di Jean Georges Almendras
Dentro i confini territoriali dell'Uruguay, paese del Río de la Plata in America Latina, gli uruguaiani vivono la pandemia causata dal Covid 19 in un modo molto particolare: all'uruguaiana, pur rispettando i minimi protocolli sanitari mondiali che si stanno applicando. Il presidente recentemente eletto Luis Lacalle Pou vive la sua prima situazione critica alla guida di un paese che non supera i 4 milioni di abitanti, dei quali 158 sono contagiati e sottoposti a cure mediche, in rigoroso isolamento domiciliare o ospedaliero. L'attuale epidemia mondiale, da queste parti non ha ancora raggiunto un livello drammatico, come ad esempio sta avvenendo in Italia, dove i morti sono già più di cinque mila. La situazione in Uruguay, al momento, è un'altra. Dalla sede presidenziale non è stata ancora imposta la quarantena obbligatoria, (né tanto meno uno stato di assedio o di coprifuoco, come accade in altri paesi), ma sono state emanate delle indicazioni che esortano le persone a restare a casa e a non effettuare raduni che superino le cinquanta persone. Nella speranza che rispettino spontaneamente la quarantana e, infatti, è così che sta succedendo.
Lo Stato, per il momento, ha disposto fino al 12 aprile, la sospensione di tutti gli spettacoli pubblici e delle lezioni per tutti i livelli di istruzione, e l’Amministrazione comunale sta valutando l'attuazione di altre misure per bar e ristoranti come ad esempio un limite di quattro persone per tavolo, l'obbligo di indossare mascherine e guanti per servire il pubblico in negozi e supermercati, con dei divisori o cordoni separatori tra cliente e venditore. Gli uruguaiani vivono così questa pandemia. Lungo le strade di Montevideo (che ha quasi l’aspetto di una città fantasma, per l'assenza di persone), vi è un costante pattugliamento da parte della polizia che attraverso altoparlanti invita i cittadini a collaborare con le misure sanitarie e ad evitare raggruppamenti. Da un elicottero della polizia che sorvola ininterrottamente la città vengono impartite le raccomandazioni con un dispositivo sonoro. Il servizio autobus per il trasporto pubblico si è visto notevolmente ridotto così come il numero di passeggeri presenti sui mezzi delle varie compagnie di trasporto: ci sono orari in cui gli autobus circolano praticamente vuoti, con il personale che indossa guanti e mascherine, così come gli autisti di taxi e di veicoli del servizio Uber.
Ma non tutto fila liscio perché a livello lavorativo e sociale, in realtà le prospettive non sono piacevoli. La ripercussione a livello lavorativo e sociale in Uruguay, nel mezzo a questa pandemia, si sta decisamente sentendo. Mentre gli uffici pubblici, in alcuni casi sono chiusi al pubblico o gli orari di apertura sono stati visibilmente ridotti, a livello dell'impresa privata la risorsa più utilizzata dai datori di lavoro è mandare in cassa integrazione migliaia di lavoratori. Si presenta così, l'incubo che si trovano a vivere alcuni settori della società, principalmente della classe operaia. Le ultime informazioni ufficiali parlano di 21.103 persone in previdenza sociale del BPS. Ovviamente, è probabile che la cifra possa aumentare, il che significherà un vero tsunami per le casse dello Stato.
In questo contesto, dove in questi giorni, e anche mentre redigiamo questo articolo, i mezzi stampa, (i cui giornali radio e tv dedicano molto tempo soprattutto a dare informazione riguardante il coronavirus), è evidente il dilemma in cui si trova il presidente Lacalle: imporre la quarantena (come raccomandato dall'ordine dei medici), o mantenere viva l'economia del paese? Di fatto, tra le file del governo si sta vivendo un vero dilemma. Si vive un vero braccio di ferro ogni giorno che passa. Ogni giorno il governo uruguaiano valuta nel dettaglio, da diversi punti di vista (insieme ai suoi esperti, ovviamente), la situazione interna regionale e mondiale, per poi rendere pubblici i passi a seguire.
Misure che ancora non prevedono la messa in campo di misure estreme come l'uso delle forze dell’ordine o dei militari, anche se sappiamo che questi ultimi sono presenti nelle regioni confinanti col Brasile, non solo ora ma già da parecchio tempo (e non è molto chiara la loro presenza), sicuramente fa parte delle politiche statati già in atto dal governo di Tabaré Vázquez ed ora da Luis Lacalle Pou. A tale proposito, voglio specificare, (ricordare) al lettore che il presidente Lacalle risponde ad un'ideologia decisamente orientata ad imporre l'ordine e la pace, con l'uso delle forze dell’ordine e dei militari, come prima misura. Il Ministro Jorge Larrañaga rappresenta l'emblema principale del nuovo DNA (un orientamento marcatamente fascista), del governo uruguaiano di questi tempi di pandemia.
Un DNA che cerca la militarizzazione (e io direi, senza paura di sbagliarmi, dell'introduzione di uno stato di polizia), impegnato nel controllo sociale, nella criminalizzazione della protesta sociale e nel controllo dei cittadini, prendendo le distanze dalle idee di sinistra e dalle idee e dai valori progressisti che tendono ad evitare la proliferazione delle ingiustizie sociali. Ora che si è diffusa questa pandemia, non dubito neanche per un istante che il controllo delle forze dell’ordine, sotto l'effigie del controllo sanitario, abbia in fondo un altro fine. Un fine che purtroppo, certamente non avrà molto a che vedere con la prevenzione dal coronavirus, per quanto esso sia l'argomento trattato pubblicamente e ufficialmente. Lo vedremo dai fatti con il passare dei giorni.
