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Premessa: le guerre non scoppiano, si costruiscono

Quando il 28 febbraio 2026, alle 7:30 ora italiana, i primi missili dell'operazione "Ruggito del Leone" hanno colpito Teheran, Isfahan, Karaj e Qom, il mondo ha assistito non all'inizio di una crisi, ma alla detonazione di un ordigno preparato in anni di pressione crescente. L'attacco congiunto di Stati Uniti e Israele è arrivato nel momento esatto in cui la diplomazia stava producendo risultati concreti: il giorno prima, il ministro degli Esteri dell'Oman aveva dichiarato che l'Iran era pronto a rinunciare alle scorte di uranio arricchito e che l'accordo era "alla nostra portata". Tre round di colloqui a Ginevra, con l'AIEA coinvolta come osservatore tecnico, avevano aperto per la prima volta uno spazio negoziale reale.
Questa guerra non riguarda il nucleare iraniano. Riguarda il futuro dell'ordine mondiale.

Le motivazioni reali: cinque livelli di lettura

1. Il controllo delle rotte energetiche come pilastro dell'egemonia

Per comprendere la guerra all'Iran bisogna partire da un dato strutturale: gli Stati Uniti sono oggi il primo produttore mondiale di petrolio e gas naturale, ma la loro "energy dominance" poggia su fondamenta più fragili di quanto la retorica ufficiale lasci intendere.
I numeri della Casa Bianca sono impressionanti in superficie: la produzione di greggio ha raggiunto il record di 13,6 milioni di barili al giorno nel 2025, quella di gas naturale è a 110 miliardi di piedi cubi al giorno — quasi quanto Russia, Iran e Cina messe insieme. Nel 2025 gli USA hanno superato per la prima volta i 100 milioni di tonnellate di GNL esportato in un anno, un primato mondiale. Le esportazioni di GNL sono previste in crescita a 16,4 miliardi di metri cubi al giorno nel 2026 e 18,1 nel 2027. Gli USA producono oggi 24 milioni di barili al giorno in petrolio e combustibili liquidi — più di Russia e Arabia Saudita messe insieme.
Ma sotto la superficie emergono crepe profonde. I giacimenti shale americani stanno maturando: diventa sempre più costoso estrarre nuove quantità significative di greggio. La crescita produttiva petrolifera è scesa sotto l'1% nel 2026 secondo la stessa Energy Information Administration. Alcuni analisti ritengono che la produzione statunitense di petrolio stia già raggiungendo il suo plateau e potrebbe iniziare a declinare entro i primi anni 2030. I produttori shale del Texas e del New Mexico sono frustrati: come ha sintetizzato un'analisi di Chatham House, "non vedono prezzi sufficientemente alti per stimolare la crescita". E come ha dichiarato il capo del settore energia di Raymond James, "Trump è stato inequivocabile: vuole prezzi più bassi — e questo è un male per i produttori americani". La contraddizione è strutturale: Trump vuole contemporaneamente prezzi bassi per i consumatori e prezzi alti per i produttori. Due obiettivi incompatibili.
È qui che la guerra entra nell'equazione. In un contesto di declino produttivo incipiente, il controllo delle rotte energetiche globali non è un lusso geopolitico: è una necessità economica esistenziale. Se non puoi aumentare indefinitamente la produzione, devi controllare chi può farlo e a quali condizioni. E se non puoi competere sui costi con il petrolio iraniano venduto a sconto alla Cina o con il gas russo che fluisce via pipeline, devi eliminare fisicamente quei concorrenti dal mercato.
Lo Stretto di Hormuz, da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale e un quinto del gas naturale liquefatto globale, è il primo collo di bottiglia. Il Canale di Suez è il secondo. Il Mar Rosso, controllato dagli Houthi yemeniti alleati dell'Iran, è il terzo. Neutralizzare l'Iran significa neutralizzare simultaneamente la capacità di disturbo su tutti e tre i punti di strozzatura — e creare le condizioni per sostituire quei flussi con GNL americano.
L'architettura del dominio energetico è più ampia di quanto appaia. Nel luglio 2025, USA e Unione Europea hanno firmato un Energy Pact da 750 miliardi di dollari che impegna l'UE ad acquistare 250 miliardi l'anno in GNL, petrolio e combustibile nucleare americano fino al 2028 — con l'obiettivo dichiarato di eliminare permanentemente l'energia russa dalla rete europea. Le major americane Cheniere Energy, ExxonMobil e Chevron stanno espandendo le loro infrastrutture in Europa, trasformando il continente in quello che un analista ha definito "un mercato cattivo per lo shale americano". Parallelamente, nel settore della difesa, il "Peace Council" trumpiano ha generato un impegno europeo da 150 miliardi di dollari in acquisti di hardware militare americano — F-35 di Lockheed Martin e sistemi Patriot di RTX (ex Raytheon). Energia e armi: la stessa catena di valore.
Washington ha oggi influenza diretta o indiretta sulla produzione petrolifera dal Canada alla Guyana al Venezuela — circa il 20% della produzione globale. Ma non basta. Le operazioni degli ultimi mesi disegnano un arco coerente: Venezuela (cattura di Maduro e controllo sulle più grandi riserve di greggio del mondo), Nigeria (pressione sulle riserve africane), Groenlandia (minerali critici e rotte artiche), Iran (snodo energetico tra Golfo e Asia). L'obiettivo è piantare la bandiera americana su ogni area dove ci sono riserve energetiche ingenti. Come ha sintetizzato il segretario di Stato Marco Rubio alla Conferenza di Monaco, l'amministrazione vede la transizione energetica globale non come un'opportunità ma come una minaccia: se il mondo si svincola dai combustibili fossili, perde di importanza anche chi li controlla. Ecco perché Trump ha cancellato i crediti fiscali per le energie pulite dell'Inflation Reduction Act e ha firmato il "One Big Beautiful Bill Act" per smantellare il lascito Biden sulle rinnovabili.
In questa logica, la guerra all'Iran non è una reazione a una minaccia: è un'operazione di posizionamento in un mercato energetico globale dove il dominio americano, pur apparentemente al suo apice, è strutturalmente minacciato dal declino dello shale, dall'ascesa dei corridoi alternativi eurasiatici e dalla de-dollarizzazione delle transazioni petrolifere. L'energia è diventata l'ultima garanzia del biglietto verde — e quando la garanzia vacilla, si ricorre alle armi.


2. Disarticolare l'Iran come perno del sistema multipolare

Per capire perché l'Iran è il bersaglio, bisogna capire cosa l'Iran rappresenta nella nuova architettura del mondo multipolare. Non è un Paese qualunque: è il punto di intersezione di almeno quattro sistemi strategici che Washington vuole impedire si saldino.

