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L’Iran evoca il blocco dei corridoi marittimi vitali mentre Ansar Allah minaccia il Bab el‑Mandeb e la Guardia Rivoluzionaria punta i droni sulle flotte USA e israeliane

Siamo all’ultimo gradino prima dell’abisso. Nel suo discorso di 19 minuti alla nazione, il primo in diretta dall’attacco statunitense del 28 febbraio, Donald Trump ha inviato messaggi contraddittori che hanno fatto sfumare le speranze dei mercati per una de‑escalation, spingendo al rialzo il prezzo del petrolio. Ha affermato che il regime iraniano è “decimato” militarmente ed economicamente, ma ha anche promesso di colpire il paese “duramente” nelle prossime settimane e ha minacciato di distruggerne le centrali elettriche se non accetterà un accordo. 
Un’eventualità che rischia di scatenare l’inferno con la rappresaglia iraniana. Pochi giorni fa, l’agenzia Fars, vicina ai Pasdaran, ha diffuso un’infografica che elenca cinque infrastrutture energetiche degli Emirati come potenziali bersagli in caso di attacco contro l’Iran: sono stati indicati il complesso di produzione di energia e desalinizzazione di Jebel Ali a Dubai, che fornisce elettricità e acqua potabile a milioni di persone, la centrale nucleare di Barakah ad Abu Dhabi, la centrale elettrica di Al Taweelah, la Stazione M di Dubai e il parco solare Mohammed bin Rashid Al Maktoum. Si tratta di nodi estremamente concentrati in un territorio costiero relativamente compatto, dove una quota molto elevata dell’acqua potabile dipende dalla desalinizzazione e buona parte dell’energia passa da pochi grandi impianti. 
Inoltre, “lo stretto di Bab el-Mandeb potrebbe essere bloccato dal movimento Ansar Allah (Houthi) se gli Stati Uniti decidessero di sbarcare truppe sulle isole iraniane”, ha dichiarato a RIA Novosti Mojtaba Ferdowsipour, ambasciatore della Repubblica islamica in Egitto. 
"Speriamo che il nemico (gli Stati Uniti - ndr) non commetta un altro errore strategico contro l'Iran. Se vogliono sbarcare o occupare isole iraniane, allo Stretto di Hormuz si aggiungerà un altro stretto. <...> Non lo vogliamo e non lo chiederemo ad Ansar Allah, ma loro hanno questa opzione", ha dichiarato, aggiungendo che una simile mossa porterebbe a "un'esplosione a livello dei mercati finanziari e dell'economia globale". 
Infine, come annunciato dal portavoce del comando unificato Esercito-Guardie Rivoluzionarie, Ebrahim Zolfaghari, se Trump darà seguito alle minacce di intensificare gli attacchi contro le infrastrutture civili iraniane, l'Iran reagirà oltre che contro le centrali elettriche, le infrastrutture energetiche, anche contro le aziende IT in Israele e in tutto il Medio Oriente. Un potenziale obiettivo di grande rilievo? Stargate UAE, un enorme cluster di data center per l'intelligenza artificiale da 1 GW (5 GW previsti), il più grande al mondo al di fuori degli Stati Uniti, in costruzione da parte di OpenAI, Oracle, Nvidia, Cisco, SoftBank e G42. Non a caso i droni iraniani hanno già preso di mira i data center di AWS negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrein, e hanno esplicitamente elencato Microsoft, Apple, Google, Meta e decine di altre aziende tecnologiche statunitensi come "obiettivi legittimi". E non si tratta solo di ritorsioni reciproche. Molte di queste aziende sono profondamente intrecciate con i complessi militari (CM) statunitensi e israeliani, fornendo il "cervello" digitale/IA per la macchina da guerra. 
Sarebbe l’apocalisse per il Medio Oriente e per l’economia mondiale. 
Ma alla Casa Bianca sono tutti inebriati di messianismo escatologico con la consigliera spirituale di Trump Paula White che è arrivata a paragonare il tycoon a Gesù Cristo, sostenendo che il presidente sarebbe stato “tradito, arrestato”, “falsamente accusato” e poi risorto politicamente dopo processi e inchieste, pronto a sconfiggere “tutti i suoi nemici”. 
 “Il nostro esercito, il più grande e potente (senza dubbio!) al mondo, non ha ancora iniziato a distruggere ciò che rimane in Iran. I prossimi obiettivi sono i ponti, poi le centrali elettriche! La nuova leadership del regime sa cosa deve fare e deve farlo VELOCE!”, ha ribadito Trump su Social Truth. 
Poche ore dopo, il Wall Street Journal, riferiva che Teheran “ha respinto tutte le richieste degli Stati Uniti e si rifiuta di incontrare i funzionari americani a Islamabad'.
Condizioni statunitensi condensate in un piano da 15 punti che per l’ex impero persiano rappresenta una condizione di resa inaccettabile che mostra quanto l’attuale amministrazione Trump sia vittima di un pieno delirio che l’ha proiettata fuori dalla realtà.  


