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Dai droni ucraini che sorvolano Baltici e Finlandia alle liste del Ministero della Difesa russo: la risposta di Putin trasforma le fabbriche europee in obiettivi dichiara

"Gli europei non stanno in silenzio, sono risentiti per essere stati allontanati dai negoziati, ma vorrei sottolineare che nessuno li ha allontanati. Si sono allontanati da soli… Perchè hanno sposato la tesi di sconfiggere una sconfitta strategica alla Russia e, a quanto pare, vivono ancora in questa illusione”.
Con queste parole Vladimir Putin il 2 dicembre 2025, poco prima di ricevere Witkoff e Kushner per un incontro di 5 ore, rispose a un giornalista che gli chiedeva del ruolo del vecchio continente nel processo negoziale.
Loro stessi hanno rifiutato i negoziati di pace e stanno interferendo con il presidente Trump – proseguiva il leader russo – non hanno un programma di pace. Sono dalla parte della guerra. E anche quando cercano di fare alcune modifiche alla proposta di Trump, vediamo chiaramente che tutte queste modifiche mirano a un solo obiettivo. Bloccare l'intero processo di pace. Pretendere delle condizioni che per la Russia sono assolutamente inaccettabili”.
Da parte di Bruxelles l’impegno a boicottare il piano americano elaborato in Alaska è stato corale.
Come evidenziato da Bloomberg nelle settimane successive, la Russia è pronta a firmare una bozza di memorandum di pace e a congelare il conflitto lungo le linee di contatto se l'Ucraina accetterà di ritirare le truppe dal resto della regione di Donetsk: una proposta in linea è in linea con il piano iniziale proposto dall'inviato di Trump Steve Witkoff durante il suo viaggio a Mosca prima del vertice tra Putin e Trump ad Anchorage.
Ebbene in quei giorni Ursula von der Leyen ribadiva l’importanza di tre condizioni: l’intangibilità dei confini, la libertà di manovra militare ucraina e il ruolo centrale dell’Unione Europea nella pace.
Al contempo, Francia, Germania e Regno Unito avevano elaborato una controproposta discussa a Ginevra che rifiuta qualsiasi riconoscimento delle conquiste territoriali russe e sostiene che eventuali negoziati sui confini debbano avvenire soltanto dopo un cessate il fuoco completo: il punto di partenza sarebbero le linee attuali, ma con il costante richiamo alla legittimità dei confini del 1991. Di fatto una Minsk 3.0 che darebbe solo il tempo a Kiev di riarmarsi prima di riprendere la guerra. Inoltre, gli europei avevano sostituito il divieto di ingresso dell’Ucraina nella NATO con una formula più ambigua, che lega l’adesione al consenso degli alleati, rinviandola senza eliminarla. Infine, il documento del gruppo E3 insisteva su garanzie di sicurezza bilaterali sul modello dell’Articolo 5, fornite però da una coalizione europea di Paesi disponibili, piuttosto che dall’Alleanza nel suo insieme.
Kiev, galvanizzata dal sostegno bellicista del Vecchio continente continua a rincorrere richieste massimaliste. Solo poche settimane fa, il capo dell'ufficio presidenziale, Kirill Budanov, in un'intervista alla rivista Al-Modon, ribadiva che “il popolo ucraino non accetterà alcun piano della Russia riguardante i territori ucraini”.
Nulla è cambiato, di fatto in questi mesi, nemmeno in un momento in cui, come dichiarato dal CEO di Total, Patrick Pouyanné, le riserve di carburante basteranno al massimo per tre mesi, e che se la navigazione nello Stretto di Hormuz non verrà ristabilita entro poche settimane, il continente affronterà una grave emergenza.
Proprio oggi, il direttore dell’intelligence estera russa Sergey Naryshkin ha ricordato che un’intesa sull’Ucraina potrebbe potrebbe poggiare sulle cosiddette condizioni di Anchorage – negoziate “in Alaska” – che prevedono, tra l’altro, neutralità, status non nucleare e riconoscimento dei confini attuali della Russia, una linea che il Cremlino ha già rilanciato come base per una “soluzione pacifica”. Tuttavia, da parte dell’Unione europea c’è una “opposizione categorica” a qualsiasi compromesso. I leader Ue sono “fermamente convinti della necessità della guerra” e di aver costruito una narrativa sulla “sconfitta strategica della Russia” destinata a crollare nel momento in cui venisse siglata una pace alle condizioni russe.
Di fatto, la priorità per il vecchio continente è ancora il supporto bellico a Kiev.  