Il nodo logistico: il Corridoio Nord-Sud (INSTC). Questa è forse la dimensione meno raccontata e, al tempo stesso, la più importante. L'INSTC è un corridoio multimodale di 7.200 km che collega San Pietroburgo a Mumbai passando per Mosca, Astrakhan, il Mar Caspio, l'Iran e l'Oceano Indiano. A gennaio 2026, il traffico lungo questa arteria aveva raggiunto livelli record, con l'avvio dei primi treni container regolari tra la regione di Mosca e il porto iraniano di Bandar Abbas. L'INSTC dimezza i tempi e i costi di trasporto rispetto alla rotta marittima tradizionale via Suez. Per la Russia, sotto sanzioni

occidentali e con le rotte settentrionali limitate, questo corridoio è letteralmente una linea di vita economica. Distruggerlo — o renderlo inaffidabile — significa strangolare la capacità russa di commerciare con l'Asia meridionale, proprio nel momento in cui Mosca ne ha più bisogno.

Il nodo energetico: l'asse Iran-Cina. Tra fine 2025 e inizio 2026, l'Iran ha finalizzato un Trattato di Partenariato Strategico Complessivo ventennale con la Russia e ha accelerato l'implementazione del Programma di Cooperazione venticinquennale con la Cina, firmato nel 2021 ma rimasto a lungo sulla carta. Quest'ultimo prevede 400 miliardi di dollari di investimenti cinesi in infrastrutture iraniane — porti, ferrovie, telecomunicazioni, zone economiche speciali — in cambio di forniture petrolifere a prezzi preferenziali per 25 anni. La Cina è l'unico cliente rimasto per il petrolio iraniano sanzionato, e lo acquista con sconti significativi, pagandolo in yuan e non in dollari. Questo è il cuore della questione: ogni barile di petrolio iraniano venduto alla Cina in yuan è un barile sottratto al sistema del petrodollaro. L'Iran non è solo un fornitore di energia per Pechino: è un laboratorio vivente di de-dollarizzazione delle transazioni petrolifere.

Il nodo infrastrutturale: Chabahar e la proiezione verso l'Oceano Indiano.
Il porto di Chabahar, situato sulla costa sud-orientale dell'Iran affacciata sul Golfo di Oman — crucialmente, al di fuori dello Stretto di Hormuz — è il terminale di un progetto strategico che coinvolge simultaneamente India, Cina e Russia. L'India lo ha sviluppato come alternativa al porto pakistano di Gwadar (controllato dalla Cina nell'ambito del corridoio CPEC) per accedere all'Afghanistan e all'Asia centrale. Ma Chabahar è anche un punto di transito per il greggio destinato alla Cina che vuole bypassare Hormuz. Colpire l'Iran significa mettere in discussione la viabilità di Chabahar e, con essa, le strategie di diversificazione logistica di tre potenze nucleari.

Il nodo politico-militare: l'asse della resistenza. L'Iran ha costruito nel corso di quattro decenni una rete di alleanze asimmetriche — Hezbollah in Libano, Hamas a Gaza, le milizie sciite in Iraq, gli Houthi in Yemen, i proxy in Siria — che gli ha conferito profondità strategica ben oltre i suoi confini. Questa rete, il cosiddetto "asse della resistenza", ha permesso a Teheran di proiettare potere a basso costo, senza impegnare direttamente le proprie forze convenzionali. La "guerra dei dodici giorni" del giugno 2025, il ridimensionamento di Hezbollah, il crollo di Assad in Siria e l'indebolimento di Hamas avevano già eroso questa rete. L'attacco del 28 febbraio punta a completare l'opera: non solo distruggere la capacità militare convenzionale iraniana, ma eliminare il centro di coordinamento dell'intero sistema.

In questa prospettiva, l'obiettivo non è semplicemente "colpire l'Iran", ma disarticolarne la funzione geopolitica complessiva: spezzare la sua capacità di tenere insieme reti di alleanze, proiezioni indirette e corridoi di influenza che vanno dal Golfo Persico al Levante. Il tema del regime change, spesso evocato nel dibattito pubblico, va letto come un'opzione subordinata: anche senza un rovesciamento formale del sistema politico, un Iran militarmente indebolito, economicamente isolato e strutturalmente instabile rappresenta già un risultato strategico coerente con questa logica.
Questo schema si inserisce in un ciclo storico più lungo, quello del progetto del "Nuovo Medio Oriente" teorizzato già negli anni '90: non la stabilizzazione dell'area, bensì la sua frammentazione controllata lungo faglie etniche, confessionali e territoriali, tale da impedire la formazione di poli regionali autonomi. Dopo l'Iraq nel 2003 (eliminazione dello Stato sovrano come attore geopolitico), la Libia nel 2011 (dissoluzione in anarchia permanente), la Siria dal 2011 in poi (frammentazione territoriale e proxy war), l'Iran è l'ultimo grande tassello. Con una differenza cruciale: l'Iran non è l'Iraq di Saddam o la Libia di Gheddafi. È un Paese di 92 milioni di abitanti con una storia imperiale millenaria, un apparato industriale-militare sviluppato e alleanze strutturate con le due maggiori potenze revisioniste del pianeta. La posta in gioco è di un ordine di grandezza superiore.


3. Colpire indirettamente Cina e Russia: la guerra per procura del XXI secolo

Questa è la dimensione che trasforma il conflitto iraniano da crisi regionale a snodo della competizione globale. L'Iran non è il bersaglio finale: è il mezzo attraverso il quale Washington intende infliggere danni strategici ai suoi veri competitori.