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Come trapelato dal New York Times, l’Iran dovrebbe tenere sempre aperto lo Stretto di Hormuz, ridurre drasticamente il programma missilistico limitandolo alla sola difesa, smantellare il proprio potenziale nucleare rinunciando alle armi atomiche, cessare ogni arricchimento di uranio trasferendo il materiale esistente sotto controllo dell’AIEA e chiudendo gli impianti di Natanz, Isfahan e Fordow, oltre a interrompere il sostegno ai gruppi armati alleati nella regione. In cambio, gli Stati Uniti offrirebbero la completa abolizione delle sanzioni economiche, aiuti per sviluppare un programma nucleare civile e garanzie contro una futura reintroduzione delle misure restrittive. 

La forza di rappresaglia militare che Washington rifiuta di vedere

Mentre il presidente Usa, con la solita sfacciata, tronfia sicurezza, decanta le sorti vittoriosi dell’esercito americano, la realtà della situazione militare si sta mostrando ingloriosa per l’apparato militare a stelle e strisce. Se per gli Stati Uniti intercettare un drone da 50.000 dollari richiede un missile da 2 milioni, Teheran punta a moltiplicare proprio quei sistemi a basso costo, trasformando il rapporto economico in un’arma strategica. Non serve vincere tecnologicamente, basta rendere insostenibile la difesa avversaria. 
Secondo il portavoce militare Ebrahim Zolfaghari, la produzione iraniana avviene in siti che Stati Uniti e Israele “non saranno mai in grado di raggiungere”, mentre l’intelligence nemica resta “incompleta” davanti a “vaste e strategiche capacità” industriali. Non una singola fabbrica, ma una rete distribuita, resiliente, progettata per sopravvivere anche a campagne di bombardamento prolungate. 
In questo modello, il vantaggio non è il missile più avanzato, ma quello replicabile in ore o giorni. Esattamente ciò che la DARPA oggi chiede disperatamente alle aziende americane, ammettendo che i motori a razzo sono un “noto collo di bottiglia”. L’Iran, al contrario, ha già costruito una macchina produttiva pensata per la saturazione: più droni, più missili, più rapidamente. 
Le minacce di Zolfaghari — “più schiaccianti, più ampi e più distruttivi” — vanno lette in questa chiave: non superiorità tecnologica, ma superiorità industriale. In una guerra di fabbrica, chi produce di più e più velocemente, alla fine, impone le regole del conflitto.  


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Le epurazioni di Hegseth nell’esercito e l’approssimarsi dell’invasione di terra

