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Vance torna a mani vuote, Teheran chiude lo stretto e Israele sabota il cessate il fuoco in Libano mentre il Pentagono scopre il vuoto nei depositi di Tomahawk

Un’altra occasione persa per una svolta di dignità per l’amministrazione americana, in vista di una possibile conclusione pacifica di un conflitto che ha visto disattesa ogni istanza Usa-Israele per un cambio di regime, nonché una destabilizzazione e balcanizzazione dell’acerrimo nemica di Tel Aviv, in vista della creazione del grande impero ebraico dal Nilo all’Eufrate.
A Islamabad, dopo tre estenuanti round negoziali, la delegazione americana ha lasciato il Pakistan a mani vuote, sancendo il fallimento di un tentativo di intesa che avrebbe dovuto disinnescare il rischio di una seconda ondata di guerra regionale.
“Non abbiamo raggiunto un accordo. Questa è una cattiva notizia, più per l’Iran che per l’America. Quindi torniamo negli Stati Uniti senza un accordo. Hanno deciso di non accettare le nostre condizioni… Il semplice fatto è che dobbiamo vedere un fermo impegno affinché non cerchino di ottenere armi nucleari”, ha dichiarato il vicepresidente statunitense JD Vance, facendo ricadere interamente su Teheran la responsabilità dell’impasse. La delegazione americana includeva, oltre a Vance, l’inviato speciale Steve Witkoff e il genero della Casa Bianca Jared Kushner, a conferma della natura eminentemente politica, più che tecnico-diplomatica, del negoziato. Dall’altra parte del tavolo sedevano il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf e il ministro degli Esteri Abbas Araqchi, incaricati di tradurre in atti la linea dura delineata dalle massime autorità iraniane.
Sul merito delle discussioni, emergono due nodi centrali: il destino dell’uranio arricchito iraniano e il controllo dello Stretto di Hormuz. Secondo le fonti ufficiali americane, Teheran non avrebbe accettato di trasferire parte delle sue riserve di uranio arricchito fuori dal Paese, né di aprire incondizionatamente lo Stretto alle navi statunitensi e israeliane.
Teheran non può accettare di privarsi del pedaggio (stimato nell’equivalente di 2 milioni di dollari a nave) per garantirsi una rendita consona per finanziare la ricostruzione delle sue infrastrutture critiche.
Dal lato iraniano, la prima dichiarazione del ministero degli Esteri appare volutamente calibrata: “Teheran e Washington hanno raggiunto un’intesa su una serie di domande, ma su due o tre punti chiave le posizioni sono divergenti”, si legge in una nota che prova a presentare l’Iran come attore razionale e responsabile, contrapposto alla retorica bellicista di Washington. Le divergenze riguardano precisamente quelle che a Teheran vengono percepite come “linee rosse”: la rinuncia a strumenti di deterrenza strategica e la cessione, anche solo simbolica, della sovranità sul principale chekepoint energetico del pianeta.
Anche l’emittente IRIB accusa Washington di aver tentato “di ottenere al tavolo delle trattative ciò che non è riuscito a ottenere con la guerra”. Tra le richieste respinte vengono sempre elencate “la consegna di uranio arricchito e l’apertura dello Stretto di Hormuz senza la conferma della sovranità iraniana su di esso”.
Dunque “l’Iran ha deciso di respingere queste condizioni e di continuare la sacra difesa della sua patria con ogni mezzo necessario, militare o diplomatico”.  