Contro la Cina: tagliare l'ossigeno energetico. La chiusura dello Stretto di Hormuz, conseguenza diretta del conflitto, colpisce frontalmente la Cina. Il 45% di tutto il greggio che transita da Hormuz è diretto verso mercati asiatici, con Pechino come primo destinatario. La Cina importa circa il 72% del petrolio che consuma, e una quota significativa passa per quello stretto. Non a caso, Pechino ha immediatamente chiesto alle sue principali raffinerie di interrompere le esportazioni di prodotti petroliferi raffinati — un segnale di emergenza senza precedenti, che indica il timore di non riuscire a soddisfare la domanda interna.
Ma il danno va ben oltre il flusso petrolifero immediato. L'attacco iraniano ai siti QatarEnergy di Ras Laffan e Mesaieed — la rappresaglia contro gli Stati del Golfo che ospitano basi americane — ha messo offline circa un quinto della capacità globale di esportazione di GNL. Il Qatar è il più grande esportatore di GNL al mondo e la Cina è tra i suoi primi clienti. Contemporaneamente, Maersk ha sospeso tutti i transiti navali attraverso Hormuz e rerouted le navi intorno al Capo di Buona Speranza, aggiungendo settimane ai tempi di consegna e costi enormi alla catena logistica.
Il messaggio strategico è duplice. Sul piano immediato: dimostrare che la Cina non ha la capacità di proteggere le proprie linee di approvvigionamento energetico, nonostante i massicci investimenti navali degli ultimi anni. Sul piano strutturale: dimostrare che tutti i corridoi energetici alternativi che Pechino stava costruendo — dal programma di cooperazione venticinquennale con l'Iran alla Belt and Road Initiative — passano attraverso zone che Washington può rendere inagibili in qualsiasi momento. L'attacco colpisce direttamente le infrastrutture costiere iraniane finanziate dalla Cina — Asaluyeh, Bandar Abbas — concepite per assicurare a Pechino l'accesso alle acque internazionali prescindendo dai principali choke points sotto influenza occidentale.
C'è poi il collegamento con il dossier Taiwan. Dimostrare che gli USA possono interdire le rotte energetiche cinesi nel Golfo Persico è una forma di deterrenza estesa che va ben oltre il Medio Oriente. Se la Cina dovesse agire su Taiwan, Washington potrebbe replicare lo scenario Hormuz nel Pacifico — e Pechino lo sa. In questo senso, la guerra all'Iran è anche un test di credibilità della deterrenza americana nell'Indo-Pacifico.
La Cina si trova così di fronte al dilemma più difficile della sua ascesa come superpotenza. Abbandonare l'Iran significherebbe accettare un ridimensionamento delle proprie proiezioni strategiche e perdere un fornitore di petrolio a basso prezzo insostituibile — con ripercussioni dirette anche sul dossier Taiwan. Ma sostenere apertamente Teheran esporrebbe Pechino al rischio di escalation militare diretta con gli USA e alla certezza di dazi e sanzioni aggiuntive. Significativamente, la Cina ha scelto per ora la strada dell'attesa: condanna verbale, appelli alla moderazione, ma nessuna azione concreta. Se la Russia beneficia del caos, la Cina beneficia del tempo, osserva, analizza le vulnerabilità americane e consolida i propri legami economici con Teheran aspettando che la tempesta passi.

Contro la Russia: compromettere il Corridoio Nord-Sud e il baricentro energetico. Per Mosca, l'Iran è il terminale continentale ultimo dell'INSTC — l'unico corridoio commerciale funzionante che la connette ai mercati dell'Oceano Indiano aggirando le sanzioni occidentali. La Russia aveva inoltre fatto stoccare in Iran una quantità significativa del proprio greggio, usando il Paese come hub di redistribuzione verso i clienti asiatici. L'instabilità iraniana compromette simultaneamente gli investimenti infrastrutturali, la connettività logistica e la capacità di Mosca di aggirare l'isolamento commerciale imposto dall'Occidente.
Inoltre, Russia e Iran sono in competizione tra loro quando devono piazzare il proprio petrolio sanzionato, con una corsa al ribasso dei prezzi che favorisce il compratore — cioè la Cina. Pechino impone condizioni da una posizione di forza a due fornitori che hanno uno sbocco obbligato. In questo triangolo, eliminare l'Iran non danneggia solo Teheran: altera il potere negoziale della Cina (che perde un fornitore alternativo alla Russia) e paradossalmente potrebbe rafforzare temporaneamente Mosca come unico fornitore di greggio scontato — ma a costo di una dipendenza ancora maggiore da Pechino.
Il paradosso per la Russia è che, pur essendo impegnata militarmente in Ucraina, beneficia del caos nel breve termine: i prezzi dell'energia salgono, risorse militari occidentali vengono dirottate dall'Ucraina verso il Medio Oriente, e il sentiment anti-americano nel Sud Globale si rafforza. Ma nel medio termine, se l'Iran cadesse e vi si instaurasse un regime filo-americano, né la Russia né la Cina potrebbero aspettarsi alcun beneficio. La cooperazione tecnologico-militare che aveva fatto dell'Iran un partner insostituibile — dai caccia Su-35 russi al satellite spia Khayyam, dai sistemi di navigazione cinesi BeiDou-3 ai radar anti-stealth — verrebbe azzerata.

Il quadro complessivo: la guerra come stress test del multipolarismo.
L'Iran è diventato, suo malgrado, il test case della solidità del blocco eurasiatico. Se BRICS, SCO, partenariati strategici e corridoi alternativi significano qualcosa, dovrebbero significare la capacità di proteggere un membro sotto attacco. Il fatto che né la Russia né la Cina stiano intervenendo concretamente rivela un dato che l'Occidente considera una vittoria e che il Sud Globale registra con inquietudine: il sistema multipolare è ancora troppo giovane, troppo frammentato e troppo dipendente dalla buona volontà delle sue componenti per funzionare come sistema di sicurezza collettiva. Ma è anche vero che ogni guerra che l'Occidente combatte contro un membro dei BRICS accelera il processo di consolidamento — perché dimostra, nei fatti, perché quel sistema è necessario.


4. La convergenza con Netanyahu: due agende che si saldano

Per comprendere la convergenza USA-Israele sull'Iran bisogna abbandonare l'idea che si tratti di una semplice alleanza tra un protettore e il suo protetto. Quella in corso è la fusione operativa di due progetti strategici distinti ma complementari, ciascuno con la propria logica interna e i propri obiettivi di lungo periodo.

L'agenda israeliana: la "Dottrina Begin" portata alle sue estreme conseguenze. La strategia di sicurezza nazionale di Israele ha un asse portante che risale al 1981, quando il premier Menachem Begin ordinò il bombardamento del reattore nucleare iracheno di Osirak. Il principio era chiaro: Israele non tollererà mai che un avversario regionale acquisisca capacità nucleari o una superiorità militare convenzionale tale da minacciare la sua esistenza. Questa dottrina, applicata nel 2007 contro il reattore siriano di al- Kibar e nel giugno 2025 contro i siti nucleari iraniani, ha trovato nel conflitto attuale la sua espressione più radicale: non colpire un singolo obiettivo, ma disarticolare un intero apparato statale.
Per Netanyahu questa è l'operazione di una vita. Dopo aver scritto personalmente il primo documento di strategia di sicurezza nazionale dalla fondazione di Israele — un testo in gran parte classificato ma i cui principi sono stati resi pubblici — il premier ha sistematicamente creato le condizioni per questo momento. Il ridimensionamento di Hamas attraverso la guerra a Gaza, l'indebolimento di Hezbollah in Libano, la caduta di Assad in Siria che ha eliminato il corridoio iraniano verso il Mediterraneo: ogni tappa ha rimosso uno scudo protettivo dell'Iran, fino a lasciarlo esposto.
La questione per Tel Aviv non è solo militare ma esistenziale in senso più ampio. Israele punta a eliminare ogni possibile competitore geopolitico regionale — non solo l'Iran, ma in prospettiva qualunque attore, inclusa la Turchia, che possa mettere in discussione la sua superiorità qualitativa e la sua libertà d'azione. L'obiettivo finale non è la pace in senso classico: è l'assenza permanente di sfidanti.

