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"Le navi si stanno ricaricando": Trump evoca il peggio, ma i generali avvertono che la prossima guerra sarà dieci volte peggiore

Nella capitale pakistana l’atmosfera è più tesa che mai. Il viale principale che conduce alla Zona Rossa – dove si trovano i principali edifici governativi della capitale – è stato bloccato, e un massiccio dispiegamento di personale militare è visibile in tutta la città.
L'hotel Serena, uno degli alberghi più prestigiosi della città, adiacente alla sede del Ministero degli Esteri, sarà la sede dell'evento. Gli addetti alla sicurezza hanno preso il controllo completo della struttura e agli ospiti è stato chiesto di andarsene.
La delegazione iraniana è giunta ad Islamabad in serata ed è stata accolta dal feldmaresciallo Asim Muneer, capo della difesa pakistana. Il gruppo, guidato dal presidente del Parlamento Mohammad Baqer Qalibaf e dal ministro degli Esteri Seyyed Abbas Araghchi, comprendeva anche il segretario del Consiglio di Difesa Ali Akbar Ahmadian, il governatore della Banca Centrale Abdolnaser Hemmati, oltre a diversi membri del Parlamento e numerosi addetti alla sicurezza, alla politica, al settore militare, economico e legale.
Da parte americana è invece arrivato il vicepresidente degli Stati Uniti, JD Vance, che ha detto di aspettarsi colloqui positivi. "Se gli iraniani sono disposti a negoziare in buona fede, noi siamo certamente disposti a tendere la mano, questo è un punto", ha affermato, aggiungendo poi che "se proveranno a metterci in difficoltà, scopriranno che il team negoziale non è molto disponibile".  

La vittoria iraniana nel Golfo come umiliazione strategica per Washington

“Gli iraniani non sembrano rendersi conto di non avere carte da giocare, se non un'estorsione a breve termine ai danni del mondo attraverso l'uso delle vie navigabili internazionali. L'unica ragione per cui sono ancora vivi è per negoziare!”, afferma istericamente Donald Trump, vomitando parole tanto tronfie, quanto depistanti sulla realtà dei fatti. 
Diciamolo e ripetiamolo chiaramente: l’esito della guerra con l’Iran è tutt’altro che la “vittoria” rivendicata alla Casa Bianca.
In sei settimane di bombardamenti intensi, Washington non è riuscita a decapitare la leadership né a smantellarne la rete di alleati regionali; “il regime è intatto, la rete di alleati è intatta e l’Iran possiede ancora missili e droni”, osserva l’analista Mohamad Elmasry, per il quale Trump si trova di fronte a un vero “disastro politico ed economico”. L’elenco delle “vittorie” americane sul campo si rivela, a uno sguardo ravvicinato, un catalogo di fallimenti: una nave da sbarco con cinquemila uomini è stata costretta a lasciare in fretta le coste iraniane dopo un attacco missilistico dell’IRGC, in appena due giorni di ricerca di un pilota disperso gli Stati Uniti hanno perso elicotteri, un aereo d’attacco e due velivoli da trasporto, e dall’inizio dell’operazione hanno visto distrutta “almeno una dozzina e mezza di velivoli”, mentre le due portaerei inviate nella zona di guerra sono state ritirate “senza gloria”. A terra, le basi americane in Medio Oriente sono finite sotto un fuoco così intenso da costringere i soldati a fuggire, affittare camere d’albergo mentre alleati chiave come i curdi, dopo aver promesso di combattere in Iran, hanno subito ritrattato. 


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JD Vance © Imagoeconomica 


Il conflitto è costato oltre un miliardo di dollari al giorno e ha fatto schizzare i prezzi della benzina oltre i livelli della pandemia (4 dollari al gallone), al punto che, secondo il senatore Chuck Schumer, gli americani “hanno iniziato a saltare i pasti”.
Per Elmasry, il bilancio complessivo è impietoso: “Questa è stata una situazione piuttosto catastrofica per Trump e per l’America, un disastro politico ed economico”, perché l’Iran entra al tavolo dei negoziati non come un vinto, ma come un attore con un significativo potere di contrattazione. Teheran sa di non poter imporre all’America tutti i suoi dieci punti, e lo stesso analista ammette che è improbabile che “escano da questi negoziati con tutti e dieci questi punti approvati”, ma prevede che almeno “quattro di questi” – soprattutto di natura economica – siano difficili da respingere completamente. La crisi interna americana aggrava il quadro: gli scandali e le sconfitte militari hanno già prodotto una “pioggia dorata” di epurazioni al Pentagono, con il Segretario alla Guerra Pete Hegseth che licenzia il Capo di Stato Maggiore Randy George e, subito dopo, altri due generali di vertice. Il messaggio che arriva alle opinioni pubbliche globali è chiaro: la superpotenza che pretendeva di “scatenare l’inferno” contro l’Iran si ritrova oggi a fare i conti con costi economici fuori controllo, un’alleanza logorata e una reputazione di invincibilità seriamente incrinata. 