Il personale più razionale e prudente del Dipartimento della Difesa Usa, nel frattempo, viene prontamente rimosso. Il 3 aprile il Pentagono ha confermato le dimissioni immediate del capo di stato maggiore dell’esercito statunitense, generale Randy George, segnando una svolta improvvisa ai vertici militari americani. A ufficializzare la notizia è stato il portavoce Sean Parnell, che in un comunicato ha dichiarato: “Il generale Randy George si ritira dalla carica di 41° Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, con effetto immediato. Il Dipartimento della Difesa esprime la sua gratitudine per i decenni di servizio prestati al nostro Paese e gli augura il meglio per la sua pensione”. Nessuna spiegazione è stata fornita né pubblicamente né privatamente, un silenzio che, nel contesto attuale, appare tutt’altro che neutrale.  
Secondo quanto riportato da CBS, la decisione sarebbe stata preceduta da una telefonata del segretario alla Difesa Pete Hegseth, che avrebbe intimato a George di dimettersi con effetto immediato. Fonti interne citate da Fox News affermano che non vi sarebbero state accuse formali, né contestazioni operative o politiche: “nessuna cattiva condotta, nessun fallimento operativo, nessun disaccordo ufficiale”. Solo una comunicazione diretta e la conclusione di una carriera militare costruita in decenni di servizio, iniziata con la Guerra del Golfo e proseguita nei teatri di Iraq e Afghanistan. 
A rendere ancora più significativa la decisione è il ruolo strategico del capo di stato maggiore dell’esercito, figura centrale nella catena di comando, “l’uomo la cui firma si frappone tra l’intenzione di un presidente e l’ordine operativo sul campo”. 
“Quando qualcuno viene rimosso senza spiegazioni durante una crisi, la spiegazione è la crisi stessa”. È chiaro che, evidentemente, George rappresentasse un possibile elemento di freno rispetto a opzioni di escalation, incluse operazioni terrestri o attacchi strategici su obiettivi sensibili iraniani. 
La sua rimozione arriva, infatti, mentre forze statunitensi sono già in fase di dispiegamento: l’82ª divisione aviotrasportata è in movimento, unità dei Marines sono operative sulla USS Tripoli e assetti speciali risultano presenti in diverse basi avanzate in Medio Oriente. In questo contesto, la sostituzione del vertice operativo assume un peso che va oltre il semplice avvicendamento. 
Guarda caso, Il successore indicato è il generale Christopher LaNeve, attuale vice capo di stato maggiore ed ex stretto collaboratore di Hegseth, oltre che già comandante dell’82ª divisione aviotrasportata. La sua nomina suggerisce dunque una catena decisionale più diretta e allineata alla visione politica del vertice civile del Pentagono. 


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Tre velivoli abbattuti in 24 ore: escalation e caos nei cieli iraniani

La situazione militare, intanto, precipita sempre più. Due velivoli militari statunitensi sono stati abbattuti tra lo spazio aereo iraniano e l’area del Golfo, secondo quanto riferito venerdì da fonti sia iraniane sia americane, citate da Reuters. Due piloti sono stati recuperati, mentre un terzo risulta ancora disperso ed è attivamente ricercato dalle forze di Teheran. 
Gli episodi evidenziano i rischi persistenti per l’aviazione statunitense e israeliana nei cieli iraniani, nonostante le maciste rassicurazioni di Trump ed Hegseth, sul pieno controllo dello spazio aereo. 
Secondo NBC News, anche alcuni elicotteri americani impegnati nelle operazioni di ricerca e soccorso sarebbero stati colpiti dal fuoco iraniano. Tuttavia, tutti i militari a bordo risultano in salvo, ha precisato un funzionario statunitense. 
Il primo velivolo abbattuto sarebbe un caccia biposto F-15E, colpito dalla difesa aerea iraniana, come confermato da fonti di entrambi i Paesi. Il secondo, un aereo d’attacco A-10, sarebbe stato intercettato sopra le acque meridionali nei pressi dello Stretto di Hormuz prima di precipitare. Anche in questo caso, funzionari statunitensi hanno confermato l’abbattimento e il salvataggio del pilota. 
Restano invece sconosciute le condizioni e la posizione del pilota disperso dell’F-15E. Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane ha dichiarato di aver avviato operazioni di ricerca nell’area sud-occidentale del Paese dove l’aereo si è schiantato. Il governatore locale ha inoltre promesso una ricompensa a chiunque contribuisca alla cattura o all’uccisione di “membri delle forze nemiche”. 
Dopo settimane sotto attacchi aerei statunitensi, sui canali iraniani sono comparsi messaggi di esultanza per l’abbattimento dei velivoli. Il presidente del Parlamento, Mohammad Baqer Qalibaf, ha scritto su X che il conflitto con Stati Uniti e Israele si sarebbe trasformato da un tentativo di cambio di regime a una “caccia ai loro piloti”.
Nel frattempo, la risposta politica appare volutamente ambigua. Interpellato da NBC, Trump ha liquidato la questione dichiarando: “No, per niente. No, è una guerra. Siamo in guerra”, evitando di entrare nei dettagli operativi. Una posizione che, unita all’intensificarsi dei raid su Teheran, in particolare nell’area di Jamshidieh, lascia intravedere un possibile ulteriore deterioramento della situazione, mentre il quadro reale delle perdite resta ancora parzialmente opaco. 

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