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La relatrice Onu al Fatto Quotidiano: “Un continuum di guerra e impunità, mentre la comunità internazionale resta immobile” 

Gli attacchi di Israele in Libano colpiscono per brutalità e intensità, ma non sono nuovi. Nel silenzio della comunità internazionale, da anni – e con una frequenza crescente, in parallelo con il genocidio a Gaza – Israele conduce operazioni militari, specie nel sud del Libano, per consolidare il controllo territoriale”. E ancora: “Israele sta facendo terra bruciata del diritto internazionale, così come delle zone che vuole annettere”.

Inizia così l’intervista del Fatto Quotidiano a Francesca Albanese, giurista, accademica e Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei Territori palestinesi occupati dal 1967. Partendo da Gaza, poi passando per il Libano, la nota giurista italiana, diventata troppe volte oggetto di ritorsioni americane e sioniste, giunge a quelle che sono le reali responsabilità internazionali. Per Albanese, infatti, quello che sta accadendo oggi in Libano non è un’escalation improvvisa, ma, appunto, un processo che va avanti da anni e che non si è mai arrestato. Così come il silenzio della comunità internazionale.

Un processo che appartiene ormai a uno schema ben consolidato e che oggi sta emergendo nella “gazificazione del Libano”: termine “orribile”, senz’altro, ma tragicamente “veritiero”. E dal momento che il genocidio commesso a Gaza ai danni del popolo palestinese è avvenuto e sta ancora avvenendo “senza conseguenze”, la domanda sul “perché dovrebbero fermarsi ora”, se “nessuno ha chiesto conto” per quanto accaduto ai palestinesi, è di per sé inevitabile. “Con Gaza vedo un continuum: lì Israele ha testato con mano come portare avanti i più brutali crimini contro l’umanità e di guerra, perfino un genocidio, senza conseguenze. Anzi, camuffando l’azione militare come ‘difesa’. Perché dovrebbero fermarsi ora di fronte alle vite dei libanesi, se nessuno ha chiesto loro il conto per quelle dei palestinesi?”.

Nel frattempo, nella Striscia si continua a morire. “Tra il 2 e l’8 aprile, almeno venti palestinesi sono stati uccisi a Gaza, portando a 750 il conto delle vittime dall’inizio del ‘cessate-il-fuoco’, che non è che uno specchietto per le allodole”. E, soprattutto, condizioni di vita che restano disumane: “tende, ambienti insalubri, assenza di cure mediche”. Intanto, “il suddetto ‘Board of Peace’ si prepara a banchettare tra le spoglie del popolo palestinese, mentre - ha precisato Francesca Albanese - quasi nessuno in Europa propone un piano alternativo centrato sull’autodeterminazione dei palestinesi e la fine dell’occupazione, del genocidio e dell’apartheid. Fuori dall’Europa, per fortuna, sì”.

Il giudizio della Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei Territori palestinesi occupati resta tagliente anche quando il discorso si sposta sull’Italia e sull’annuncio dello stop di Giorgia Meloni sul Memorandum - l’accordo sulla cooperazione militare - con Israele. “È importante, ma arriva con più di 70 mila morti di ritardo”. Un gesto che “non assolve l’Italia dalle sue responsabilità”, ma che almeno segna un cambio di postura. Tuttavia, avverte Albanese, “ora servono i fatti”: non basta interrompere, bisogna “recedere dall’accordo” e “bloccare i contratti”. Occorre che ci sia “la recessione, non solo interruzione, dell’accordo. E vanno bloccati i contratti di Leonardo con le controparti israeliane, senza che questo sani le responsabilità dell’azienda e dell’Italia per quanto fornito finora. Non è un’opzione, è un obbligo internazionale”.

Insomma, ciò che serve è un cambio di paradigma che - come ha spiegato Albanese - inizia a riflettersi persino nelle società occidentali. Non è altro che l’“effetto Palestina”: un’“insensata sofferenza inflitta a un popolo” che avrebbe “fatto esplodere le contraddizioni interne” delle democrazie europee. “Ha bucato il velo di Maya del neoliberalismo, di quell’europeismo ipocrita che parla di diritti umani, ma che non ha mosso un dito di fronte a un genocidio”. 

Il passaggio finale dell’intervista al Fatto Quotidiano scivola su un terreno altrettanto cupo. Albanese ha parlato anche dei “centinaia di casi di stupro” documentati nelle carceri israeliane. Parliamo di strutture che - sotto la gestione del ministro Itamar Ben-Gvir - sarebbero state trasformate in veri e propri “luoghi di tortura”, con “oltre quattromila persone scomparse”. È all’interno di questo stesso contesto che l’ipotesi di introdurre la pena di morte per i terroristi non rappresenta una svolta, ma piuttosto una continuità. “Questo è l’ultimo orribile tassello della politica carceraria israeliana, che da tempo mira all’annientamento dei prigionieri palestinesi. L’assassinio ora viene legalizzato”. 

Francesca Albanese ha infine rilanciato l’appello per la liberazione di Ahmed Shihab-Eldin, reporter palestinese con cittadinanza kuwaitiana e statunitense, detenuto da oltre un mese in Kuwait per aver raccontato sul campo gli attacchi iraniani. “Mi auguro una mobilitazione internazionale per il suo rilascio. E faccio un appello al governo italiano, perché Ahmed si era trasferito da poco a Bari per insegnare all’università. La libertà di espressione va difesa: il giornalismo non è un crimine”. 

Foto © Imagoeconomica 

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