Il progetto del Canale Ben Gurion e il "Grande Israele" economico.
C'è una dimensione di questo conflitto che viene ignorata quasi completamente e che invece è cruciale per capire la convergenza degli interessi. Dagli anni '60 esiste il progetto del Canale Ben Gurion: un'infrastruttura che collegherebbe il Mar Rosso (dal porto di Eilat nel Golfo di Aqaba) al Mediterraneo, passando attraverso il deserto del Negev. Sarebbe un'alternativa diretta al Canale di Suez — più lungo, ma sotto completo controllo israeliano.

Per decenni il progetto è rimasto sulla carta, ostacolato dalla presenza palestinese a Gaza (il cui territorio si trova lungo il tracciato ipotizzato) e dalla minaccia rappresentata dall'asse della resistenza iraniana. Ma la guerra a Gaza, la distruzione sistematica del tessuto urbano della Striscia e l'eliminazione della capacità operativa di Hamas hanno rimosso il primo ostacolo. La neutralizzazione dell'Iran rimuoverebbe il secondo: senza Teheran a coordinare Hezbollah, Houthi e milizie irachene, lo stretto di Bab el-Mandeb (l'ingresso meridionale del Mar Rosso) diventerebbe più sicuro.
A dicembre 2025, Netanyahu ha firmato il riconoscimento del Somaliland come Stato indipendente — il primo Paese delle Nazioni Unite a farlo. Non è un gesto simbolico: il Somaliland controlla circa 300 miglia di costa sul Golfo di Aden, esattamente all'imboccatura del Bab el-Mandeb. Questa mossa garantisce a Israele un partner cooperativo sulla sponda africana dello stretto, completando la catena di sicurezza necessaria per dare vita al Canale Ben Gurion.
Il progetto si innesta nel più ampio India-Middle East-Europe Economic Corridor (IMEC), lanciato al G20 del 2023, che prevede una rete integrata di ferrovie e porti marittimi dall'India attraverso i Paesi del Golfo e Israele fino all'Europa. Netanyahu lo ha presentato come il cuore del "Nuovo Medio Oriente" — un sistema economico regionale centrato su Israele come hub logistico, finanziario e tecnologico, in partnership con le petromonarchie del Golfo e sotto l'ombrello di sicurezza americano. In questa architettura, l'Iran è l'unico ostacolo rimasto.

La fusione delle agende: il Board of Peace come camera di compensazione.

Il Board of Peace trumpiano — la struttura diretta da Jared Kushner e Steve Witkoff che gestisce i negoziati mediorientali — non è un organo diplomatico in senso tradizionale. È la sede dove convergono gli interessi finanziari americani, le ambizioni territoriali israeliane e le esigenze di sicurezza delle petromonarchie del Golfo. Il fatto che Witkoff abbia tenuto un incontro segreto con Reza Pahlavi, il principe ereditario iraniano in esilio, prima dell'attacco, suggerisce che la componente di regime change era pianificata, non improvvisata. L'obiettivo non è l'Iran come nemico: è l'Iran come ultimo pezzo mancante (prima di Ankara) di un nuovo ordine regionale centrato sull'asse Washington-Tel Aviv-Riad, in cui Israele funziona da perno della dollarizzazione di tutto il Medio Oriente.


5. L'economia di guerra come motore interno

L'ultima motivazione è forse la più cinica e la più misurabile: la guerra come strumento di rilancio economico. Non nel senso keynesiano della spesa pubblica che stimola la domanda, ma nel senso più specifico e contemporaneo di un sistema finanziario-militare-energetico che si auto-alimenta e che ha bisogno del conflitto per restare redditizio.

I numeri del complesso militare-industriale. Il primo giorno di contrattazioni dopo l'inizio dell'attacco — lunedì 2 marzo — mentre tutte le borse del mondo crollavano, i titoli della difesa esplodevano. Lockheed Martin ha toccato un nuovo massimo storico a 676,70 dollari, salendo del 3,3%. Il titolo ha guadagnato il 40% dall'inizio del 2026, quando le tensioni con l'Iran hanno cominciato a crescere. Northrop Grumman è balzata del 6% in una singola seduta, con un rialzo del 46% dal giugno 2025, quando furono condotti i primi attacchi ai siti nucleari iraniani. RTX (ex Raytheon) è salita del 4,7%. L3Harris del 3,8%. Palantir Technologies, la società di data analytics che supporta le operazioni di intelligence, è cresciuta del 6%.
La ricchezza generata per gli azionisti delle tre maggiori aziende della difesa in una singola giornata di contrattazioni è stata stimata tra 25 e 30 miliardi di dollari — una cifra approssimativamente equivalente alla spesa annuale del Pentagono per gli alloggi e i programmi di qualità della vita delle famiglie militari. Come ha sintetizzato un analista di Wall Street rivolto ai suoi clienti: "La spesa per la difesa era già destinata a crescere nel 2026. Una guerra prolungata con l'Iran renderà questa spesa più urgente e meno controversa". E come ha titolato MarketWatch: "La guerra può fare bene agli affari".
L'ETF iShares U.S. Aerospace and Defense (un fondo d'investimento passivo gestito da BlackRock che mira a replicare l'indice Dow Jones U.S. Select Aerospace & Defense, investe in aziende statunitensi del settore aerospaziale e della difesa, coprendo produttori di equipaggiamento militare, droni, aerei civili e sistemi di sicurezza) ha guadagnato il 35% dai primi attacchi ai siti nucleari iraniani del giugno 2025 a inizio marzo 2026. La minaccia più grande per gli investitori in questi titoli? La pace. Quando emergono ipotesi di negoziati, gli investitori nel settore difesa tendono a vendere — come accaduto a fine 2025 durante i colloqui Russia-Ucraina-USA. Ma gli analisti sono fiduciosi: non c'è rischio immediato che la pace scoppi.