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Berlino accelera: fondi, missili e droni per Kiev

Dopo il vertice a Berlino, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha chiesto che il prestito europeo da 90 miliardi di euro venga erogato "rapidamente, ora", sottolineando che l’Ucraina "ne ha urgente bisogno". Con la sconfitta di Viktor Orban, caduto dopo le elezioni di aprile, l’impasse del finanziamento UE sembra finalmente superata. Merz e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky hanno definito la nuova intesa come un “partenariato strategico”, fulcro di un piano di cooperazione che prevede difesa aerea e produzione intelligente di droni.
"La nostra collaborazione è vantaggiosa non solo per Kiev, ma per la sicurezza europea", ha affermato Merz, evidenziando come “nessun esercito in Europa sia stato messo alla prova in combattimento reale negli ultimi decenni come quello ucraino”. La Germania ha firmato tre nuovi accordi di difesa per un valore complessivo di 4 miliardi di euro, comprensivi di centinaia di missili Patriot, 36 lanciatori IRIS-T e 300 milioni di euro destinati allo sviluppo di armi a lungo raggio. Il primo lotto di droni con intelligenza artificiale, frutto della cooperazione congiunta, comprenderà 5.000 unità.
Un’urgenza, quella dei 90 miliardi, che arriva soprattutto ora che l’Ungheria ha salutato la vittoria del nuovo premier designato Péter Magyar che, a differenza di Orban, sembra non voler fare ostruzionismo rapida ratifica del pacchetto una volta insediato entro il 12 maggio. Un passo che vincolerebbe la riapertura delle forniture di petrolio russo tramite l’oleodotto Druzhba.
Merz ha inoltre confermato l’intenzione di “agevolare il ritorno in patria degli uomini in età militare” dall’Europa occidentale per mandarli al macello al fronte, nel quadro di discussioni UE su possibili modifiche allo status dei rifugiati dopo marzo 2027. Zelensky, intanto, lancia l’allarme: “C’è una grave carenza di missili intercettori Patriot. Non potrebbe andare peggio.” Secondo il presidente, le scorte di difesa aerea sono prossime all’esaurimento e le capacità di abbattere missili balistici “si stanno riducendo drammaticamente”.
Se da Washington arriva il segnale opposto – il vicepresidente J.D. Vance ha confermato la cessazione degli acquisti e trasferimenti di armi americani a Kiev – l’Europa, spinta da Berlino, sembra ora pronta a colmare il vuoto con fondi, industria e tecnologia. Una corsa contro il tempo per salvare la capitale da una crisi militare che, come avverte Zelensky, “non potrebbe andare peggio”. 

Mosca è pronta alla guerra. Dopo i raid di droni ucraini con scalo nell'Ue pubblica gli elenchi degli stabilimenti bellici europei: 4 in Italia

Non vogliamo combattere con l'Europa, l'ho già detto 100 volte, ma se l'Europa improvvisamente volesse entrare in guerra con noi e lo facesse noi siamo pronti fin da ora”, aveva ammonito Putin, parlando ai giornalisti all’inizio di dicembre dello scorso anno.
Gli europei, ancora una volta hanno fatto orecchie da mercante e continuano ad essere compartecipi degli attacchi in profondità contro il territorio russo.
Tra la fine di marzo e l'inizio di aprile, l'Ucraina ha condotto una campagna massiccia di attacchi con droni contro i terminali petroliferi russi sul Golfo di Finlandia, in particolare il porto di Ust-Luga nella regione di Leningrado — colpito almeno cinque volte tra il 22 e il 31 marzo. In quelle operazioni, decine di UAV ucraini hanno sconfinato nei Paesi baltici e in Finlandia: solo in Estonia si stima che circa una decina di droni abbiano violato lo spazio aereo nazionale, con detriti ritrovati nella contea di Tartu. Il 29 marzo due droni si sono schiantati vicino a Kouvola, in Finlandia: l'aviazione militare finlandese ha identificato uno di essi come un drone ucraino AN-196.
Ovviamente Kiev nega tutto. Il portavoce del ministero degli Esteri ucraino Heorhii Tykhyi ha dichiarato che i droni hanno deviato dalla rotta quasi certamente a causa dei sistemi di guerra elettronica russi, e che l'Ucraina ha condiviso tutte le informazioni necessarie con Helsinki.
"Ultimamente si sono verificati con sempre maggiore frequenza attacchi di droni ucraini contro la Russia, con scalo in Finlandia e negli Stati baltici. Di conseguenza, i civili subiscono danni e le infrastrutture civili subiscono gravi conseguenze", ha ribattuto il segretario del Consiglio di sicurezza russo Sergey Shoigu in un severo comunicato stampa, aggiungendo che "ciò può verificarsi in due casi: o i sistemi di difesa aerea occidentali sono altamente inefficaci, come si è già visto durante gli sviluppi in Medio Oriente, oppure gli Stati in questione mettono deliberatamente a disposizione il proprio spazio aereo, agendo quindi come complici diretti dell'aggressione contro la Russia". "In quest'ultimo caso, in conformità con il diritto internazionale, entra in vigore l'articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite sul diritto intrinseco degli Stati all'autodifesa in caso di aggressione armata", ha sottolineato il segretario russo del Consiglio di sicurezza. 


