Questo sito utilizza cookie tecnici e di terze parti per migliorare la navigazione degli utenti e per raccogliere informazioni sull’uso del sito stesso. Per i dettagli o per disattivare i cookie consulta la nostra cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque link del sito acconsenti all’uso dei cookie.

“Sono stati denunciati, condannati e assolti, la potenza economica dei Benetton si è abbattuta su questi poveri Mapuche che non chiedevano altro che un piccolo pezzo di terra per continuare a vivere”.
A ricostruire le sofferenze dei Mapuche è il libro “Alla fine del mondo. La vera storia dei Benetton in Patagonia”, scritto da Monica Zornetta che abbiamo intervistato e Pericle Camuffo per Stampa Alternativa (la versione digitale si può scaricare gratuitamente da questo link. Inoltre, molto presto il libro uscirà anche in cartaceo).

Chi è Monica Zornetta?
Da ventisette anni sono una giornalista e una scrittrice. Sono autrice di diversi libri. Mi sono occupata sia di temi legati alla criminalità organizzata in Italia sia della storia della mafia negli Stati Uniti, dove vivo dallo scorso anno. Ho avuto pertanto modo di approfondire la nascita della mafia americana.
Un altro tema che ho analizzato negli anni è stato quello del terrorismo. Su questo argomento ho scritto un libro con il collega Giovanni Fasanella e ho seguito per il Corriere della Sera, intervistando soggetti legati all’estrema destra italiana, il tema della strage di Piazza della loggia a Brescia, con l’obiettivo di dare un contributo al raggiungimento della verità. Tutti sono consultabili sul mio sito www.monicazornetta.it.
Da cinque anni circa, collaboro con Avvenire, per il quale mi occupo di economia solidale. Chiaramente la mia non è la visione di un’economa, ma propongo e curo articoli che si focalizzano su temi etici, sulla sostenibilità e sulla cultura. Mi occupo anche di cronaca - è stata la mia prima passione - ma non più prioritariamente come un tempo.

Come è nato il suo amore per l’Argentina?
Nasce dallo slancio che ho da sempre nei confronti dei diritti civili, dei diritti umani e dei diritti dell’ambiente. Il mio scopo, non solo nella vita come persona ma anche come professionista, è quello di dare voce a chi non ha voce.
Il mio incontro con l’Argentina e soprattutto con la sua storia sociale e politica, legata agli anni delle varie giunte militari che si sono succedute nell’alveo del Proceso de Reorganización Nacional – il nome che diedero alla dittatura – è avvenuto una decina di anni fa.
Nel 2011, con il Centro di Ateneo per i Diritti Umani dell’Università di Padova e con la professoressa Antonella Cancellier e il professor Paolo de Stefani, ho organizzato l’iniziativa “Voci da una repressione. Colloqui su Diritti umani, verità, memoria, giustizia” a cui hanno partecipato anche Enrico Calamai, Vera Vigevani Jarach e altri testimoni del regime militare argentino.
Nel 2012 mi sono recata in Argentina per intervistare uno dei pochissimi giocatori della squadra di rugby de La Plata sopravvissuti alla repressione e, anche, alcuni famigliari di quelli desaparecidos o assassinati – anche con i vuelos de la muerte – tra gli anni Settanta e Ottanta.
Nel corso di questo viaggio, possibile grazie all’amico Valerio Piccioni, giornalita della Gazzetta dello Sport e infaticabile mente e cuore dela Corsa di Miguel, ho avuto l’occasione di intervistare anche l’allora dirigente della squadra di rugby, alcuni attivisti per i diritti umani e il sacerdote della Iglesia de Santa Cruz dove durante l’ultima dittatura civico-militare si riunì il nucleo originario delle Madres de Plaza de Mayo, poi catturato ed eliminato dai militari su indicazione dell’ufficiale di Marina Alfredo Astiz, detto “l’angelo biondo”, infiltrato nel gruppo dopo essersi finto fratello di un desaparecido.
Nonostante questo importante viaggio, con mio grandissimo dispiacere non sono riuscita a concretizzare pienamente questo progetto. Anni dopo sono stata contatta dal collega Daniele Biacchessi di Radio 24, il quale aveva in mente di fare un lavoro sui mondiali di calcio in Argentina nel 1978. Avendo egli visto alcune mie ricerche, mi aveva chiesto di scrivere un capitolo del suo libro e così ho realizzato “Acto 14. La sombra de la logia massonica P2”, un capitolo che racconta la presenza della P2 in Argentina, i suoi stretti legami con i generali, ma anche il ruolo giocato dalle imprese e della politica italiana in quegli anni tremendi.
Ho raccontato inoltre il ruolo eccezionale che ha avuto l’ex funzionario del consolato italiano in Argentina Enrico Calamai, l’allora giornalista del Corriere della Sera, Giangiacomo Foà e il sindacalista Filippo di Benedetto.

