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netanyahu benjamin trump donalddi Karim El Sadi - Video
USA e Israele vogliono prolungare il conflitto armato

In Siria sembra che la vita stia rientrando lentamente nella “normalità”, anche se la guerra ha lasciato per sempre le cicatrici nei corpi e nelle menti. Sebastiano Caputo, direttore del blog “Intellettuale dissidente”, scrive sul proprio profilo Facebook: “Le persone sono per strada a tutte le ore, checkpoint non ce ne sono praticamente più, anche i blocchi in cemento armato sono stati levati dalle strade. Nel quartiere presidenziale, sempre meno securizzato, alcune ambasciate, tra cui quelle di Kuwait, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti, stanno facendo i lavori, prossime alla riapertura. In giro si vedono pure i Suv delle Nazioni Unite, che fino a poche settimane fa, per tutta la guerra, non potevano uscire dal parcheggio del Four Season. La guerra è praticamente finita”. Ma la pace, con fatica conquistata grazie anche ai colloqui di Astana, non sta bene a tutti.
Come un fulmine a ciel sereno, il 19 dicembre scorso, l’inquilino della Casa Bianca, Donald Trump, in diretta mondiale annunciò la ritirata delle truppe USA dal territorio siriano entro 30 giorni. “L’Isis è stato sconfitto, missione compiuta, quindi che ci facciamo ancora in Siria? E’ ora di andarsene”, disse. Poi decise di concedere più tempo al Pentagono, orfano del suo stratega, Jim Mattis, costretto alle dimissioni perché contrario. “Il contingente tornerà a casa entro 120 giorni”, corresse il tiro Trump. Infine una nuova precisazione. Dopo la visita in Israele del suo consigliere, John Bolton, il presidente ha dichiarato di volere un rientro cauto e prudente, pur ribadendo che il “tutti a casa” è confermato.



Ma fino ad ora, come ha notificato l’esercito russo, nessun soldato statunitense ha lasciato la Siria. Gli unici a partire sono stati gli armamenti diretti verso il Kurdistan iracheno. “Attualmente abbiamo l’impressione che stiano lasciando il paese per rimanervi - ha precisato il ministero degli Esteri russo - o almeno abbiamo questa impressione anche perchè, come abbiamo ripetuto più volte, non abbiamo mai visto una strategia ufficiale”.
Nel frattempo, da giorni il cielo siriano è protagonista di incursioni aeree da parte di veivoli militari di provenienza israeliana. Secondo il canale televisivo filo governativo Ikhbariya, gli aerei israeliani hanno lanciato ieri, sabato 12 gennaio, l’ennesimo attacco nella zona. Alle 23:15 ora locale diversi missili sono stati sganciati su Damasco. I danni sono stati contenuti, e limitati a un magazzino dell'aeroporto della capitale, grazie ai sistemi di difesa concessi da Mosca con gestione automatizzata Polyana D4M1.
Il governo siriano ha dunque chiesto ancora una volta all'ONU di adottare misure per prevenire i ripetuti attacchi di Israele e ha accusato gli Stati Uniti di essere tra i promotori del prolungamento del conflitto. L’assistente del ministro degli Esteri siriano, Ayman Susan ha dichiarato: "Gli Stati Uniti e Israele non possono giustificare questi attacchi con argomentazioni o pretesti: sono aggressioni nel vero senso della parola.” Il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, replica confermando la paternità del raid contro "depositi di armi iraniani all'interno dell'aeroporto internazionale di Damasco".
Intanto, riporta il Wall Street Journal, John Bolton avrebbe chiesto al Pentagono di fornire alla Casa Bianca informazioni sulla possibilità di condurre attacchi contro l’Iran in risposta ai colpi di mortaio nella "zona verde" di Bagdad, lo scorso settembre, dove ha sede l'ambasciata USA. La pace, per ora, è rinviata.

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