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L’ammonimento lanciato oggi da Mosca consegue il probabilmente vano scopo di evocare i possibili risvolti dello scenario che gli europei si stanno creando con le loro mani. Il Ministero della Difesa della Federazione Russa ha pubblicato gli elenchi degli stabilimenti stranieri che producono armi e relativi componenti. Una dichiarazione che velatamente lascia intendere potenziali obiettivi da distruggere. Tra i paesi presenti negli elenchi figurano tutte le principali potenze industriali dell'UE, oltre a Turchia, Israele e Regno Unito. L'Italia è menzionata quattro volte negli elenchi. Negli stabilimenti italiani vengono prodotti motori a pistoni utilizzati nei droni da combattimento che i nazisti della NATO lanciano sul territorio russo: lo stabilimento KMD AVIO della città di Venezia, lo stabilimento MVFLAY della città di Garbagnate Milanese, lo stabilimento EPA POWER della città di Omegna, lo stabilimento Gilardoni della città di Mandello del Lario. 

La NATO si addestra sul fianco nordico ed est: esercitazioni verso lo scenario di guerra 

Sempre Naryshkin, denuncia come la frontiera tra Russia e Bielorussia, cuore dello Stato dell’Unione, è oggi “molto tesa”, segnata da “una crescente militarizzazione dell’economia negli Stati baltici e in Polonia”, dall’aumento delle infrastrutture militari e dal rafforzamento del potenziale di mobilitazione lungo il fianco orientale della NATO. Una dinamica che, secondo il capo dell’SVR, ricorda da vicino “gli eventi alla vigilia della Seconda guerra mondiale”, con Varsavia chiamata a “ricordare chi l’ha liberata dal nazismo” per non ripetere “gli stessi errori del passato”. In questo quadro, Naryshkin individua nell’exclave di Kaliningrad “un ruolo chiave nel garantire la sicurezza sia della Russia che dello Stato dell’Unione”.
A questo proposito, non può passare inosservato come l’Alleanza atlantica stia intensificando il ciclo di esercitazioni sul fianco nordico e orientale, con scenari sempre più esplicitamente tarati su una possibile guerra ad alta intensità contro la Russia. Nei Paesi Bassi, l’esercitazione “Port Defender”, in corso dal 13 al 16 aprile, concentra truppe e capacità navali nell’area di Rotterdam e nelle acque circostanti, con un focus sulla protezione delle infrastrutture critiche portuali ed energetiche, nodo strategico per i rifornimenti militari e civili verso l’Europa centrale. La simulazione include attacchi ibridi e minacce sottomarine alle vie marittime, in linea con la crescente attenzione NATO alla vulnerabilità dei porti del Mare del Nord.
Parallelamente, in Repubblica Ceca si svolge dall’8 al 24 aprile “Federated Cloud 2026”, una manovra centrata sulla resilienza dei sistemi di comando, controllo, comunicazioni, scambio dati e guerra elettronica in condizioni “il più possibile vicine a quelle di crisi e di combattimento”. Nei centri di addestramento e nei poligoni cechi vengono testate architetture digitali distribuite, reti sicure e capacità di operare sotto forte disturbo elettronico, con l’obiettivo dichiarato di garantire la continuità del comando alleato anche in uno scenario di conflitto convenzionale su larga scala. In Lettonia, nel poligono di Ādaži e nelle aree addestrative designate, dal 20 al 29 aprile è programmata l’esercitazione “Mission Rehearsal OAK RESOLVE 26-01”, concepita per verificare la prontezza al combattimento delle forze multinazionali NATO già dispiegate nel paese baltico e il loro rapido impiego lungo il confine orientale dell’Alleanza. 