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Mohammad Bagher Ghalibaf

Il sabotaggio israeliano

L’analista di Al‑Mayadeen, Musa Assi, definisce la proposta di Vance “molto debole e non degna di fiducia», sottolineando come l’Iran “abbia ripetutamente dichiarato di non volere armi nucleari” e si sia detto disponibile “a ridurre l’arricchimento a livelli molto bassi per uso civile”. Secondo Assi, “tutti sono convinti che l’Iran non abbia intenzione di produrre armi nucleari”, e le vere ragioni del fallimento andrebbero ricercate altrove. Da un lato, Israele, che “è riuscito a sabotare i negoziati insistendo sulla continuazione della guerra contro il Libano, violando l’accordo di cessate il fuoco che Trump aveva accettato come condizione preliminare”; dall’altro, la scelta politica di Washington di anteporre ancora una volta la tutela degli interessi israeliani a quelli strategici americani e della stabilità regionale. “Gli Stati Uniti hanno scelto ‘Israele prima di tutto’ invece di ‘America prima di tutto’”, osserva Assi, ricordando come Vance abbia telefonato “dieci volte in 21 ore” al presidente Trump, a dimostrazione di una delegazione priva di pieni poteri negoziali. L’esito, avverte, potrebbe essere il ritorno a una situazione «simile a quella precedente alla cessazione del fuoco», con l’opzione militare che «rimane sul tavolo».
Un’ulteriore fonte informata conferma che uno dei principali punti di attrito è stata la riluttanza americana a imporre a Israele un cessate il fuoco immediato in Libano. Washington si sarebbe limitata a convincere Israele a interrompere i bombardamenti sull’area di Beirut, consentendo però un graduale ampliamento degli attacchi al Libano meridionale e, in prospettiva, al resto del Paese. Teheran, di fronte a questo schema di “de‑escalation parziale” costruito sostanzialmente a misura delle esigenze operative israeliane, avrebbe rifiutato di concedere qualsiasi via d’uscita diplomatica che non prevedesse garanzie concrete per la popolazione libanese. In altre parole, l’Iran rifiuta di legittimare un cessate il fuoco “geografico” che sposta semplicemente il baricentro dei bombardamenti senza interrompere la guerra.
Nel solo raid di mercoledì su Beirut, i bombardamenti che hanno devastato quartieri residenziali e commerciali hanno causato almeno 182 morti e 890 feriti, secondo i dati del ministero della Sanità libanese, con soccorritori costretti a scavare per ore tra le macerie alla ricerca di sopravvissuti e corpi in quartieri come Tallet El Khayat. La sequenza di attacchi in tutto il Paese – dalla capitale al sud fino alla valle della Bekaa – ha prodotto in una singola giornata oltre 300 morti e almeno 1.150 feriti, secondo un tracciamento indipendente citato da Al Jazeera, a conferma della natura sistematica e ad alta intensità della campagna israeliana. 

Lo sblocco dello Stretto di Hormuz, la Stalingrado Usa

Ovviamente da parte americana, un nodo cruciale è lo sblocco della crocievia fondamentale per il passaggio del 20% del greggio mondiale.
Donald Trump, a questo proposito, ha rilanciato sui social la tesi secondo cui avrebbe la possibilità di imporre un “blocco navale” contro l’Iran, definendolo il proprio “asso nella manica” se Teheran non dovesse cedere. In realtà, osservano molti analisti, gli Stati Uniti non sono in grado di posizionare in modo permanente le proprie navi e portaerei a ridosso delle infrastrutture portuali iraniane senza esporsi a un fuoco di saturazione missilistico, tanto più dopo l’usura subita dalle scorte nell’Operazione Epic Fury. Ciò che Washington può realisticamente fare, secondo il quotidiano JustTheNews, è creare gruppi d’attacco mobili nel Mar Arabico e nell’Oceano Indiano, destinati ad agire come vere e proprie “bande di pirati di Stato”, colpendo selettivamente le navi collegate all’Iran. Uno scenario del genere sarebbe non solo apertamente illegale – in violazione del diritto internazionale del mare e della libertà di navigazione – ma rischierebbe di trascinare nel conflitto altre potenze globali dipendenti da quella rotta, come Cina, India, Russia e Corea del Nord, con esiti difficilmente controllabili per gli stessi Stati Uniti. 


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Tuttavia, la dimostrazione più concreta dei limiti della potenza navale americana è arrivata nelle ultime ore direttamente nello Stretto di Hormuz. Un cacciatorpediniere della classe Arleigh Burke, tra le piattaforme da combattimento più avanzate della Marina statunitense, ha tentato di forzare il passaggio, mentre Trump annunciava trionfalmente che lo stretto sarebbe stato “presto aperto”. Di fronte all’interdizione delle motovedette delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, la nave è stata costretta a invertire la rotta e a ritirarsi, un episodio che a Teheran viene raccontato come un successo simbolico di deterrenza asimmetrica.
“L'Iran ha informato i mediatori pakistani che se il movimento della nave da guerra statunitense continua, verrà presa di mira entro 30 minuti”, riferiva ieri Al-Jazeera, citando l'agenzia di stampa Fars.
Di fatto, lo Stretto di Hormuz rimarrà chiuso alle navi americane e israeliane finché non verrà raggiunto un accordo complessivo tra Washington e Teheran: secondo la CNN, i servizi di sicurezza iraniani non intendono riaprire il passaggio “finché gli Stati Uniti non rinunceranno alle pretese di controllo su di esso”, e la Repubblica islamica non è disposta ad accettare nemmeno una navigazione limitata senza un quadro giuridico concordato. Il ministro degli Esteri Baghaei ha ribadito che «il paese è impegnato a proteggere i propri interessi nazionali e il processo diplomatico avrà successo solo se gli Stati Uniti accoglieranno seriamente e con rispetto le richieste dell’Iran”. 