La macchina del riarmo. Dietro i titoli azionari c'è un apparato industriale che necessita del conflitto per giustificare la propria espansione. Il budget della difesa per l'anno fiscale 2025 era di 858,9 miliardi di dollari — 10,6 miliardi in più di quanto richiesto dall'amministrazione. Il Congresso ha autorizzato 8 miliardi aggiuntivi per programmi di acquisizione, inclusi contratti pluriennali per otto sistemi d'arma.

Il bilancio di riconciliazione dello scorso anno ha stanziato 25 miliardi di dollari per l'approvvigionamento di munizioni e l'aumento della capacità produttiva. Prima dell'attacco all'Iran, gli USA avevano già firmato accordi con Lockheed Martin per quadruplicare la produzione annuale di intercettori THAAD — da 96 a 400 unità, a 12,77 milioni di dollari ciascuno. Il budget FY26 (il piano di spesa federale degli Stati Uniti per l'anno fiscale che inizia il 1 ottobre 2025 e termina il 30 settembre 2026) prevede 20,4 miliardi solo per ricostruire le scorte di munizioni e migliorare la catena di approvvigionamento.
E ora il Pentagono sta preparando una richiesta di budget supplementare di circa 50 miliardi di dollari per ricostituire le armi consumate nel conflitto in corso. I dirigenti di Lockheed Martin e RTX sono attesi alla Casa Bianca per discutere l'accelerazione della produzione bellica.

Il ciclo autoreferenziale: armi, guerre, energia, finanza.
La sequenza è circolare e si auto-alimenta. La guerra fa salire il prezzo del petrolio, che alimenta i profitti delle compagnie energetiche americane. I prezzi alti giustificano l'esportazione di GNL verso l'Europa (trasformata in mercato cattivo dall’Energy Pact da 750 miliardi). La guerra consuma armi, che devono essere sostituite con commesse miliardarie all'industria bellica. I Paesi del Golfo sotto attacco iraniano comprano sistemi difensivi americani — Patriot, THAAD, Iron Dome — con i petrodollari generati proprio dalla crisi. I titoli della difesa e dell'energia salgono, attirando capitali su Wall Street. Il dollaro si rafforza come valuta rifugio. I Treasury americani trovano nuovi acquirenti.
L'oro americano — oltre 8.133 tonnellate, la più grande riserva al mondo — si rivaluta, rafforzando il bilancio della Federal Reserve. Persino l'assicurazione marittima diventa un affare: Trump ha annunciato che la Development Finance Corporation fornirà copertura assicurativa per il rischio politico a tutto il traffico commerciale nel Golfo — trasformando il pericolo creato dalla guerra in un servizio a pagamento offerto da Washington.
Tutto questo non è un effetto collaterale: è il modello di business. La guerra è il prodotto. Il caos è la materia prima. E il prezzo lo pagano i popoli dell'Iran, i consumatori europei, le famiglie italiane alla pompa di benzina. Vite umane convertite in punti percentuali sui grafici di Wall Street.
Questa è la motivazione che nessun portavoce ammetterà mai. Ma è quella che i mercati leggono con perfetta lucidità il primo giorno di ogni guerra.


L'oro: l'arma silenziosa della transizione multipolare

La rottura della pipeline di Dubai

La guerra ha paralizzato Dubai, che gestisce il 20% del commercio mondiale di oro fisico. L'Emirato funziona sia come centro di raffinazione per l'oro estratto in Africa, sia come hub di transito per le spedizioni tra Europa e Asia. L'oro viaggia fisicamente nelle stive degli aerei passeggeri — fino a cinque tonnellate per volo, pari a circa 830 milioni di dollari ai prezzi attuali.
Con oltre 21.000 voli cancellati nel Golfo, i flussi di oro fisico si sono bloccati. A Londra, spedizioni già arrivate a Heathrow non possono proseguire verso le destinazioni finali. In India, i prezzi domestici dell'oro sono passati da uno sconto di 50 dollari l'oncia rispetto a Londra alla piena parità in sole 48 ore — un trasferimento di costo brutale su consumatori e industria orafa.
La capacità cargo aerea globale è scesa del 18% in una settimana. Maersk ha sospeso i transiti attraverso lo Stretto di Hormuz. Il Qatar ha interrotto la produzione di GNL a Ras Laffan e Mesaieed, mettendo offline un quinto della capacità globale di esportazione.

Chi vince nella corsa all'oro

Il prezzo dell'oro, oggi intorno ai 5.160 dollari l'oncia, è il termometro della sfiducia nel sistema. Un anno fa era a 2.624 dollari. Ha superato i 4.000 in ottobre 2025 e i 5.000 in gennaio 2026, toccando un massimo storico di 5.595 dollari il 29 gennaio. Nel 2025 l'oro ha registrato un rialzo del 65% in dollari — il miglior risultato annuale dal 1979, l'anno della rivoluzione iraniana. Non è una coincidenza: ogni grande crisi del sistema dollaro-centrico ha il suo corrispettivo nel prezzo dell'oro.
Ma questa volta c'è qualcosa di strutturalmente diverso. Non si tratta solo del classico rifugio in tempi di guerra. Siamo di fronte a un cambiamento di paradigma nella funzione stessa dell'oro nel sistema monetario internazionale.

Le banche centrali: il grande accumulo. I vincitori strutturali sono le banche centrali dei BRICS. Dal 2022 accumulano oltre 1.000 tonnellate all'anno, un ritmo più che doppio rispetto alla media di 400-500 tonnellate del decennio precedente. Il 95% delle banche centrali intervistate dal World Gold Council prevede un ulteriore aumento delle riserve. Il 43% dichiara che aumenterà il proprio stock d'oro nel prossimo anno — un record storico, in crescita rispetto al 29% del 2024.

Le motivazioni dichiarate dalle stesse banche centrali sono illuminanti: performance dell'oro in tempi di crisi, diversificazione del portafoglio, copertura dall'inflazione. Ma la motivazione non detta è quella decisiva: la de- dollarizzazione. Dopo il congelamento delle riserve russe nel 2022 — quando l'Occidente ha dimostrato di poter confiscare le riserve in dollari ed euro di un Paese sovrano — molti Stati hanno tratto la conclusione che l'unica riserva veramente sicura è quella che nessun governo può congelare con un click: l'oro fisico, custodito nei propri caveau.
La Cina guida la classifica degli acquisti, ma le cifre ufficiali probabilmente sottostimano la realtà. Formalmente, l'oro rappresenta solo il 7% delle riserve valutarie di Pechino, contro una media globale del 20%. Questo dato suggerisce che il processo di accumulo è tutt'altro che concluso — e che ogni fase di prezzi "bassi" (relativamente ai picchi) viene sfruttata per acquistare. La Cina è anche il primo produttore mondiale di oro: controlla il ciclo dall'estrazione alla tesaurizzazione.
La Polonia ha registrato un'impennata negli acquisti nel 2024, motivata dalle incertezze geopolitiche legate alla guerra in Ucraina ai propri confini. L'India ha aumentato le riserve del 38% in cinque anni. La Turchia, pur alleata NATO, accumula. Persino le banche centrali dei Paesi del Golfo — che per decenni avevano legato la propria sorte al dollaro — stanno diversificando verso l'oro.