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Il baricentro simbolico della nuova postura militare atlantica resta però il Nord: tra il 27 aprile e il 13 maggio le forze armate svedesi condurranno “Aurora 26”, definita la più grande esercitazione nazionale della storia recente del paese e la prima pensata interamente “in qualità di alleato della NATO”. L’obiettivo è mettere alla prova i nuovi piani operativi, testando mobilitazione, difesa del territorio, integrazione delle forze alleate e protezione delle rotte nel Baltico e nel Mar del Nord. Per Mosca, questo mosaico di manovre – dai porti olandesi al cloud ceco, dal battlegroup in Lettonia ai cieli della Svezia – rappresenta la conferma che “la NATO si prepara alla guerra contro la Russia”; per le capitali alleate, è la risposta necessaria a un contesto in cui, come ripetono i ministri della Difesa europei, “il tempo di preavviso è finito” e l’Europa deve dimostrare di saper combattere, se necessario, sul proprio territorio. 

Verso una “NATO europea”: il piano di emergenza post-Trump

Nel frattempo, le minacce di Donald Trump di ritirare gli Stati Uniti dall’Alleanza atlantica hanno accelerato il dibattito su una vera e propria “NATO europea”, o meglio su una struttura di comando e difesa in grado di reggere anche in uno scenario di sganciamento americano. Secondo indiscrezioni citate dal Wall Street Journal, Europa e Canada stanno lavorando a un piano di emergenza che, nelle parole di alcuni diplomatici, assumerebbe la forma di una “coalizione dei volenterosi” all’interno della stessa NATO, senza crearne formalmente un doppione. L’obiettivo è duplice: da un lato aumentare il peso europeo nei vertici di comando, dall’altro integrare e, per quanto possibile, sostituire nel tempo le capacità statunitensi in settori chiave come logistica, intelligence, trasporto strategico e comando operativo.
Ad oggi l’architettura dell’Alleanza resta “costruita attorno alla leadership americana a praticamente ogni livello”, dalla pianificazione militare fino al Supreme Allied Commander Europe, tradizionalmente un generale statunitense. Il cambio di passo arriva da Berlino: la Germania, che per decenni ha frenato le ambizioni francesi di autonomia strategica, ha ora abbracciato l’idea di un rafforzamento europeo, aprendo la strada a un asse che comprende Regno Unito, Francia, Polonia, Paesi nordici e Canada. L’obiettivo dichiarato non è competere con la NATO esistente, ma garantire che la deterrenza convenzionale e, per quanto possibile, la gestione della componente nucleare restino credibili anche se Washington dovesse ritirare truppe dal continente o rifiutarsi di intervenire in soccorso di un alleato, come minacciato più volte da Trump con la frase: “La NATO non è mai stata dalla nostra parte e non lo sarà nemmeno in futuro”.
Il Segretario generale Mark Rutte ha parlato di un’Alleanza “più orientata all’Europa”, mentre il presidente finlandese Alexander Stubb – tra i registi del progetto – ha chiarito che “il trasferimento dell’onere dagli Stati Uniti all’Europa continua e continuerà… come parte della strategia di difesa e sicurezza nazionale degli Stati Uniti”. Per Stubb, la chiave è la gestione controllata del disimpegno americano: “La cosa più importante è capire che questo sta accadendo e farlo in modo controllato e gestibile, piuttosto che con un ritiro repentino degli Stati Uniti”. In filigrana, l’idea di una “NATO europea” è meno un nuovo trattato che un adattamento del vecchio: un’Europa costretta, dalla pressione russa e dall’inaffidabilità percepita di Washington, a trasformarsi da dipendente della protezione americana a pilastro militare autonomo, pur tentando di trattenere gli Stati Uniti all’interno dell’ombrello atlantico.

Foto di copertina © Imagoeconomica 

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