Come è venuta a conoscenza della situazione dei Mapuche?
Un’altra mia grande passione, un altro mio grande amore, è quello per le popolazioni native. E’ stato approfondendo la loro storia, la loro cultura, il loro passato segnato dalle conquiste e delle invasioni, i genocidi che hanno subìto – in particolare i nativi del Nord America, di cui amo la particolare visione della vita, il rapporto con la Natura, con la terra, con il cosmo, con l’altro – che sono venuto a conoscenza di quanto accade da tempo nella regione patagonica. La cultura e la filosofia dei nativi sono un faro per me, anche nella mia vita di ogni giorno.


alla fine del mondo benetton pp

La presenza dei Benetton?
I Benetton sono i proprietari terrieri della più vasto appezzamento di terra in Argentina. Sono proprietari di 941000 ettari di terre, di boschi e foreste. Sono proprietari dell’acqua, dei torrenti e dei ruscelli. Hanno recintato tutto un po’ alla volta, espellendo gli abitanti, coloro che c’erano, impadronendosi di tutto.
Chiarisco subito: i Benetton non hanno compiuto nulla di illegale nell’acquisto di queste terre. Il peccato originale risale a poco dopo l’Ottocento (dunque, molto precedente ai Benetton). La storia che vede fronteggiarsi da un lato i nativi (i Mapuche, che nella loro lingua significa “popolo della terra”) e i conquistatori risale al Cinquecento con gli spagnoli e poi nella metà dell’Ottocento. Lo raccontiamo anche nel libro “Alla fine del mondo”.
La Conquista del deserto, questo il nome della campagna militare di due secoli fa, è stato un vero e proprio genocidio dei Mapuche: degli originari abitanti del Paese, ancor prima cioè che nascessero gli stati nazionali argentino e cileno.
La Conquista ha significato anche il furto e la spartizione delle terre tra gli ufficiali e le persone “più meritevoli” che avevano partecipato al massacro: terre appartenenti ai Mapuche, donate o messe all’asta (ricordo che la casa d’aste più importante, allora, era di proprietà di un antenato dell’ex ministra dell’Interno del governo di Mauricio Macri). Molto dopo avvenne una sorta di restituzione a titolo risarcitorio a quei Mapuche che erano sopravvissuti.
Quelle terre sono oggi regolamentate da leggi nazionali, provinciali e internazionali, atte a riconoscere da un lato l’identità (in senso più pieno) dei Mapuche, dall’altro i loro diritti sulle terre originarie. Rispetto a noi, i Mapuche hanno una visione molto diversa della terra; non è per loro un “avere, comprare, vendere e usare”: non è il mero suolo ma è la loro essenza, rappresenta la loro storia e la loro identità, descrive il loro presente, crea il loro futuro.
I Benetton entrano nel 1991 perché parte di quelle terre che erano state appunto donate e successivamente – violando il divieto di vendita a fini di lucro delle terre donate – acquistate dagli inglesi dell’ Argentinian Southern Land Company Ltd.
Successivamente un pacchetto di azioni della società venne acquistato da altri e così, divenuta una società argentina (la Compañía de Tierras Sur Argentino S.A.), venne poi comprata dai Benetton. Comprano le estancias e centinaia di migliaia di ettari di queste terre, allevano mucche pecore, coltivano foraggio e soia per il bestiame che allevano. Affinché il loro business possa svolgersi al meglio, hanno deviato anche i fiumi.
Così facendo sono andati contro l’ecosistema di quella specifica regione meravigliosa. Quelle terre sono state teatro anche di conflitti molto aspri, come dimostra la vicenda di Atilio e Rosa Curiñanco, una coppia di Mapuche che a un certo punto aveva tentato di integrarsi nella vita argentina, non Mapuche, lavorando in fabbrica o facendo altri tipi di mestieri durante una delle innumerevoli e pesantissime crisi economiche vissute dal Paese: quando hanno deciso di ritornare alla terra e di ricostituire una piccolissima comunità attraverso il recupero di una piccola parte dei terreni comprati dai Benetton – ma appartenuta ai loro antenati – gli imprenditori italiani hanno ingaggiato contro di loro una lunga ed estenuante battaglia.
Questa storia è stata portata a conoscenza della politica italiana, perché seguita anche dal Premio Nobel per la pace, Adolfo Perez Esquivel.
Il carteggio tra Esquivel e i Benetton è completamente inserito nel nostro libro. Ci sono passi di grande emozione che fanno molto pensare: vi è la saggezza, unita alla compassione (partecipazione e buon senso) e all’intelligenza del premio nobel contrapposta all’arroganza dei Benetton – i quali, ricordo, sono propreitari anche della Minera Sud Argentina SA -, che alla fine sono stati sconfitti dai piccoli ma orgogliosi Mapuche.
I Curinanco, infatti, sono riusciti a dare vita alla comunità di Santa Rosa. Ma la storia dei recuperi territoriali sulle terre dei Benetton non si è fermata lì, e anche questo è raccontato nel libro.