In questo quadro di vita nazionale (con pandemia inclusa), i giovani del Movimento Culturale Our Voice sono presenti nella nostra America Latina. La principale referente e fondatrice del Movimento, Sonia Bongiovanni, ed il coordinatore per il Sudamerica si trovano nel nostro paese. La forza inesauribile dei giovani di Our Voice, li ha portati, prima delle chiusure dei confini, in viaggio a questa terra, provenienti dall'Italia e dall'Argentina. Sebbene, proprio a causa dell’emergenza sanitaria nella regione Meridionale, specialmente in Argentina ed Uruguay, non è stato loro possibile portare a termine una serie di attività pubbliche, dovendo rispettare le norme vigenti, si sono ugualmente impegnati in un attivismo adattato alla realtà attuale.
I cittadini del mondo crollano di fronte all'avanzare del COVID 19. Nel mondo si vivono scene che rimandano a film di catastrofi, dove pestilenze e pandemie sono le protagoniste. Si vivono scene di morte, di paura, di controlli di polizia e militari. Si vivono scene di restrizioni e di quarantene imposte o spontanee. Si vivono tempi di "coronavirus”.
Tempi di COVID 19 che non sono (né sono stati), un ostacolo per i nostri giovani di Our Voice. La loro forza giovanile, il loro livello di coscienza riguardo ciò che sta accadendo nel mondo (non necessariamente legato alla pandemia causata dal coronavirus, ma soprattutto alla pandemia causata dall'individualismo e dall'egoismo umano, che scatena ansia di potere, di dominio e di arricchimento lecito e illecito, con la conseguente marea di ingiustizie sociali e l'indifferenza verso il prossimo, il tutto alimentato da un feroce ed esasperante consumismo che ciò comporta) la sua integrità e la capacità di capire questo mondo, nell'espressione di un evidente e incoraggiante, spirito costruttivo, hanno reso Our Voice un Movimento dinamico che si è esteso ai giovani valicando i confini italiani, giungendo anche in America Latina.
Nei mesi di marzo e aprile, non c’è la possibilità di portare sui palcoscenici (tra cui quello dell’ESMA) in Argentina e Uruguay, l'opera teatrale "Democrazia" ma ciò non è stato motivo per abbattersi. Al contrario: i giovani di Our Voice venuti insieme a Sonia Bongiovanni, senza trasgredire alle normative vigenti dovute alla situazione di emergenza sanitaria, hanno continuato a lavorare, con intensità ammirevole, nel Centro Culturale della città di Montevideo (da inaugurare in data da definire): prove e ancora prove, senza lasciarsi intimidire dalla paura e rispettando le precauzioni sanitarie emanate dalle autorità uruguaiane. Alle prove si aggiungeranno nei prossimi giorni, sporadici incontri con i referenti di organizzazioni e con attivisti che seguono la stessa linea di lotta sociale che comprendono e hanno capito, che l’attivismo non deve conoscere pause e parentesi nei propri obiettivi e convinzioni.
Partendo dal presupposto che non è tempo per incrociare le braccia - né tanto meno per lasciarsi vincere dal panico - e in linea con la dinamica propria della lotta sociale che identifica Our Voice, a dispetto delle distanze, si sono concretizzate delle interviste per mezzo del giornalismo digitale. Conduttori radio dell'Argentina e del Cile hanno intervistato Sonia Bongiovanni e Matías Guffanti. Eccellenti gli articoli della collega italiana di ANTIMAFIADuemila, Marta Capaccioni, presente in terra uruguaiana, che ci fanno conoscere il pensiero dinamico di due figure emblematiche di Our Voice, il loro rispettivo punto di vista sulla lotta di Our Voice in mezzo ad una pandemia di tali proporzioni. Gli articoli (pubblicati su questo sito insieme ai video) trasmettono il vero senso dell’attivismo di ognuno dei giovani del Movimento.
Sicuramente l'attivismo di Our Voice in America Latina, in tempi di "Coronavirus", rispetta le precauzioni sanitarie, ma non conosce le quarantene ideologiche, perché le ingiustizie sociali non spariscono (per magia), col COVID 19, ma forse, addirittutra si intensificano, specialmente in settori sociali in cui non solo esiste fragilità fisica, ma c'è anche quella economica. Una vulnerabilità economica, sociale e culturale che li rende esposti anche all’azione della polizia che sappiamo perfettamente, non risparmia abusi e prepotenza che vanno oltre il rispetto della Legge. Per quanto gli operatori portino gradi e uniformi, non dobbiamo dimenticare che l'Istituzione Nazionale per i Diritti umani, INDDHH, poche settimane fa ha ricevuto ben 21 denunce di abuso da parte delle forze dell’ordine, dal primo marzo, momento in cui si insediò in Uruguay, l'amministrazione Lacalle Pou.
Noi redattori di Antimafia Dos Mil e di ANTIMAFIADuemila e i giovani di Our Voice comprendiamo che la lotta, la denuncia e la presenza militante dove persistono le ingiustizie sociali, costituiscono una premessa emblematica, della nostra vita personale e professionale, senza frontiere. Perché? Perché è un fatto ed una realtà, non secondario, con pandemia o senza pandemia, che l'essere umano si è dimenticato dell'essere umano. Qualcosa che dobbiamo avere più che presente, oggi e in futuro. Ancora di più in tempi di "Coronavirus", quando siamo a rischio di lasciarci raggirare dalle azioni solidali dei sistemi di potere. Il potere che cerca sempre di impadronirsi di tutto e di tutti, anche se questa volta sembra che non possa dominare sul COVID 19 che continua a dilagare, con intoccabile impunità.

Foto di copertina: www.radiomontecarlo.com

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