghi al Parlamento, ma che scarse non sono affatto, almeno non per chi già ne possiede. 

Ad ogni modo, tutte le linee guida illustrate dal Governo Draghi, come anche quelle previste dall’Unione Europea per quanto concerne il Recovery Fund, sono in perfetta linea con il Grande reset ideato dal fondatore del World Economic Forum di Davos, Klaus Schwab. Si parla di una non meglio specificata “transizione verde”, “trasformazione digitale”, “crescita intelligente, sostenibile e inclusiva, “coesione sociale e territoriale”, “salute e resilienza economica, sociale e istituzionale”, “politiche per la prossima generazione, infanzia e gioventù, incluse istruzione e competenze”. In sostanza, coloro i quali ci hanno portati dritti nella catastrofe in cui ci troviamo oggi, avrebbero pronta la migliore delle soluzioni: una nuova società, basata su poche grandissime imprese, pochi grandi player mondiali che avrebbero in mano tutto. Probabilmente non avremo nemmeno più bisogno di lavorare, ci saranno le macchine al posto nostro, come ci ha fatto sapere proprio Schwab ne “La quarta rivoluzione industriale”; probabilmente staremo a casa, percependo un reddito universale, vivremo nell’internet delle cose basato sulla tecnologia 5G. In fondo, staremo bene. Ma saremo morti dentro, come siamo morti dentro ora. 

Gli uomini non sono numeri
Ancora una volta, dunque, ci imbattiamo nella stessa logica neoliberista che vorrebbe ridurre gli esseri umani a semplici componenti di equazioni matematiche, semplicemente per il fatto che, in questo modo, essi diventano scomponibili, manipolabili, controllabili, e pienamente mobili all’interno dell’oceano piatto e senza forma denominato “mercato”. 
Gli uomini non possono essere ridotti a dei numeri, utili e funzionali solo perché consumano, forniscono i propri dati, o perché producono ricchezza per il benessere di pochi. Gli uomini non sono numeri. Mario Draghi, Mario Monti, il World Economic Forum, il G30, e tutti gli operatori globali più importanti avrebbero già dovuto capirlo da un pezzo. Ma non è questa l’impostazione della mentalità neoliberista, secondo la quale anche uomini, donne, e bambini diventano merce, secondo la quale tutto deve essere sottoposto alla logica del mercato, semplicemente per il fatto che, così facendo, il “mercato” può aumentare il suo potere ed il suo controllo, riuscendo ad essere determinante e decisivo in tutti gli aspetti della vita umana. Non possiamo più accettare che banchieri, burocrati, oligarchi e mentitori seriali  determinino la conduzione delle nostre vite. Non possiamo rimanere passivi mentre la catastrofe si consuma di fronte ai nostri occhi. Oggi più che mai risulta necessaria una vera forza di resistenza, una vera coalizione per la “difesa del territorio”, come amava definirla Giulietto Chiesa. Oggi più che mai è necessario un gran numero di persone ben informate, preparate, impeccabili nella propria materia; è necessaria una nuova rivoluzione culturale, sociale, artistica, basata sulla conoscenza, sulla verità, sulla pace, sulla giustizia; è necessaria una nuova visione della vita, che ponga al centro l’Uomo, e che collochi il “mercato” dove merita di andare: nel dimenticatoio. 

Foto © Imagoeconomica
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