Altra guerra contro i Mapuche che si erano impossessati di questa terra…
Nonostante le terre siano regolomentate da queste leggi, il governo dell’allora presidente Menem le mise comunque in vendita per attirare gli investitori stranieri. Il resto è storia dei nostri giorni, come insegna il dramma di Santiago Maldonado, un ragazzo che pensava al bene degli altri, che viveva con una visione ampia della vita, che comprendeva il rispetto per la natura, per i popoli originari, per i loro diritti sanciti anche dalla Costituzione, per l’arte.
Santiago si impegnava per costruire un mondo diverso, del tutto opposto a quello dominato dal consumismo, dal capitalismo, dall’individualismo, dalla devastazione e dallo sfruttamento.
Vediamo tutti quelo che sta accadendo in questi giorni anche nel vicino Brasile, dove il presidente Bolsonaro sta distruggendo il polome della terra, la foresta Amazzonica e sta condannando a morte i popoli indigeni. Già gravemente minacci dall’industria estrattiva e dall’agroindustria, stanno ora lottando contro il Covid19, completamente abbandonati dal governo.

Ma chi ha ucciso Santiago Maldonado, possibile che questo omicidio debba restare impunito come quello di padre Juan Viroche?
I Mapuche che erano con lui quel giorno hanno cercato di dire quello che avevano visto ma sono stati denunciati. Santiago fu portato via dalla Gendarmeria. Anche i famigliari di Santiago Maldonado, i genitori Stella Maris Peloso ed Enrique Maldonado, nonché le organizzazioni per i diritti umani, le Madres de Plaza de Mayo Linea Fundadora, le Abuelas de Plaza de Mayo, le Associazioni dei Hijos sono convinte che la verità sia questa.
La presidente de le Madres, Hebe de Bonafini, pochi giorni fa ha dichiarato in una intervista che il giovane sarebbe a suo parere morto e che il mandante del delitto sarebbe il presidente Macri. Il motivo? ‘Sostenere il piano economico del governo, che è poi il medesimo piano di Martinez de Hoz (ministro dell’Economia durante gli anni della dittatura, ndr) e infondere il terrore tra la gente’.
E’ probabile che quando gli agenti hanno visto un giovane bianco che appoggiava i Mapuche l’abbiano catturato con ancora più rabbia. È la repressione della solidarietà. Non c’è solo la repressione della protesta e del discorso pubblico, ma anche la repressione della solidarietà, che non è ben vista a nessun livello da questo governo, ha spiegato Diana Lenton, antropologa e componente della Red de Investigaciones en Genocidio y Politica Indigena en Argentina, secondo la quale la repressione non interessa solo i Mapuche ma tutti coloro che appoggiano la loro lotta.
Anche Lenton ha ricordato una delle grandi macchie che ancora pesano sulla coscienza dello Stato argentino: la Conquista del deserto e lo sterminio dei popoli nativi per l’appropriazione delle loro terre.

*da IlFarodiRoma

Monica Zornetta
, giornalista, ha scritto per Il Gazzettino, ed è stata corrispondente di Rtl 102.5. Ha collaborato con Blunotte - Lucarelli racconta, I Dieci comandamenti, Il Corriere della Sera edizione di Brescia, Narcomafie, Galatea European Magazine. Collabora con Avvenire e il magazine Sette. Tra i suoi libri ricordiamo: A casa nostra. Cinquant’anni di mafia e criminalità in Veneto, Terrore a nordest, La resa. Ascesa, declino e pentimento di Felice Maniero, Ludwig. Suoi contributi sono su numerose antologie e studi incentrati sulla criminalità organizzata di stampo mafioso, tra cui il Dizionario Enciclopedico delle mafie in Italia. Ha pubblicato anche all’estero.
(12 Gennaio 2021)

Tratto da: contropiano.org

ARTICOLI CORRELATI

Le azioni criminali dei Benetton

Benetton e la dittatura fascista contro i Mapuche

TAGS:

ANTIMAFIADuemila
Associazione Culturale Falcone e Borsellino
Via Molino I°, 1824 - 63811 Sant'Elpidio a Mare (FM) - P. iva 01734340449
Testata giornalistica iscritta presso il Tribunale di Fermo n.032000 del 15/03/2000
Privacy e Cookie policy