Il dato più significativo per l'analisi multipolare: i BRICS stanno progettando una nuova unità di conto collateralizzata per il 40% con l'oro. Ogni dollaro in più nel prezzo dell'oro rafforza la credibilità di questo progetto e indebolisce il sistema dollaro-centrico. L'oro non è più un semplice bene rifugio: è diventato l'infrastruttura monetaria della transizione multipolare.
La Russia, secondo produttore mondiale con circa 300 tonnellate l'anno, vede rivalutarsi simultaneamente le riserve auree e le esportazioni energetiche. È il vincitore paradossale di una guerra che non sta combattendo. Ma anche gli USA, con le loro 8.133 tonnellate — la più grande riserva al mondo — beneficiano del rialzo. Il punto è che in un sistema dove tutti accumulano oro, la domanda chiave non è più "quanto ne hai" ma "dove lo custodisci" e "chi può accedervi".

Il paradosso italiano: la terza riserva del mondo e la sovranità negata

L'Italia detiene 2.452 tonnellate di oro — la terza riserva al mondo dopo USA e Germania, con una media pro capite di 41,6 grammi, tra le più alte del pianeta. A 5.160 dollari l'oncia, questo patrimonio vale circa 407 miliardi di dollari (circa 375 miliardi di euro). Una cifra colossale, superiore al PIL di molti Paesi europei, e che si rivaluta ogni giorno in cui il conflitto dura.
Ma qui emerge il paradosso che dovrebbe essere al centro di ogni dibattito sulla sovranità nazionale e che invece viene sistematicamente ignorato: il 43% di queste riserve — circa 1.061 tonnellate, pari a circa 176 miliardi di dollari ai prezzi attuali — è custodito nei caveau della Federal Reserve di New York e a Fort Knox, negli Stati Uniti. Un altro 6% è alla Banca d'Inghilterra a Londra. Solo il 51% circa è in Italia, presso Palazzo Koch a Roma.
Perché è rilevante oggi? Per almeno tre ragioni.

Primo
: il precedente del congelamento delle riserve russe nel 2022 ha dimostrato che la localizzazione fisica delle riserve di uno Stato sovrano non è un dettaglio tecnico ma una questione di sicurezza nazionale. Se domani l'Italia assumesse una posizione sgradita a Washington — ad esempio negando l'uso delle basi per operazioni offensive — avrebbe la garanzia che le proprie riserve auree oltreoceano resterebbero intoccabili? La domanda può sembrare retorica. Non lo è.

Secondo
: nella manovra di bilancio 2026, il governo ha introdotto una tassazione agevolata sugli investimenti in oro, stimata per generare circa 2 miliardi di euro. Questo mentre il valore delle riserve auree nazionali si apprezza di miliardi alla settimana. Il trattamento fiscale dell'oro sta diventando un tema politico — ma il dibattito sulla localizzazione delle riserve resta tabù.

Terzo
: in un mondo dove i BRICS costruiscono un sistema monetario alternativo basato sull'oro, l'Italia — con la sua enorme riserva — potrebbe essere un attore di peso in qualsiasi futuro negoziato sulla riforma del sistema monetario internazionale. Ma solo se quell'oro è sotto il proprio controllo. Mille tonnellate custodite a New York non sono una riserva strategica italiana: sono un deposito presso una banca centrale straniera, regolato da accordi che risalgono al secondo dopoguerra e che nessun governo ha mai avuto la forza politica di rinegoziare.
Il blocco dei flussi di oro fisico attraverso Dubai — che ha paralizzato il 20% del commercio mondiale di lingotti, ha creato "esportazioni bloccate" a Heathrow e ha fatto schizzare i premi in Asia — dimostra quanto il sistema logistico dell'oro sia fragile e concentrato in zone instabili. L'Italia, con il terzo patrimonio aureo del mondo ma senza il pieno controllo fisico del proprio oro, è una potenza monetaria potenziale che sceglie di restare suddita. È una

condizione che, vista dalla prospettiva della transizione multipolare, appare sempre più insostenibile — e sempre più costosa.

I corridoi: la posta in gioco invisibile

La guerra all'Iran va letta anche come guerra ai corridoi alternativi che il mondo multipolare stava costruendo per emanciparsi dal sistema logistico occidentale.
Il Corridoio Nord-Sud (INSTC), che collega Russia, Iran e India, è il primo obiettivo indiretto. A gennaio 2026 funzionava a regime record. Oggi è compromesso.
La Belt and Road Initiative cinese, che attraverso l'Iran connette Pechino ai mercati mediorientali e africani, è il secondo. Le infrastrutture costiere iraniane — Asaluyeh, Bandar Abbas, Chabahar — erano finanziate o cofinanziate dalla Cina. Colpirle significa colpire la proiezione strategica di Pechino verso l'Oceano Indiano.
Il Corridoio VIII, che dall'Adriatico raggiunge il Mar Nero e il Caspio bypassando la Turchia, acquisisce paradossalmente ancora più rilevanza se il sistema mediorientale diventa inagibile. Ma l'Italia, che ne è il terminale occidentale naturale, non sembra averne consapevolezza strategica.


I rischi per l'Italia: tra basi militari, dipendenza energetica e marginalità strategica

Le basi americane: il coinvolgimento strisciante

L'Italia ospita circa 13.000 militari statunitensi distribuiti in una rete di installazioni che costituisce la più importante infrastruttura militare americana nel Mediterraneo. Comprendere cosa sta accadendo in queste basi in queste ore è fondamentale per misurare il grado di coinvolgimento reale del Paese — al di là della retorica governativa.