L’esaurimento delle scorte Usa per la guerra

In ogni caso, anche nel caso di una ripresa intensa delle ostilità, Washington dovrà fare i conti con l’esaurimento massiccio delle sue scorte. Secondo un’inchiesta del Washington Post, gli Stati Uniti hanno lanciato almeno 850 missili da crociera a lungo raggio Tomahawk nel primo mese dell’Operazione Epic Fury, la campagna congiunta israelo‑americana contro l’Iran.






Questo impiego supera di gran lunga i livelli registrati in tutti i conflitti precedenti e, secondo l’analisi del Center for Strategic and International Studies (CSIS) a cura di Mark Cancian e Chris Park, rappresenterebbe circa la metà dei lanciatori disponibili nella regione, considerando la presenza di due sottomarini con contenitori MIRA e vari cacciatorpediniere dotati di celle di lancio verticale. Poiché quelle celle ospitano anche munizioni destinate alla difesa aerea, è plausibile che la quasi totalità dei Tomahawk disponibili nell’area sia stata consumata molto rapidamente. Un elemento critico è che tali lanciatori non possono essere ricaricati in mare: le navi devono rientrare in porti dotati di infrastrutture ad hoc, con tempi tecnici incompatibili con una guerra prolungata ad alta intensità.
I Tomahawk restano una munizione chiave per qualsiasi conflitto futuro, in particolare in scenari ad alta priorità strategica come il Pacifico occidentale. Si tratta di missili dal costo unitario di circa 3,6 milioni di dollari, con una gittata di 1.600 chilometri, controllabili via satellite e in grado di individuare il bersaglio in volo, caratteristiche che li rendono un’arma di primo livello ma anche un asset finite nella logica dell’economia di guerra. La Marina statunitense dovrebbe ricevere nel 2026 solo 110 nuovi Tomahawk, mentre le scorte complessive vengono stimate intorno ai 3.000 esemplari. Sebbene i numeri attuali siano sufficienti a sostenere l’Operazione Epic Fury nel breve periodo, Cancian – intervistato dal Military Times – nota come la preoccupazione del Pentagono non riguardi tanto l’esaurimento immediato, quanto la capacità di far fronte a crisi simultanee in altri teatri, in particolare come contrappeso alla Cina. A ciò si aggiunge un dato politicamente imbarazzante per Washington: nonostante le dichiarazioni trionfalistiche sulla “superiorità nei cieli iraniani”, Reuters ha riferito che gli Stati Uniti possono confermare con certezza la distruzione solo di circa un terzo del vasto arsenale missilistico iraniano, mentre il destino di un altro terzo resta incerto, probabilmente danneggiato o sepolto in tunnel e bunker, ma non definitivamente neutralizzato. In altre parole, la guerra di logoramento missilistico sta erodendo le scorte americane più rapidamente di quanto non stia realmente degradando la capacità di offesa iraniana.
Ma ora la macchina da guerra si è rimessa in moto. Decine di aerocisterne KC‑135 Stratotanker e KC‑46A Pegasus dell’aeronautica statunitense sono state avvistate all’aeroporto Ben Gurion, nei pressi di Tel Aviv, segnale di un’intensa preparazione logistica in vista di nuovi raid a lungo raggio. I media israeliani hanno salutato con favore l’abbandono del tavolo di Islamabad, interpretandolo come la conferma che Washington non è disposta a concedere a Teheran una de‑escalation senza contropartite significative. Il primo ministro Benjamin Netanyahu, da parte sua, ha ribadito che la campagna di Israele contro l’Iran «non è ancora finita», lasciando intendere che l’attuale pausa operativa è solo una fase di riorganizzazione. Intanto, due superpetroliere hanno invertito la rotta nello Stretto di Hormuz subito dopo l’annuncio del fallimento dei colloqui, un gesto che sintetizza meglio di qualunque comunicato il livello di rischio percepito dagli attori economici: l’Iran ha smesso di far transitare le navi, consolidando di fatto il proprio controllo su questa arteria marittima, e rendendo «ridicole e assurde» – come commentano ironicamente i media iraniani – le promesse di Trump sulla “bonifica” e la rapida riapertura del passaggio.

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