Hormuz come pedaggio di guerra: la leva economica che Washington non può accettare

Tra i 10 punti iraniani utilizzati come base dei colloqui, quello più indigesto per Washington sarà il controllo dello stretto di Hormuz.
Anche qui il presidente americano erutta minacce, smentite e giravolte come se non ci fosse un domani.
“Ci sono notizie secondo cui l'Iran starebbe imponendo tariffe alle petroliere che attraversano lo Stretto di Hormuz - Spero proprio di no, e se lo stanno facendo, farebbero meglio a smettere subito!”, dichiara Trump. Subito dopo, un emissario del leader supremo iraniano suggerisce che Teheran aprirà lo Stretto solo dopo la fine della guerra con gli Stati Uniti e Israele. Ed ecco che in seguito, secondo la Reuters, “in recenti conversazioni con i consiglieri, Trump ha ammesso che è improbabile che lo Stretto di Hormuz riapra completamente a breve”. 
Secondo la Cnn, ieri solo una petroliera lo ha attraversato dopo aver pagato una tassa all’Iran.
Su questo punto le indiscrezioni si fanno sempre più concrete: si parla del pagamento di 2 milioni di dollari per ogni nave in transito attraverso lo stretto, che sommato alle 100/130 navi al giorno, porterebbe ad un gettito annuo stimato fra 70 e 90 miliardi di dollari. Nel 2025, con un PIL di 356 miliardi di dollari, un’entrata aggiuntiva di questa scala porterebbe l’economia iraniana a 426–446 miliardi, con un aumento del 20–25% e la possibilità di quasi quadruplicare un bilancio della difesa che oggi si aggira intorno ai 23 miliardi. Con queste risorse, Teheran potrebbe finanziare missili ipersonici, sciami di droni, l’acquisto di caccia russi o cinesi, la ricostruzione dei siti nucleari e delle basi colpite, oltre a investire in infrastrutture, sanità e sviluppo interno, sollevando milioni di persone dalla povertà e riducendo la pressione sociale. Per Ali Vaez, direttore del progetto Iran all’International Crisis Group, il controllo dello stretto è una vera “ancora di salvezza”: di fronte a un’amministrazione Trump ritenuta del tutto inaffidabile sul terreno delle sanzioni – alla luce del ritiro unilaterale dal precedente accordo nucleare e dei due attacchi subiti mentre i negoziati erano in corso – Teheran vede in Hormuz non solo una questione di sovranità, ma la garanzia materiale di entrate durevoli. “Sono così scettici riguardo alla possibilità di ottenere un allentamento delle sanzioni da parte dell'amministrazione Trump... Hanno bisogno di risorse per la ricostruzione, hanno bisogno di una fonte di entrate”, sottolinea Vaez, spiegando che il diritto all’arricchimento nucleare e il controllo economico di Hormuz saranno probabilmente linee rosse non negoziabili.
Per Washington, accettare che l’Iran trasformi lo stretto in un “passaggio in vendita” permanente equivarrebbe a riconoscere una vittoria strategica dell’avversario, con implicazioni globali. Una nazione costiera che impone un pedaggio su un collo di bottiglia strategico, le potenze occidentali che gridano alla “estorsione” e minacciano ritorsioni, la Cina che paga in silenzio, il Sud globale che saluta la mossa come una forma di giustizia tardiva: nello scenario che si sta delineando, le divisioni geopolitiche non si riducono, ma “si allargano all’istante”.
Ed è qui che si aprono gli scenari più inquietanti per il prossimo futuro. 


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Le minacce di un ritorno della guerra

Trump, infatti, continua a giocare la carta della pressione militare, evocando apertamente la possibilità di una ripresa delle ostilità se i colloqui in Pakistan dovessero fallire. In un’intervista di venerdì al New York Post, ha dichiarato che “le navi da guerra americane si stanno ricaricando per la guerra se i colloqui in Pakistan dovessero fallire”, precisando che gli Stati Uniti stanno preparando “un’azione militare” nel caso in cui Teheran non rispetti gli accordi raggiunti al tavolo. Nello stesso momento, la Casa Bianca prova a rassicurare i mercati e l’opinione pubblica interna, facendo sapere a Fox News che il tycoon è “ottimista che si possa raggiungere un accordo”. Il presidente, però, non rinuncia alla delegittimazione verbale dell’avversario, sostenendo di “avere a che fare con persone di cui non sappiamo se dicono la verità o meno” e arrivando a dipingere uno scenario in cui l’Iran “potrebbe promettere di sbarazzarsi di tutte le armi nucleari” – che peraltro non possiede – per poi presentarsi davanti alla stampa e dire: “No, vorremmo arricchire l’uranio. Quindi lo scopriremo”, sbeffeggia proprio Trump, quando lui stesso ha dato il via libera all’attacco a tradimento del 28 febbraio proprio mentre Teheran aveva dato disponibilità a convertire le sue scorte di uranio arricchito al 60% in combustibile nucleare per uso civile. 
Sul fronte degli analisti militari, la prospettiva è persino più cupa. Il colonnello in pensione Douglas Macgregor, ex ufficiale dell’esercito statunitense, prevede che la guerra con l’Iran “riprenderà” e avrà effetti devastanti sui mercati energetici globali. Nella sua lettura, dopo aver subito pesanti attacchi da parte di Stati Uniti e Israele, gli iraniani risponderanno prendendo di mira “ciò che resta” delle infrastrutture petrolifere del Golfo, puntando a paralizzare il ruolo vitale della regione nell’economia mondiale e a trasformare definitivamente Hormuz in un’arma finanziaria oltre che militare. Il rischio, avverte, è che il vuoto di potere nella penisola arabica – tra monarchie indebolite, basi occidentali vulnerabili e opinioni pubbliche ostili – apra una nuova fase del conflitto, molto più caotica della precedente, in grado di far regredire l’economia globale “di un decennio”. In altre parole, la minaccia non è solo quella di un ritorno della guerra, ma di una guerra qualitativamente diversa: meno controllabile, più distribuita e con un impatto sistemico sulle catene energetiche e industriali mondiali.  

In foto di copertina: Ghalibaf in viaggio verso Islamabad con le foto delle bambine uccise dalle bombe sulla scuola elementare di Minab

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