Sigonella
, tra Lentini e Catania, è il cuore operativo. Descritta come "la portaerei del Mediterraneo", è la principale base dell'Alliance Ground Surveillance della NATO, che utilizza droni di sorveglianza terrestre come i Global Hawk e i Phoenix. Nei giorni scorsi, i siti di monitoraggio come Flightradar e AirNav hanno registrato un traffico molto più intenso del solito. La mattina stessa dell'attacco, sabato 28 febbraio, un Boeing P-8A Poseidon — il principale aereo da pattugliamento e ricognizione antisommergibile della US Navy — è decollato da Sigonella verso il Mediterraneo orientale. Un drone-spia MQ-4C Triton è atterrato nella base quello stesso giorno. Velivoli cargo statunitensi fanno scalo continuamente, uno dei quali proveniente dalla base di Souda a Cipro — quest'ultima direttamente coinvolta nelle operazioni offensive contro l'Iran, come dimostrato dalla sosta della portaerei Gerald Ford prima di procedere verso Israele.
Da Sigonella non partono gli aerei che bombardano l'Iran. Ma Sigonella è il ganglio nervoso della sorveglianza, dell'intelligence e della logistica che rende possibili quei bombardamenti. È una distinzione che regge sul piano giuridico- formale ma non su quello della corresponsabilità strategica: senza gli "occhi" di Sigonella, l'operazione "Epic Fury" non avrebbe la stessa efficacia.

A Niscemi, a pochi chilometri, la stazione MUOS (Mobile User Objective System) garantisce le comunicazioni militari satellitari ad altissima frequenza per tutte le operazioni americane nel Mediterraneo, in Africa e in Medio Oriente. È uno dei quattro nodi globali del sistema, e la sua attività — confermata dalle autorità — è ininterrotta.

Ad Aviano, in Friuli, la base aerea ospita uno stormo di caccia F-16 e, elemento cruciale, alcune bombe atomiche B61 nell'ambito del nuclear sharing NATO. Anche qui si registra un "via vai insolito" di aerei. Il sito ha diffuso sui social un messaggio al personale: "Si ricorda a tutto il personale e alle famiglie di rimanere vigili. Anche se non ci sono minacce specifiche e credibili al momento, la vigilanza rimane fondamentale per la vostra sicurezza".

A Napoli e Gaeta, le basi navali supportano la Sesta Flotta. Camp Derby, tra Pisa e Livorno, è un deposito di munizioni e materiale logistico dell'esercito USA. A Vicenza, una guarnigione dell'esercito americano. L'allerta è stata elevata in tutte queste installazioni, con livelli di protezione portati a 3 e 4 — i più alti dalla Guerra Fredda.

Il quadro giuridico: una sovranità a geometria variabile

La questione giuridica è al tempo stesso chiara e ambigua — e questa ambiguità è funzionale al sistema. L'uso delle basi americane in Italia è regolato dal NATO Status of Forces Agreement del 1951, dal Bilateral Infrastructure Agreement del 1954 (aggiornato nel 1973) e dal Memorandum d'intesa Italia- USA del 1995. Crosetto ha ricordato che "tali cornici giuridiche regolamentano queste attività da decenni e nessun governo ha avvertito l'esigenza di modificarle".

La distinzione formale è tra operazioni "cinetiche" (offensive, che richiedono il consenso del governo italiano) e operazioni "non cinetiche" (logistica, sorveglianza, comunicazioni, addestramento, che Washington può condurre autonomamente previa consultazione). Come ha spiegato la stessa Meloni: "Ci sono autorizzazioni tecniche quando si parla di logistica e di cosiddette operazioni non cinetiche, vale a dire operazioni di non bombardamento. Se arrivassero richieste di uso delle basi per fare altro, la competenza sarebbe del governo, ma penso che in quel caso dovremmo deciderlo insieme al Parlamento".
Il problema è che la distinzione tra cinetico e non cinetico è sempre più labile nella guerra moderna. Un drone-spia che identifica il bersaglio è meno "cinetico" del missile che lo colpisce? Una stazione di comunicazione che trasmette le coordinate di lancio è meno coinvolta dell'aereo che sgancia la bomba? Nel diritto internazionale e nella percezione di un avversario come l'Iran, la risposta è no.
La risoluzione approvata oggi dalla Camera della maggioranza formalizza il via libera all'utilizzo delle basi per "attività addestrativa e di supporto tecnico- logistico" e al dispiegamento di sistemi di difesa aerea anti-drone e antimissilistica nell'area del Golfo e a Cipro. È un passo significativo: l'Italia si assume formalmente un ruolo difensivo in un conflitto offensivo lanciato da altri.
Il confronto con la Spagna è impietoso. Pedro Sánchez ha negato qualsiasi supporto alle operazioni americane, facendo trasferire altrove gli aerei cisterna KC-135 dalle basi di Moron e Rota. La ministra della Difesa spagnola Margarita Robles ha dichiarato che "il trattato di cooperazione con Washington deve operare nell'ambito della legalità internazionale" e che, in assenza di una risoluzione ONU, NATO o UE, "non è applicabile". L'Italia non ha avuto questo coraggio. E persino all'interno della stessa maggioranza, il leghista Centinaio ha ricordato che "la Costituzione dice chiaramente che l'Italia ripudia la guerra".

Il rischio diretto: i missili iraniani possono raggiungere l'Italia?

È la domanda che nessuno voleva porsi e che ora circola ossessivamente. La risposta tecnica: i missili iraniani a medio e lungo raggio — le famiglie Sejil (gittata 2.000 km), Khorramshahr-4 e Soumar (gittata teorica fino a 3.000 km) — sono al limite della loro portata per raggiungere il sud dell'Italia. A 3.000 km da Teheran c'è la Sicilia. La precisione a quelle distanze diminuisce drasticamente e l'Italia è protetta dallo scudo missilistico NATO.

Crosetto lo ha detto in modo crudo alla Camera: "Di fronte a una reazione sconsiderata possiamo aspettarci di tutto e tutto può essere aspettato". È la prima volta dalla fine della Guerra Fredda che un ministro della Difesa italiano pronuncia una frase simile in Parlamento.

