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acosta vilmardi Jean Georges Almendras dal Paraguay
Dopo la condanna di Vilmar "Neneco" Acosta (ritenuto il mandante dell’omicidio e condannato lo scorso dicembre a 39 anni di carcere), cosa ci può essere di nuovo in Paraguay, a quattro anni dal duplice omicidio commissionato contro il nostro redattore Pablo Medina e la sua assistente Antonia Almada lungo una stradina isolata che porta a Villa Igatimi, nel dipartimento di Canindeyú, zona di Curuguaty, in Paraguay?
Accadrà proprio quanto dovuto: i giornalisti colleghi di Pablo, di ABC Color e della redazione di Antimafia Dos Mil, e i giornalisti paraguaiani, parleranno tramite i mezzi di comunicazione del vile attentato del 16 ottobre del 2014.
Parleranno (e parleremo), di quell'infamia e renderemo omaggio al collega e alla sua assistente Antonia Almada, caduti nell’adempimento del proprio dovere di informazione. Come cadono tutti quelli che in qualche modo e in qualche misura, in un dato momento affrontano il potere e quegli estesi meccanismi che interessano la società della quale facevano parte.
La crudeltà mafiosa, la cui paternità ha avuto e ha un nome e un cognome si diede appuntamento quel giorno per aprire le porte ancora una volta in terra paraguaiana alla rete di impunità. Quell'impunità la fa da padrona da tempo in un paese saccheggiato dalla mano criminale del narcotraffico, a braccetto con il potere militare dei giorni della dittatura, e dal sistema politico in tempo di democrazia.
Una crudeltà annunciata dai giorni in cui tutta la ricchezza economica e culturale di questo meraviglioso paese e di questa meravigliosa terra si è via via sgretolata miseramente a causa della guerra della Triplice Alleanza. Quella guerra infame che strangolò un paese punto di riferimento e leader del progresso della nostra America Latina.
Il crimine organizzato paraguaiano e regionale con le sue metodologie mafiose hanno violentato una popolazione e ridotto in frantumi la democrazia. A tal punto che i fiumi di sangue e morte della dittatura militare non sono rimasti alle spalle, perché anche qui la libertà è stata incatenata con delle conseguenze tragiche alla luce della democrazia. Una democrazia che ha visto la morte di molti giornalisti, come se fosse la normalità. Qualcosa di ordinario.
Uno di loro è stato il nostro caro collega di redazione Pablo Medina, che ha lasciato tre figli, una moglie, dei fratelli ed un padre che porta il suo stesso nome e che, nonostante l’avanzata età, è ancora determinato nella sua sete di giustizia con una forza di volontà più che ammirevole, nel continuare a resistere e lottare, affinché la verità vinca sull’oscurità criminale. Quell'oscurità criminale radicata in Paraguay come una maledizione, tra le tante altre che dobbiamo patire nella nostra America Latina.
A quattro anni dal crimine di Pablo e della sua assistente Antonia, continueremo a parlare di loro, perché ci accomuna un senso di onore verso gli uomini e le donne giuste, e verso le cause giuste.
E parleremo della loro dedizione e dei martiri del giornalismo paraguaiano e del giornalismo regionale. E accentueremo il fatto che bisogna fare giustizia perché niente è veramente cambiato nonostante sia stato condannato il mandante Vilmar "Neneco" Acosta adesso nel carcere di Tacumbú.
E parleremo e enfatizzeremo, e pretenderemo che venga condannato il sicario Flavio Acosta detenuto in Brasile.
E pretenderemo che venga catturato il sicario ancora latitante da quattro anni: Wilson Acosta.
Ma parleremo anche e denunceremo pubblicamente che la morte di Pablo e Antonia non è stato un fatto isolato. È stata semplicemente un’altra dimostrazione di quello che fa il crimine organizzato in Paraguay. Di quello che fa la narco politica in Paraguay. Perché Vilmar Acosta non era un cittadino comune, come lo è ora. Al momento di ordinare il crimine era niente meno che un referente della zona di Ipejhú. Era il sindaco. Era un uomo del partito di governo. Era un politico. Un politico con tutto ciò che implica. Era in sostanza elemento di un ingranaggio malato della società paraguaiana. Un ingranaggio malato di un sistema politico ancora più malato. Un sistema politico più prigioniero della speculazione e del crimine che dell'etica del servitore pubblico e del desiderio di costruire per la collettività, per il bene di tutti.
Parleremo di tutte queste cose evidenti. Di tutte le cose occultate. E di tutti quegli argomenti di cui alcuni personaggi (del sistema politico), parlano solo una volta all'anno, per quell'indifferenza che alla lunga si rende complice dell'impunità. Sono solo lacrime di coccodrillo.
Parleremo ai quattro venti.
Nel mentre il latitante si gode la sua libertà e l’altro nel carcere di Tacumbú, con il sorriso di sempre, si rivolta contro il suo destino. E chi aspetta di essere processato in Brasile, vive giorno per giorno, aspettando che un Tribunale Popolare decida anche sul suo destino.
Parleremo ai quattro venti.
Del dolore delle persone care di Pablo e di Antonia. Della madre di Pablo che non è riuscita a sopportare più a lungo il duro colpo e si è concessa all'eternità.
Parleremo ai quattro venti.
Dei due figli di Pablo in età adolescente e di una moglie in lotta per la vita; di una figlia adulta e della sua famiglia anche essa in lotta per la vita.
Della famiglia di Antonia, che affronta il presente e la vita nonostante le molte avversità.
Parleremo ai quattro venti, dopo quattro anni del duplice infame crimine.
Ma parleremo anche di quello che è rimasto nel tempo oltre ai dolori, le sofferenze e la disperazione. Parleremo dei veri mandanti di una tale infamità.
I mandanti di un sistema putrido. Putrido ed ipocrita. Ipocrita e criminale.
I mandanti non ancora detenuti, né condannati. Che incontriamo tra gli uomini e le donne e i giovani che camminano lungo le strade di Asunción e le strade rurali della terra paraguaiana.
Dopo quattro anni il duplice crimine è ancora impune. Perché il sistema criminale paraguaiano è oggi ancora impune. Perché vige ancora l’omertà. Perché i mandanti ed i sicari di altri crimini contro altri giornalisti restano impuniti. Perché i favoreggiatori sono ancora lì, nei /ai loro posti, fermi nella loro posizione.
Ma non più risoluti di noi. Di noi che abbiamo sete di giustizia.
Di tutto questo parleremo in questi giorni in Paraguay.
Di tutto questo.

Foto di copertina: www.ultimahora.com

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