La dipendenza energetica: il tallone d'Achille

L'Italia è tra i Paesi europei più esposti alle conseguenze energetiche del conflitto, e questo non è un caso: è il prodotto di scelte strategiche precise e della mancata diversificazione reale.
Circa il 45% del gas naturale liquefatto che arriva in Italia via nave proviene dal Qatar, attraverso i terminali di Rovigo e Piombino. Il Qatar è stato colpito direttamente dalla rappresaglia iraniana: droni iraniani hanno costretto QatarEnergy a sospendere la produzione a Ras Laffan e Mesaieed, mettendo offline un quinto della capacità globale di esportazione di GNL. Per l'Italia, il più grande importatore europeo di GNL qatarino, è un colpo diretto alla sicurezza energetica.
L'area del Golfo — Iraq, Arabia Saudita, Kuwait, Emirati — fornisce tra il 25% e il 30% del petrolio importato dall'Italia. Con Hormuz chiuso e il traffico marittimo paralizzato, questi flussi sono a rischio. Nel Mar Rosso, dove tra Suez e il Golfo transita circa il 40% del commercio marittimo italiano, le missioni navali europee Aspides e Atalanta sono state rafforzate — ma la situazione resta precaria.
Il ministro Urso ha dichiarato che gli stoccaggi italiani sono al 50% — un livello rassicurante per le prossime settimane ma non per un conflitto prolungato. La vera questione, come ha ammesso lo stesso Urso, non è la quantità ma il prezzo: "La forte volatilità si trasmette con effetti su imprese e famiglie". Con il petrolio sopra gli 83 dollari al barile, il gas sopra i 51 euro al megawattora e la benzina già aumentata a 1,67 euro al litro in media, l'impatto è immediato e regressivo — colpisce più duramente chi guadagna meno.
E qui emerge il paradosso più amaro: l'Italia sta pagando il prezzo energetico di una guerra decisa da altri, che non è stata consultata, di cui non condivide gli obiettivi, ma alla quale sta contribuendo con le proprie basi e i propri sistemi d'arma. Il prezzo lo pagano le famiglie italiane alla pompa di benzina e sulla bolletta. I profitti li incassano le compagnie energetiche americane, che grazie all'Energy Pact da 750 miliardi stanno trasformando l'Europa in un mercato cattivo per il GNL statunitense.


70.000 italiani in zona di guerra

C'è poi la dimensione umana, spesso trascurata nelle analisi strategiche. Come ha dichiarato Tajani alla Camera, sono circa 100.000 gli italiani coinvolti direttamente o indirettamente nelle aree della crisi, di cui circa 70.000 nei Paesi del Golfo e circa 2.000 militari. La task force Golfo della Farnesina ha gestito 14.000 chiamate e migliaia di email. Circa 10.000 italiani sono già stati aiutati a lasciare le aree a rischio, con voli charter speciali — due dei quali atterrati a Ciampino la mattina del 5 marzo con 192 connazionali da Abu Dhabi e Dubai.
Il ministro della Difesa Crosetto — che si è trovato lui stesso bloccato a Dubai durante l'inizio del conflitto, costringendo all'invio di un volo dell'Aeronautica Militare per il suo rientro — ha comunicato l'evacuazione di 239 militari dal Kuwait verso l'Arabia Saudita, il ritiro dal Qatar e dal Bahrein. L'Italia sta ritirando i propri uomini dalle zone più esposte — il che dice tutto sulla percezione del rischio da parte delle stesse autorità militari.

La marginalità strategica: il vero problema

Ma il dato politico più grave trascende il conflitto specifico. L'Italia non è stata avvisata dell'attacco. Come ha ammesso lo stesso Tajani in Parlamento: "Voglio dirlo con chiarezza: Stati Uniti e Israele hanno deciso in autonomia e nella riservatezza quando intervenire. Germania e Francia hanno detto di non essere stati avvisati, noi siamo stati informati a iniziativa in corso".
L'Europa è fuori dal "decision loop" strategico. Ma l'Italia è in una posizione ancora peggiore degli altri grandi Paesi europei: fornisce le basi, il supporto logistico, i sistemi d'arma, evacuando contemporaneamente i propri militari dal teatro operativo, ma non ha alcuna voce nelle decisioni che determinano il suo coinvolgimento. Come ha dichiarato Crosetto con una franchezza insolita per un ministro della Difesa in carica: gli attacchi di USA e Israele "sono chiaramente al di fuori delle regole del diritto internazionale" e "questa è una guerra che si è aperta all'insaputa del mondo".
Poche ore dopo queste parole, la Camera approvava la risoluzione che autorizza il supporto logistico americano dalle basi italiane. La contraddizione è lampante e racconta, meglio di qualsiasi analisi, la condizione di un Paese che non riesce a tradurre la consapevolezza del problema in azione politica autonoma.
L'attenzione e le risorse militari occidentali si spostano intanto dal fronte ucraino verso il Medio Oriente — un rischio che Zelensky ha segnalato con allarme. Per l'Italia, che ha prorogato fino al 31 dicembre 2026 l'autorizzazione a cedere mezzi militari all'Ucraina per 3 miliardi di euro, e che potrebbe dover inviare i già scarsi sistemi Samp-T nel Golfo anziché a Kiev, la coperta è sempre più corta.


La questione curda: il fronte invisibile

L'ultimo elemento della crisi è l'attivazione della "carta curda". La CIA sta lavorando per armare le forze curde iraniane, con l'obiettivo di aprire un fronte terrestre nel nord-ovest dell'Iran. Trump ha parlato direttamente con i leader del Partito Democratico del Kurdistan Iraniano e con i leader curdi iracheni.
La variabile curda è potenzialmente la più destabilizzante di tutte, perché tocca la questione dell'integrità territoriale di quattro Stati — Iran, Iraq, Turchia e Siria — e perché Ankara non potrà mai accettare un precedente di entità curda armata che controlla territorio. È un detonatore che potrebbe allargare il conflitto ben oltre il teatro iraniano.


Conclusione: lo scacco matto e il suo paradosso

La guerra all'Iran è presentata come un'operazione di contenimento. In realtà è un'operazione di conservazione: il tentativo di mantenere un ordine unipolare che il mondo sta già abbandonando.
Ma il paradosso strategico è devastante. La guerra che doveva fermare la de- dollarizzazione sta accelerando la corsa all'oro delle banche centrali BRICS. La guerra che doveva isolare l'Iran sta dimostrando a tutto il Sud Globale la necessità di un sistema alternativo. La guerra che doveva controllare l'energia sta facendo esplodere i prezzi contro gli stessi alleati europei di Washington. La guerra che doveva dimostrare la potenza americana sta mostrando al mondo che questa potenza può rendere insicuro qualunque corridoio, qualunque rotta, qualunque nodo — il che è esattamente l'argomento più forte per chi vuole costruirne di nuovi, fuori dalla portata di Washington.
Le grandi potenze non crollano quando vengono sconfitte sul campo. Crollano quando insistono nel combattere guerre che appartengono al passato. La crisi iraniana rischia di essere ricordata non come una dimostrazione di forza, ma come il momento in cui l'Occidente ha confuso ancora una volta potenza militare e visione strategica.

Lo scacco matto è in corso. Ma chi lo sta dando a chi resta la domanda fondamentale del nostro tempo.

* Direttrice Casa del Sole TV

Elaborazione grafica di copertina by Paolo Bassani. Realizzata con supporto IA


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